Storia del palio

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Storia del palio - Pagina 2 Empty gli “straordinari più straordinari”: nel 1896 la presenza di tanti militari

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 11:34 am

E’ l’agosto del 1896, con già alle spalle anche la carriera dell’Assunta vinta dal Bruco: nei dintorni di Siena si svolgono importanti manovre militari ed i senesi non ci pensano molto per decidere di organizzare una carriera straordinaria. La città fu letteralmente invasa dai militari, tanto che le comparse si ritrovarono in piazza del Duomo e non, come tradizionalmente facevano, in piazza Sant’Agostino. Soltanto l’Aquila aveva deciso di non partecipare all’evento, stabilendo di intervenire con la comparsa al Corteo Storico soltanto per un sentito riguardo agli ospiti della città. Molto coerentemente rinunciò anche alle 20 Lire previste dal Comune verso quei rioni non sorteggiati per questo ben strano straordinario. Fu comunque una delle carriere più seguite di quegli anni: le cronache ci parlano di quasi trentamila presenti di cui cinquemila di soldati impegnati in queste manovre militari. Se vogliamo, anche questo fu un bel biglietto da visita per i turisti, affascinati dall’atmosfera medioevale e dai giochi delle bandiere. I Grand Tour cominciavano a mettere gli occhi addossi su questa città, un po’ isolata ma che conservava antiche memorie che in altri luoghi cominciavano a scarseggiare. Ma veniamo alla corsa: al canape Drago, Selva, Istrice, Nicchio, Bruco, Civetta, Torre, Giraffa, Pantera e Tartuca. Parte molto forte la Civetta con il fantino Sampieri ma al secondo giro rinviene alla grande la Torre che passa prima e che soltanto sul finire del terzo giro viene insidiata inutilmente dalla Selva. Il rione di Salicotto vince con il fantino Domenico Fradiacono detto Scansino, rifacendosi subito dello smacco subito l’appena trascorso 16 di agosto, quando era stato tradito in modo palese dal proprio fantino. Uno straordinario dunque ben accolto e che fu motivo, se possiamo adoperare un termine attuale, di una consistente promozione turistica. La Torre si porta a casa il drappellone e la città comincia a comprendere cosa significhi essere visitata e conosciuta attraverso proprie iniziative.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty Quando Picasso fu incaricato di dipingere il Drappellone

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 11:52 am

“Rifare Picasso”, un racconto di Vincenzo Coli, illustrazioni di Fabio Mazzieri e Cesare Olmastroni
“Rifare Picasso” è un racconto di pura fantasia scritto nel 2004 dal giornalista e scrittore Vincenzo Coli e comparso al tempo su una rivista locale. Si ipotizzava che alla fine degli anni sessanta il comune di Siena avesse commissionato un drappellone a Pablo Picasso. Quel racconto ha avuto una storia curiosa. Qualche anno fa Fabio Mazzieri, pittore e animatore culturale molto apprezzato, autore del “cencio” del 2 luglio 1985, stava preparando Librartis, mostra del libro d’artista, manufatti sul tema in legno, carta, metalli e tessuti, e volle riesumare questa storia. Commissionò a Coli la riscrittura a pennarello su un quadernone di carta porosa stile primi Novecento e ne illustrò tutte le pagine, affidando le conclusive al talento di Cesare Olmastroni, pittore pure lui autore di due drappelloni, luglio 1982 e agosto 2013. La mostra, che ebbe un certo successo, viaggiò oltreatlantico fino al New Jersey, e quell’esemplare unico di libro ora è custodito insieme alle altre opere nella Biblioteca Giuliano Briganti al Santa Maria della Scala.

Oggi lo riproponiamo per almeno due buoni motivi. Perché è particolarmente attuale (quanto si è discusso quest’anno sul problema dell’iconografia paliesca nel drappellone, sconfinando nella disputa teologica?) e perché rende omaggio a Cesare, artista di qualità eccelsa e uomo straordinario, che a un anno e mezzo dalla scomparsa manca moltissimo ai suoi tanti amici e alla città intera. Buona lettura.

“Il Vecchio portò il dito indice sulla punta della lingua. Un filo di saliva bagnò il polpastrello, che il sedimento di colore tra le creste di epidermide aveva reso abrasivo, abbastanza da ottenere l’effetto chiaroscuro: bastava strofinare leggermente la linea di grafite sulla superficie della carta. Il disegno – un nudo di giovane donna supina – sarebbe diventato una serigrafia. Da più di sei mesi l’uomo non affidava alla fatica del pennello le sue fantasie erotiche. Una pigrizia che a quasi novant’anni poteva permettersi. La settimana precedente, davanti alla cinepresa dell’amico Orson Welles – “Mi serve per un film sui grandi falsari” era stata la richiesta del regista – aveva finto di ritoccare un olio su tela, viso femminile lasciato incompiuto dai tempi del periodo blu, una specie di portafortuna. Si grattò il cranio calvo e spellato da sole, e il leggero prurito che da sempre, chissà perché, ne accompagnava lo slancio creativo, si trasferì all’altezza della pancia, pure gratificata da un energico massaggio. Durante l’estate lavorava sempre restando in mutande, nel suo atelier di Ibiza.

La bella segretaria si affacciò sulla porta.

“Señor Pablo, stanno arrivando gli italiani annunciati dal console”.

“Bueno, Maribel. Falli accomodare nel patio”.

Dalla finestra dello studio vide i due uomini: vestiti molto formalmente in giacca e cravatta, arrancavano lungo il viottolo che dalla spiaggia portava in alto, verso la villa. Li accolse seminudo nella penombra del terrazzo.

Il più anziano dei due, un cinquantenne tozzo, sudato e con gli occhiali scuri, si presentò con la giusta deferenza e il tono della voce enfaticamente impennato sulle iniziali maiuscole.

“Maestro, è un grande onore per noi. Sono Fulgenzio Gillas, Critico d’Arte”. E indicando l’altro: “Le presento il Dottor Amedeo Panizza, Assessore alla Cultura del Comune di Siena”.

“Siena, Toscana, Italia – sfruttò il traino l’Assessore, grassoccio sulla quarantina, gran ciuffo di capelli neri sul naso prominente – I miei omaggi, Maestro. Come Lei sa, la Toscana ha dato i natali a Giotto, Leonardo, Michelangelo, Botticelli, Raffaello…”

“Raffaello è nato a Urbino…” corresse il Vecchio, gli occhi stretti come due fessure.

“Sì, naturalmente, Maestro” deglutì l’Assessore. Il Critico alzò gli occhi al cielo: “Ehm, immagino che il nostro Console le avrà spiegato…”

Maribel planò sul momento di impasse recando tre bicchieri e una caraffa di limonata fredda, che versò con movenze eleganti.

Il Vecchio ne bevve appena un sorso.

“Facciamola breve, signori. Adelante. Voi volete da me un dipinto su stoffa, un drapeau, un pallium, un palio, come lo chiamate. E’ vero?”

“Esatto – rispose pronto l’Assessore – sarebbe un grande onore per la nostra festa, alla quale naturalmente la invitiamo fin da ora…”

“No, no – il Vecchio alzò la mano a schermirsi, e per la prima volta abbozzò un sorriso – Da anni non mi muovo dalle Baleari e dalla Costa Azzurra… Gracias, vi ringrazio lo stesso. Vediamo se posso accontentarvi. Venite con me.”

Li guidò nell’atelier, dove prese a frugare tra tele e cornici, barattoli di colori e pennelli, tutti ammassati in apparente disordine. Trovò subito quello che cercava.

“Questo è uno studio dalle Demoiselles d’Avignon. Potrebbe andare?”

I due gettarono un’occhiata al quadro e si guardarono perplessi.

“Claro que no ve gusta. Allora questo…” – e da un angolo polveroso estrasse un vecchio cartone – E’ un bozzetto preparatorio per Guernica”.

Il Critico tossicchiò imbarazzato.

“Allora questo acquerello – tirò via da uno scaffale un involto in carta giallastra, che aprì disinvoltamente – E’ la prima versione mai esposta al pubblico della Tauromaquia. Esto ve gusta?”

“Ecco, il problema è ….” L’Assessore non sapeva come cominciare.

“Vede, Maestro – lo soccorse il Critico – forse il Console non si è spiegato bene. Il Palio di Siena ha la sua iconografia precisa, dei modelli di rappresentazione secolari e immutabili nel tempo. Con tutto il rispetto, le opere che ci ha mostrato sono bellissime, ma, come dire, ehm, non c’entrano nulla. Abbiamo con noi – estrasse da una cartella due opuscoli e un libretto – un Regolamento, uno Statuto e un saggio sui Palii nella storia. Se volesse prenderne cortesemente visione…”

Depose il tutto su un tavolo, con cautela.

Il Maestro sospirò, quasi divertito. “E’ estate signori, tempo di bagni e di siesta. Non mi va di lavorare. Tornate in novembre, ma non qui: nella mia casa di Vallauris, sulla Costa Azzurra. Forse troverete quello che cercate”.

Una sera d’autunno i due italiani li riportò la pioggia, che si rovesciava sui tetti di Vallauris seguendo i capricci del vento. Scesero dal taxi e persero tempo a cercare l’ingresso della villa, poco appariscente e sottratta agli sguardi indiscreti dalle quinte ingiallite degli alberi.

“Ah, los italianos! Vi aspettavo. Vamos! – esclamò il Vecchio allegramente, quando se li vide davanti, completamente fradici – Ma prima asciugatevi davanti al caminetto”.

Appena furono presentabili, Maribel, la stessa ragazza di Ibiza, li introdusse nella grande sala. Su un tavolo in legno di noce, una lunga banda rettangolare di velluto nascondeva qualcosa.

Il padrone di casa fece segno agli ospiti di avvicinarsi; poi strinse tra indice e pollice di ambedue le mani i pizzi della stoffa, e con un gesto ampio e melodrammatico aprì il sipario.

“Oohh…” Los italianos erano incantati. Su un supporto luminoso di seta bianca, un’epifania trionfante di ricami gialli, rosso carminio, azzurro cobalto, violacei e verde acquamarina, tratti fini e cangianti, intersecavano addolcendola la risoluta compattezza delle linee scure, cui spettava la razionalità della trama.

Il Vecchio era compiaciuto: “Aqui està el milagro, il miracolo che si rinnova: la fiesta, l’amore sacro e l’amor profano, insieme per sempre.” E tacque, spiando la reazione dei committenti.

Il primo a riaversi fu il Critico, che si avvicinò al manufatto e … “Straordinario, Maestro, meraviglioso. La fluidità della pennellata, l’accostamento geniale dei colori. Sono commosso, anche a nome dell’Assessore. Solo che…”

“Solo che?” L’uomo che chiamavano Maestro inarcò le sopracciglia.

“Ecco, mi scusi, sa, ma è la mia professione… Non mi è ben chiara la dislocazione della Madonna: credo sia questo grumo color turchese, il mantello suppongo, che è molto bello ma non è proprio il punto di azzurro previsto dal Regolamento, articolo 4 comma c. E poi non vedo la corona. Non solo: la Madonna sta troppo in basso. Mentre, Lei mi insegna, essendo assunta in cielo dovrebbe stare in alto, sopra le nuvole. E poi, mi scusi ma non vedo i cavalli: questi così magistralmente accennati mi sembrano tori. Eh sì, hanno le corna…”

L’Assessore lo tirò per il fondo della giacca. Invano. Nessuno poteva impedire al Critico di fare il suo mestiere.

“… e poi le Contrade. Mi perdoni, Maestro, ma i simboli delle Contrade dove sono? L’articolo 7 parla chiaro: l’iconografia tradizionale prevede che…”

Il Vecchio, gli occhi neri come tizzoni, lo interruppe bruscamente:

“Maribel, tavolozza e pennello! Adelante!”

Quando la ragazza glieli ebbe consegnati, appoggiò lievemente l’una sull’avambraccio destro e accolse l’altro con la mano sinistra; davanti ai due ospiti impietriti, dopo aver attinto ai colori, con movimenti secchi sparò in rabbiosa sequenza linee secanti e chiazze feroci sull’ordito, impastando le tinte e confondendo i segni delicati del dipinto. Mentre con la voce irata e sempre più tonante sacramentava: “Madre de Dios, spagnoli e italiani hanno combattuto due guerre civili, si sono fatti ammazzare dai loro fratelli e li hanno ammazzati. Per cosa l’hanno fatto? Por la libertad, per difendere la libertà di pensiero e di espressione. Ecco. Volevate il vostro Picasso? Olvìdenlo! Dimenticatelo!”

Ultimato lo scempio, abbandonati sul pavimento tavolozza e pennello, consegnò il panno devastato alla ragazza: “Quémalo, Maribel! Brucialo!”. E uscì dalla sala senza salutare.

Agli italiani, basiti, non restò che tornare in strada, a cercare un taxi sotto la pioggia.

Il giovane pittore Cesare Olmastroni si concentrò sul grande drappo di seta che aveva fissato con cura a un supporto. Ripensava alle raccomandazioni dell’Assessore: “Tutta la città ci guarda, non possiamo deludere le attese. Siamo nelle sue mani”.

Sfogliò per l’ennesima volta il catalogo completo delle opere del Maestro: arlecchini, saltimbanchi, periodo rosa, cubismo. E consultò il taccuino degli appunti lasciatigli dal Critico, per quei pochi secondi in cui aveva potuto memorizzare il Capolavoro Perduto. Infine ripassò mentalmente i canoni della tradizione: le alucce degli angeli, le spennacchiere dei cavalli, il sorriso della Madonna…

“Si fa presto a dirlo… rifare Picasso…” borbottò. E mentre la matita si muoveva leggera sul cartoncino per catturare i primi abbozzi, sentì un prurito leggero, il solito che provava sempre quando dipingeva, partire dalla sommità del cranio e scendergli verso la punta delle dita con l’allegria insolente di un regalo divino”.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty gli “straordinari più straordinari”: i cavalli “sciolti”

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 8:07 pm

Ai contradaioli di fine ottocento piacevano le corse con i cavalli scossi. Forse perché ricordava loro i Palii alla lunga di seicentesca memoria, quelli che attraversavano la città da una parte all’altra. Così nel 1887, dopo i due ordinari, si volle correre il 17 agosto, quando tutto era ancora allestito per l’impegno dell’Assunta. Ecco uno “straordinario più straordinario” per eccellenza, quello appunto dei “cavalli sciolti”. Le dieci prescelte dalla sorte ebbero abbinato un cavallo che fu portato alla partenza dal barberesco. Partono molto forte quelli di Valdimontone, Istrice e Drago e sembravano destinati a contendersi solo loro la vittoria. Invece al terzo giro il cavallo del Valdimontone ha un incidente che lo costringe ad interrompere la corsa e a portarsi verso l’entrone. Quelli di Istrice e Drago imitano il loro collega e si fermano. Piuttosto distante correva quello dell’Aquila che va tranquillamente a vincere il Palio. Un segno dei tempi e della voglia di mettere insieme eventi di altro genere, come se si avesse il timore che da solo il Palio non costituisse una attrattiva solida nemmeno per gli stessi senesi. Come era solito al tempo, la corsa andava infatti di pari passo, e vogliamo dire anche di importanza, con altri eventi che si svolsero a Siena in quei giorni. Dalla Fiera dei cappellai, allo spettacolo di una innovativa macchina pirotecnica, dalle corse dei birroccini in Piazza d’Armi, al congresso degli Agricoltori Italiani, fino alla chiusura del Concorso Agrario Regionale, senza escludere il Gran Festival dei Bambini dell’ex Forte di S. Barbera, con annesso un Gran Galà al Teatro della Lizza con l’opera Rigoletto. Insomma, viva il Palio ma con un occhio di riguardo ad altri modi di intrattenere i senesi. Lo straordinario è anche questo, rovesciare ogni canone tradizionale ed offrire qualcosa di nuovo, soprattutto di inatteso.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty QUANDO L'EROE È IL CAVALLO

Messaggio  jabru il Dom Ott 21, 2018 4:18 pm

Ripercorriamo le carriere vinte dagli scossi dal 1900 ad oggi.



E’ Remorex l’eroe del Palio di ottobre. Il sauro allenato da Massimo Columbu, al terzo successo come preparatore dopo quelli conquistati con Re Artù ed Urban II, dopo la caduta di Tempesta la secondo Casato, è riuscito, non senza qualche iniziale titubanza, a tagliare per primo il bandierino portando al successo la Tartuca, al termine di una carriera forte, cha ha fornito, e fornirà certamente, numerosi spunti di riflessione e di dibattito, anche su fatti non direttamente afferenti ai tre giri di Piazza. La vittoria di Remorex di ieri è stata la ventiquattresima assoluta conquistata da uno scosso, la terza nel XXI secolo, la prima nel decennio corrente. Ripercorrendo i successi degli scossi dal 1900 ad oggi, vediamo come il primo, escludendo il Palio con i cavalli sciolti a perette del 1907, fu quella di Giacca nella Chiocciola nel 1924 che, dopo aver disarcionato Picino al secondo Casato, parò tutta strada gli attacchi di Randellone nella Torre. 5 anni dopo, ecco arrivare il successo di Orfanella nella Giraffa, dalla quale era precedentemente caduto Garibaldi. Dovettero poi passare 19 anni prima di rivedere uno scosso primo: il 2 luglio 1948, la “radiocomandata” Salomé dell'Oca, beffò all’ultimo San Martino Pietrino nell’Istrice. Ancora scossi protagonisti nello straordinario del 28 maggio 1950, con la vittoria del Montone con la menomata Gaia dalla quale era caduto (o forse sceso) Ganascia al Casato finale. E se, nell’agosto 1953 fu il turno di Mitzi, che riportò il cencio nella Selva dopo ben 34 anni di digiuno, e che regalò al Biondo il suo secondo successo cadendo da cavallo, un anno dopo, la grande Gaudenzia, nel suo anno di grazia, fece trionfare i colori della Giraffa, nonostante le numerose nerbate rifilatele dal suo allenatore Vittorino che correva nel Nicchio. Fantino vittorioso nell’occasione fu Veleno I. Gli anni ’50 si conclusero con la vittoria di Uberta nell’Istrice nel 1958dalla quale era caduto Biba. Se negli anni ’60 l’unico scosso ad imporsi f, u il grigio Danubio nella Chiocciola, nel convulso Palio dell’agosto 1964 (fantino Peppinello), gli anni ’70 videro i successi di Panezio, nell’agosto 1973 che, dopo la caduta di Ercolino all’ultimo San Martino, difese a morsi la posizione nei confronti del compagno di scuderia di Marco Polo che correva per la Torre, e la doppietta di Quebel, nel luglio 1976, quando trionfò per la Chiocciola (fantino Valente), nel Palio corso nel fango, nel quale rimase a cavallo il solo Aceto, e nel luglio 1977, per il Montone, dopo la rovinosa caduta di Randa al secondo San Martino. Negli anni ’80, l’eroe fu Benito, che si impose prima, nel luglio 1983 per il Leocorno, con un guizzo improvviso, bruciando Il Pesse nel Bruco, proprio sul bandierino (Fantino Bastiano) poi, sempre ai danni del Bruco nel mitico Palio degli scossi di agosto 1989 per il Drago assieme al Moretto, caduto alla prima curva di San Martino. Il 1989 è stato un anno rimasto nella storia del Palio, in quanto l’unico fino ad oggi nel quale si imposero due scossi: a luglio infatti, toccò a Vipera con il debuttante Bufera, caduto al primo Casato, sfruttare l’incertezza di Pitheos e portare il successo in Vallerozzi dopo 17 anni di attesa. Altra carriera rocambolesca, con 8 cadute e svariati colpi di scena, fu quella dell’agosto 1993. All’ultimo San Martino, l’indimenticabile Mistero, che correva nel Drago, sbatté nel colonninio e cadde, ma Vittorio continuò la sua galoppata facendo nuovamente gioire il rione di Camporegio. Anche Trecciolino, nei suoi 13 successi, può vantarne uno con lo scosso: fu nel 2 luglio 2001, il primo Palio corso con i soli mezzosangue. Bruschelli, con il giubbetto del Leocorno, finì nei palchi al primo Casato, ma il suo Ugo Sanchez, con uno spunto bruciante superò negli ultimi metri Attilax e Velluto della Giraffa. La contrada di Via delle Vergini si rifece ben presto e, nel luglio 2004, Donosou Tou, dal quale caduto Salasso, all’ultimo Casato superò un altro scosso, Vai Go del Bruco, venendo a conquistare il penultimo successo di un cavallo scosso. L’ultimo, quello di ottobre 2018, è storia recente.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty I FESTEGGIAMENTI DEL NOVEMBRE 1650

Messaggio  jabru il Mar Nov 06, 2018 8:13 pm

n onore del granduca, una bufalata ed una carriera alla tonda.



La venuta a Siena del Granduca Ferdinando con la consorte Vittoria Della Rovere, e la loro permanenza in città dal 6 ottobre al 10 novembre, fu celebrata con grandi festeggiamenti, che compresero pure la disputa di una bufalata, l’ultima della storia, disputata il 3 novembre, ed un Palio alla tonda, il giorno 6. I preparativi per il grande evento furono minuziosi, e già a partire dal mese di settembre, vennero emanate ordinanze che prevedevano, tra l’altro, la sospensione di tutte le cause e le esecuzioni civili per permettere ai magistrati quattro giorni di ferie, mentre agli abitanti delle zone interessate dal passaggio della carovana granducale veniva fatto obbligo di abbellire ed illuminare finestre e balconi. I “legnaioli” ed i muratori addetti alla costruzione dei palchi in Piazza, erano invece avvisati di rispettare tutte le misure in tema di sicurezza e di stabilità nell’erezione dei palchi stessi. Con due bandi, datati 1 e 2 novembre, si fissavano le regole della bufalata e del corteo: fu così disposto che i figuranti sarebbero entrati in Piazza dall’attuale Chiasso Largo e, dopo aver percorso la pista in senso contrario a come avviene oggi, rendendo omaggio ai sovrani affacciati al balcone del palazzo Chigi Zondadari, sarebbero dovuti accedere all’interno della conchiglia dove furono innalzati degli appositi palchi loro riservati; il tutto sotto l’inappellabile autorità del Maestro di Campo Giovanni Battista Piccolomini che, a cavallo, controllava l’andamento e dettava i tempi del corteo. Una dettagliatissima descrizione di Guglielmo Palmieri ci illustra l’intera composizione del corteo: le comparse delle 6 contrade partecipanti (Lupa, Oca, Drago, Chiocciola, Torre, Onda) erano composte da trombetti, tamburini, alfieri, dagli illustri protettori a cavallo riccamente vestiti, dal carro allegorico rappresentante scene mitologiche o ispirate alla storia antica, preceduto o seguito da “cartellanti” che, con cartelli in mano, illustravano il tema dell’invenzione, ed infine la bufala con i pugilatori al seguito. Concluso il corteo e sgomberata la pista, fecero ingresso le bufale e, dopo 3 squilli di tromba, dall’altezza del vicolo di San Paolo, fu dato il via alla corsa. Giunse prima al traguardo la bufala della Chiocciola e la contrada conquistò così il prezioso Palio di broccato d’oro del valore di 140 scudi con fodera di taffetà bianca e nera e le insegne dei sovrani, oltre ad un premio in denaro di ben 1000 lire. Terminata la corsa, fu consegnato alla Torre il masgalano, un bacile in argento del valore di 60 scudi per la miglior comparsa, mentre all’Oca andò il premio per la miglior invenzione. I festeggiamenti non finirono qui in quanto, domenica 6 novembre, tra le stesse contrade partecipanti alla bufalata, fu disputato un Palio alla tonda con i cavalli. Sullo svolgimento di questo Palio le notizie sono poche e frammentarie, e sappiamo solo che, al termine di 4 giri di Piazza, uscì vincitore il fantino Mone per il Drago, che si aggiudicò così un drappellone di damasco cremisi con fregio bianco e fodera di taffetà bianco e nero.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty MEMORIE PALIESCHE A CAVALLO DI TRE SECOLI

Messaggio  jabru il Mer Nov 14, 2018 8:56 pm

Episodi curiosi tra ‘500 e 700.



Per molti anni il Palio del 15 agosto 1581, al quale partecipò pure la villanella Virginia Tacci, la prima ragazza a correre una carriera, è stato considerato dagli storici il più antico disputato con i cavalli dalle contrade. Studi più recenti ed approfonditi hanno invece dimostrato come la prima carriera con i cavalli con la partecipazione delle contrade di cui si ha notizia fu quella del 20 maggio 1581. In quegli anni, le contrade erano solite organizzare Palii rionali con asini o cavalli per festeggiare il santo patrono. Nel maggio 1581, fu la Giraffa ad indire una carriera rionale nella ricorrenza di San Bernardino, alla quale furono invitate le altre consorelle. Dai documenti di allora sappiamo che vi parteciparono, tra le altre, Civetta, Oca ed Elefante. Fu la Civetta, con il cavallo del conte Barbolani di Montauto ad aggiudicarsi il prezioso drappellone messo in palio, mentre il masgalano per la miglior comparsa andò all’Oca.

Sempre a proposito della Civetta, la contrada del Castellare vinse il Palio di luglio del 1761 ma si rifiutò di organizzare la ricorsa di agosto. Fu così la Lupa ad accollarsi le spese per la carriera. A quel Palio aderirono 14 contrade; tra di esse troviamo, per la prima volta in assoluto, la contrada della Quercia, espressione della compagnia militare di Monastero, il cui territorio si estendeva fuori Porta San Marco, e che aveva fino ad allora partecipato alle varie feste unitamente alla Chiocciola. La proposta di questa nuova realtà scatenò le vibranti proteste delle altre 13 che minacciarono addirittura il ritiro nel caso di imbossolamento della Quercia per l’estrazione delle 10 partecipanti al Palio. La reazione delle contrade spiazzò tanto la Biccherna, che addirittura rinviò di qualche giorno il sorteggio, quanto i dirigenti della stessa Quercia che, onde evitare ulteriori problematiche, optarono per un ritiro spontaneo della propria candidatura, e da quel giorno la Quercia non propose più alcuna richiesta di partecipazione al Palio.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty LA VITA SPERICOLATA DEI FANTINI OTTOCENTESCHI

Messaggio  jabru il Mar Nov 20, 2018 7:42 pm

Beniamino, Vincenzo Cappelli e Mangia, tra Campo e tribunale.



Oggi ci occuperemo di 3 fantini ottocenteschi passati alla ribalta non certo per le loro vittorie sul tufo ma per fatti di cronaca nera. Bernardino Calvellini, detto Beniamino, è stato l’unico fantino figlio di un dirigente di contrada a correre in Piazza; suo padre infatti ha ricoperto la carica di capitano della Selva nei primi dell’800, ma ciò non è comunque servito al figlio per sfondare nel mondo del Palio. Beniamino corse solo la carriera con tutte e 17 le contrade del 18 agosto 1842 per la Pantera, e della sua prestazione non c’è rimasta traccia egli annali. Il Calvellini è invece piuttosto citato nei racconti giudiziari del tempo: rissoso, bestemmiatore e giocatore d’azzardo incallito, Beniamino fu più volte incriminato per furto (pare che amasse molto i cavoli…) ed in molte occasioni finì agli arresti per violenze verso la moglie. La sventurata consorte di Beniamino altri non era che la figlia di un altro fantino di Piazza, tale Vincenzo Cappelli, 4 carriere corse tra il 1806 ed il 1809. Stanco di vedere la figlia seviziata dal marito, Cappelli, l’8 dicembre 1828, ne prese le difese, ma il violento Calvellini, per tutta risposta, colpì il Cappelli a mattonate, ferendolo gravemente alla testa, a dimostrazione che all’epoca i fantini non erano rivali solo sul tufo; tale gesto costò a Beniamino l’ennesimo viaggio in galera.

Chi invece fece la conoscenza del carcere ben prima di esordire in Piazza fu Angelo Bartalozzi, detto Mangia, 2 Palii corsi, il 18 agosto 1841 per la Giraffa ed il 15 agosto 1848 nella Lupa. A soli 13 anni infatti Bartalozzi si recò con un compare in un campo fuori Porta Ovile a rubare l’uva. Terminata la loro “spesa”, i due cominciarono a litigare per la spartizione del bottino che Mangia non voleva dividere con il compagno. Ne scaturì una violenta rissa, al culmine della quale il futuro fantino, prima colpì l’amico con una canna, poi lo ferì con una coltellata. Ed il giovane Angelo, che sognava scorpacciate d’uva, si dovette accontentare dei miseri pasti a base di pane ed acqua delle carceri.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty PILLOLE SETTECENTESCHE

Messaggio  jabru il Lun Nov 26, 2018 7:54 pm

Aneddoti ed episodi curiosi del XVIII secolo



Molti contradaioli ricorderanno certamente l’atipico Palio di agosto 2002, quando la tratta fu spostata al giorno 14 per maltempo. Un identico episodio si registrò anche 207 anni prima, ma le cause di quel rinvio furono ben differenti. Nell’agosto 1795 infatti, le operazioni della tratta furono posticipate al giorno successivo vista la mancata presentazione, la mattina del 13 agosto, di un numero sufficiente di cavalli per procedere all’assegnazione. Ciò avvenne per una protesta dei cavallai dell’epoca che ritenevano inadeguata l’entità della “vettura”, cioè della somma che la Comunità elargiva ai proprietari per il noleggio dei cavalli per i 4 giorni e che ammontava ad 8 lire. Dall’anno successivo, nonostante le vibranti rimostranze dei capitani di contrada, al fine di evitare il ripetersi di tali inconvenienti, la vettura fu elevata a 12 lire.

Questioni economiche sono alla base anche del secondo episodio che vogliamo raccontarvi, e che vide coinvolta l’Aquila. Nel 1718, la contrada del Casato, dopo lungo tempo, fu riammessa a partecipare alle carriere, e l’anno successivo vinse subito il suo primo Palio, il cui drappellone è il più vecchio tutt’oggi conservato nei musei di contrada. L’Aquila, non avendo all’epoca una sede stabile, decise di festeggiare nella chiesa di S. Pietro in Castelvecchio, dove aveva effettuato pure la benedizione del cavallo. Nel 1749, l’Aquila vinse ancora, ma al termine della corsa sorse una diatriba con il Drago circa l’assegnazione della vittoria stessa, che fu definita, a favore dell’Aquila, solo nel dicembre successivo. Risolta positivamente la questione, i dirigenti aquilini decisero di donare la metà del premio incassato, pari a 20 lire, alla chiesa di S. Pietro in Castelvecchio “per gli incomodi sofferti nel benedire il cavallo ed in altre occasioni”. Ma questa bella offerta fu sdegnosamente rifiutata dal parroco in quanto ritenuta inidonea; il prelato sostenne infatti come nella precedente vittoria la contrada avesse donato 10 scudi, cifra ben più alta delle 20 lire proposte in quel 1749. Così l’Aquila decise a malincuore di abbandonare la chiesa, ma non fece i conti con l’ostinato sacerdote che, per tutta risposta, sequestrò il drappellone ancora conservato in chiesa, chiedendo come “riscatto” proprio 10 scudi. La querelle tra la contrada ed il prete andò per le lunghe ma si risolse in favore dell’Aquila che, alla fine, riottenne il cencio, mentre il parroco dovette accontentarsi delle sole 20 lire, che furono le ultime che riscosse, poiché la contrada, nella successiva vittoria del 1753, andò a cantare il Te Deum alla chiesa del Santa Maria della Scala mentre, a scanso di equivoci, il Palio fu riposto a casa di uno dei più importanti protettori dell’epoca, il Cavalier Pecci.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty 2 LUGLIO 1986

Messaggio  jabru il Lun Dic 03, 2018 6:41 pm

La vittoria di Falchino ed Ogiva, nel ricordo di Ghigo Giannelli

La scorsa settimana è venuto a mancare Enrico Giannelli, persona conosciutissima in città, memoria storica del Palio e punto di riferimento del suo Drago, per il quale aveva ricoperto svariata cariche, compresa quella di capitano, dal 1982 al 1987, riportando la vittoria in Camporegio dopo ben 20 anni di digiuno, il 2 luglio 1986.

La tratta non sorrise al Drago: i pronostici della vigilia vedevano infatti come grandi favorite la Torre con Benito e Bastiano, l’Onda con Amore e Cianchino, il Montone con Baiardo ed Il Pesse, la Civetta con Figaro ed Aceto, la Chiocciola con l’inedita Vipera e Bazzino ed il Nicchio con Brandano ed il debuttante Massimino. Il Drago, con la modesta Ogiva e Falchino, assieme alla Tartuca con Ciriaco e Moretto, al Leocorno con Mariolina e Rino ed al Bruco con Paco e Bucefalo, che sostituì l’infortunato Spillo, sembravano tagliate fuori dal discorso vittoria, vista la presenza di così tanti bomboloni. La mossa di quel 2 luglio regalò subito una sorpresa: Aceto ricevette infatti un calcio da Ogiva, uscì dai canapi e si sdraiò a terra dolorante. Cavalli e fantini tornarono all’Entrone e, quando scoppiò nuovamente il mortaretto, la Civetta non si ripresentò. Il tempo di rientrare tra i canapi ed il Leocorno, senza più l’ingombrante presenza della rivale, entrò di rincorsa. Nicchio ed Onda furono le più svelte ad uscire dai canapi, Bastiano invece fiancò con un attimo di anticipo e rischiò la caduta. Massimino condusse per tutto il primo giro; dietro di lui, Chiocciola e Montone guadagnarono posizioni, mentre il Bruco sbatté nei palchi del Casato coinvolgendo nella caduta anche Tartuca e Leocorno. Al secondo San Martino iniziò la battaglia tra Onda e Nicchio. Cianchino affiancò Massimino che provò a difendersi con il nerbo, ma al Casato, un suo allargamento fu decisivo per il Palio del Nicchio, ma anche per quello del Montone, che rimase suo malgrado danneggiato dalla traiettoria presa dal Coghe. Di tutto ciò provarono ad approfittare Chiocciola e Torre che si avvicinarono alla testa. Falchino ed Ogiva intanto seguivano staccati di alcuni colonnini e sembravano fuori dalla contesa. All’ultimo San Martino è sempre l’Onda a condurre tallonata dalla Chiocciola. In terza posizione, ecco sbucare il Drago che, nell’affrontare San martino, con una gran traiettoria interna, infilò 3 contrade. Il Palio si decise al Casato finale. La Chiocciola si buttò all’esterno, il Drago scelse ancora traiettorie basse e questa fu la decisone vincente. L’arrivo fu clamoroso, con tutte e sei le contrade rimaste in corsa racchiuse in un fazzoletto. Con grande sorpresa di tutti, probabilmente anche degli stessi dragaioli, fu Falchino a tagliare il bandierino a nerbo alzato, conquistando così una vittoria che, almeno fino a pochi secondi prima, sembrava irraggiungibile.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty FILUSELLA

Messaggio  jabru il Lun Dic 17, 2018 8:00 pm




STORIA DEL PALIO: FILUSELLA
News inserita il 17-12-2018
L’indisciplina del giovane Egidio Bini.



La storia del Palio è ricca di personaggi “minori” che, pur non avendo mai vinto hanno comunque lasciato tracce negli aneddoti palieschi. Tra di essi si può benissimo annoverare l’empolese Egidio Bini detto Filusella, 11 Palii all’attivo e nessun successo, ma un inizio di carriera a dir poco turbolento. Filusella debuttò in Piazza nel luglio 1878 per la Chiocciola, un Palio iniziato con un episodio insolito, vale a dire la rinuncia a correre dell’Aquila che avrebbe dovuto partecipare d’obbligo e, per questo motivo, furono estratte 4 contrade. La sera del Palio si dovettero dare 2 mosse (cosa inconsueta per l’epoca), prima di quella valida, a causa dell’indisciplina dei fantini che non rispettavano gli ordini dei mossieri. La partenza buona vide lo scatto di Pirrino nell’Onda che, fino a terzo Casato, respinse ogni attacco portatogli da Nula della Selva. Tra i due litiganti, come sempre, è il terzo a godere, ed il Palio fu alla fine vinto da Marzialetto per il Drago. I fantini che provocarono i vari abbassamenti di canape furono sanzionati dal Comune; tra di essi c’era il nostro Filusella che, al debutto, si prese subito un Palio di squalifica per aver spinto anzitempo il proprio cavallo. Scontata la sospensione, Bini si ripresentò sul tufo il 16 agosto 1879, stavolta con il giubbetto dell’Istrice. Anche nell’occasione la gestione della mossa fu alquanto difficoltosa, a causa dei fantini che fiancavano i loro barberi prima del previsto. Durante la prima mossa caddero 3 contrade e Citto della Pantera svenne e fu condotto in ospedale. Al secondo tentativo, stessa sorte toccò a Girocche del Drago. Fu allora deciso di condurre ugualmente al canape i due cavalli rimasti senza fantino e farli partecipare lo stesso alla carriera, che fu vinta dalla Selva con Bachicche. Nei giorni successivi, le squalifiche fioccarono pesanti. Filusella, che probabilmente non aveva ancora ben capito le regole della mossa, ne fu nuovamente coinvolto e, in quanto recidivo, fu sospeso per ben 3 anni. Esaurita la pena, Filusella tornò nuovamente a correre il Palio e, una volta imparata la lezione, proseguì la sua seppur breve carriera senza subire ulteriori provvedimenti sanzionatori. Fino al 16 agosto 1889 Egidio Bini disputò altre 9 carriere (3 nell’Istrice, una a testa per Giraffa, Pantera, Nicchio, Leocorno, Civetta ed Oca), montando quasi sempre cavalli definiti pessimi dai cronisti dell’epoca. Solo nel luglio 1889, nella Civetta, poté montare un soggetto discreto, ma la sua corsa si concluse prematuramente con una caduta al primo San Martino.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty 17 AGOSTO 1966 (SECONDA PARTE)

Messaggio  jabru il Lun Dic 31, 2018 8:41 pm

Concludiamo il racconto di una delle carriere più burrascose dello scorso secolo.



Riprendendo la narrazione degli eventi del mitico Palio dell’Assunta 1966, arriviamo così alla sera del 16 agosto, quando il mossiere Pesciatini chiamò le contrade nel seguente ordine: Oca, Tartuca, Montone, Onda, Torre, Leocorno, Istrice, Chiocciola, Drago e Civetta di rincorsa. Alcune contrade forzarono la mossa, il mossiere sganciò il canape ed azionò il mortaretto, che venne però ignorato da diversi fantini che compirono oltre un giro di Piazza prima di essere fermati dall’intervento delle guardie che si erano schierate in mezzo alla pista e dagli spettatori che si sbracciavano dai palchi. Fu così aperta la seconda busta che vedeva di rincorsa l’Onda. Appena il Gentili fiancò, Oca, Torre e Tartuca furono le più veloci a scappare dai canapi. Poco prima dell’arrivo dei cavalli a San Martino, con grave ritardo, scoppiò di nuovo il mortaretto, ma anche stavolta i fantini proseguirono la carriera. A San Martino cadde il Montone, al Casato stessa sorte toccò alla Torre, con Topolona che proseguì scossa prendendo la testa al successivo passaggio da San Martino, superando l’Oca, che andò a dritto al Casato. Un nuovo scoppio di mortaretto convinse i fantini a fermarsi con conseguente ritorno all’Entrone. All’interno della Corte del Podestà si notò subito l’assenza del Morino, il fantino della Torre che, dopo la caduta, fu portato via da Piazza in ambulanza. A norma di regolamento, la contrada di Salicotto sarebbe stata esclusa dal Palio, ma i torraioli si ribellarono, invadendo la pista, alzando gli steccati, rovesciando i materassi, il tutto mentre il barbaresco conduceva via Topolona. Con una situazione così elettrica, correre il Palio era praticamente impossibile e le autorità decisero di rinviare tutto al 17. Nella notte, dopo un lungo confronto tra i capitani ed il commissario prefettizio Paladino, fu stabilito, con una evidente forzatura del regolamento, di sorteggiare di nuovo le tre buste per l’ordine alla mossa, invece di ripartire dalla terza mossa. Quando, la sera seguente, alle 18.30, cavalli e fantini tornarono ai canapi, l’ordine di chiamata fu il seguente: Onda, Montone, Istrice, Torre, Oca, Civetta, Tartuca, Chiocciola, Leocorno e Drago di rincorsa. Per ben 3 volte il mossiere dovette abbassare il canape a causa delle riottosità di Topolona, il quarto abbassamento fu invece causato da una forzatura del Leocorno. Fu nuovamente cambiata la busta e stavolta a dare la rincorsa fu l’Oca. Una prima partenza venne annullata, successivamente cadde il Drago per uno scarto di Arianna, e questo incidente costò al Bazza la frattura della spalla; per il rione di Camporegio, le speranze di fare cappotto finirono lì. La terza busta, la quinta aperta in due giorni, fu finalmente quella buona. La Civetta, di rincorsa, entrò senza indugi e la carriera dopo numerosi tentativi andati a vuoto, poté così andare in scena. Partirono prime Oca e Chiocciola, Aceto nell’Istrice si fece trovare impreparato ed addirittura rinunciò a correre, mentre la Torre cadde poco prima della Fonte. Al primo Casato, Ercole, cavallo dell’Oca, ripeté lo stesso scherzo fatto a Lazzero il giorno prima, non voltando, dando così via libera alla Chiocciola, seguita dall’Onda e dalla Civetta. I restanti due giri divennero una questione a due tra Canapetta e Ciancone, con quest’ultimo che provò in ogni modo a superare la Chiocciola, ma Canapetta, difese a suon di nerbate, sin sul bandierino, la sua prima posizione, riportando il cencio in San Marco dopo soli 2 anni ed impedendo al Gentili di rientrare con un clamoroso successo. Nei giorni seguenti alla carriera, la giustizia paliesca non fece sconti a nessuno: la Torre fu squalificata per due Palii, al Montone fu comminato un Palio di sospensione; una carriera anche per Aceto, per avere rinunciato a correre, e per Mezzetto, per reiterate forzature alla mossa. Peggio andò i barbareschi di Torre, Oca, Montone e Drago, tutti squalificati per 4 Palii.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty ACCADDE UN SECOLO FA

Messaggio  jabru il Mar Gen 08, 2019 8:39 pm

Il 1919 fu un anno importante per la nostra festa perché si tornò a respirare aria di Palio dopo gli anni bui della Grande Guerra. Vennero fatte diverse proposte per la disputa di un Palio straordinario per festeggiare la ritrovata pace che secondo alcuni si sarebbe dovuto disputare per la domenica in Albis, secondo altri nell’anniversario della dichiarazione di guerra, il 24 maggio, per altri ancora il 2 giugno, per la festa dello Statuto Albertino. Il magistrato delle Contrade, vuoi per motivi economici, vuoi per non alterare l’ordine cronologico delle carriere, decise di non farne di nulla, cosicché il primo Palio post bellico fu quello di luglio 1919, detto Palio della Vittoria, con le contrade che avrebbero dovuto correre d’obbligo nel luglio ’15 affiancate dalle tre estratte il 4 giugno. Il 29 giugno, giorno della tratta, le operazioni non iniziarono nel migliore dei modi: all’ora stabilita, infatti, si presentarono 14 cavalli e….nessun fantino per correre le batterie, tant’è che l’autorità comunale dovette emanare un’ordinanza d’urgenza con la quale si vietava la disputa del Palio ai fantini che non si fossero iscritti per la tratta. Risolto l’inconveniente, furono corse le batterie ed assegnati i cavalli; i migliori toccarono a Chiocciola, Aquila e Torre, e queste tre contrade furono le protagoniste non vincitrici del Palio. Picino e Nappa, rispettivamente fantini di Chiocciola ed Aquila, si odiavano per questioni di donne e fecero sfociare i loro rancori nella carriera. Al primo Casato Nappa cadde trascinandosi dietro il Meloni, e ciò compromise pure la corsa di Randellone della Torre che li seguiva a breve distanza, il tutto a vantaggio di Cispa nel Leocorno che si aggiudicò il cencio. Per l’occasione, come già ricordato nei nostri articoli che precedettero il Palio dello scorso 20 ottobre, fu istituita la sbandierata della Vittoria, su proposta di Augusto Pacini che, dalle colonne della Vedetta Senese, avanzò la proposta di effettuare, al termine del corteo storico, una sbandierata collettiva “dalla Cappella al principio di via Giovanni Dupré….al suono riunito dei 17 tamburi e allo squillare delle chiarine…..innalzando poi tutti i vessilli in segno di festa e di esultanza ai nuovi destini della patria”. Ad agosto, la vittoria arrise alla Selva, in un Palio passato alla storia per i fatti di sangue che lo caratterizzarono. La mattina della provaccia, l’alterco in corsa tra Bubbolo, fantino della Tartuca, e Randellone della Selva, ingaggiato per ostacolare proprio Bubbolo che in una prova precedente aveva disarcionato il fantino selvaiolo Felli, si trasformò in una zuffa che proseguì sul tufo coinvolgendo pure i due popoli. I fantini furono squalificati seduta stante, e nel pomeriggio, nel tentativo di far chiarezza, Bubbolo, scortato da alcuni familiari, si recò in Vallepiatta, dove ricevette un’accoglienza ostile, culminata con una coltellata inflittagli da un noto selvaiolo. La contrada di Vallepiatta, come detto, vinse il Palio con il Moro, reclutato all’ultimo istante, ma la “maledizione di Bubbolo” si scatenò impietosa sulla Selva, che riassaporò il successo solo nel 1953. Anche se non fu corso nessuno straordinario, in realtà, in quel 1919, un terzo Palio fu comunque disputato. Il 17 agosto, in onore dei principi Filiberto, duca di Pistoia ed Adalberto, duca di Bergamo, fu effettuata la seconda carriera a sorteggio, meglio nota come carriera a sorpresa, della storia, un Palio che ebbe il suo inizio ed il suo epilogo nel giro di un paio di ore. Ma come funzionava questo Palio? Il regolamento di allora ci da’ una mano a chiarire le idee. Alle ore 18 del 17 agosto si riunirono in una sala di Palazzo Pubblico i capitani delle contrade che, come primo atto, scelsero, accanto ai fantini che avevano corso il Palio ordinario del 16 agosto, altri colleghi da ammettere al sorteggio tra tutti quelli precedentemente iscritti, in base alle loro capacità. I cavalli che avrebbero corso sarebbero stati gli stessi del giorno precedente, salvo indisposizioni. Essi sarebbero stati condotti nell’Entrone e numerati con un numero progressivo. Successivamente, predisposte nella sala comunale 4 urne, il Sindaco procedeva all’estrazione della prima contrada, il cui capitano avrebbe estratto dalle altre urne il nome del proprio cavallo e del proprio fantino, per poi recarsi nuovamente alla prima urna per estrarre la seconda contrada, e così via fino al completamento delle dieci. Terminato il sorteggio, i nomi delle fortunate sarebbero stati imbossolate nella restante urna per l’estrazione dei posti al canape. I fantini, che furono chiusi e sorvegliati in un’altra ala di Palazzo, furono avvisati dell’esito del sorteggio; quelli estratti furono accompagnati nell’Entrone, ed una volta vestiti giubbetto e pantaloni, furono mandati alla mossa. Il popolo in Piazza fu invece avvisato mediante l’esposizione delle bandiere delle contrade estratte alle trifore di Palazzo e con l’indicazione del numero del cavallo negli appositi tabelloni. Come nell’edizione del 1909, il Palio a sorpresa fu vinto dall’Oca con il fantino Testina che, ironia della sorte, aveva corso il Palio ordinario del 16 nella Torre e che i dirigenti torraioli avevano comprato (o così almeno credevano) per evitare problemi di purghe, organizzando pure la sua fuga per mezzo di una carrozza parcheggiata a San Martino, e che avrebbe dovuto prendere già al primo giro. Ma Testina, allettato dalla cospicua cifra offertagli dall’Oca, non entrò mai in quella carrozza, e montando Mozza, concluse vittorioso i tre giri.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty 2 LUGLIO 1937

Messaggio  jabru il Gio Gen 17, 2019 10:57 pm

L’accordo svelato favorì la vittoria della Lupa.

Storia del palio - Pagina 2 Foto1937luglio
Alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo, subito dopo lo scioglimento del TONO, si costituì una nuova alleanza tra quattro contrade (Aquila, Drago, Lupa e Montone), detta la “piccola quadruplice”, che portò alle componenti numerosi benefici, non solo per ciò che riguarda le vittorie sul Campo, ma anche sotto il profilo economico. Visti i ripetuti successi della piccola quadruplice, la Torre, che non vinceva dal 1910, e che in più di un’occasione aveva sfiorato la vittoria, riuscì nell’autunno del 1936 ad avvicinarsi a questo particolare sodalizio, al fine di poter finalmente conquistare l’agognato cencio.
Il Palio del 2 luglio 1937 avrebbe dovuto essere quello dell’apoteosi torraiola, ma la tratta scompaginò tutte le carte in tavola. Nella stalla di Salicotto finì infatti la modesta Masina, che venne affidata a Bubbolino, mentre i cavalli migliori, Ruello, Folco e Aquilino andarono rispettivamente a Onda, Lupa e Tartuca. La dirigenza torraiola non si scoraggiò ed a suon di biglietti da mille provò a sistemare le cose, piazzando Tripolino nella Lupa e lo Sgonfio nell’Aquila, promettendo altresì cospicue somme di denaro alle altre consorelle in caso di vittoria. Ma il patto, che ovviamente doveva restare segreto, fu incautamente svelato: si narra infatti che l’euforia giocò un brutto scherzo al priore della Torre che, nelle notte precedente la carriera, durante una partita a carte ai Rozzi, divulgò inavvertitamente alcuni dettagli dell’accordo che, in pochi minuti, si diffusero a macchia di leopardo in tutta la città, mandando a monte un anno di lavoro della dirigenza. Infatti, nell’immediatezza del Palio, Tripolino, senza neppure troppe spiegazioni, fu esortato a tirare a vincere dalla sua dirigenza, e lo stesso accadde ad altri fantini. Alla mossa, comunque, le cose sembravano mettersi bene per la Torre; aiutato dal fedele Sgonfio che spinse tutti verso il basso, Bubbolino, di rincorsa, riuscì a cogliere la miglior partenza possibile, prendendo in pochi metri la testa seguito da Pietrino nell’Istrice che si limitava a guardare le spalle alla Torre, senza portarle nessuna attacco. Ma nell’ultimo giro, Tripolino spinse a fondo Folco che, con un passo superiore, superò in poche battute Istrice e Torre, riportando così il drappellone in Vallerozzi. Il dopo palio fu assai turbolento con i torraioli delusi che diedero sfogo alla loro rabbia invadendo le strade della Lupa inscenando violenti scontri con i lupaioli. Alla fine però, i più delusi furono i fantini che, con la vittoria della Lupa finirono con l’incassare molti meno soldi di quelli che avrebbero senz’altro messo in tasca con la vittoria di Salicotto.
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Storia del palio - Pagina 2 Empty 1903

Messaggio  jabru il Mar Feb 19, 2019 10:55 pm

Due carriere caratterizzate da piccoli e grandi incidenti.

Storia del palio - Pagina 2 Imm_1903a
Oggi facciamo un bel balzo indietro nel tempo, fino al 1903, anno in cui furono disputate due carriere ricche di imprevisti e di eventi degni di essere ricordati.
La tratta del Palio di luglio favorì Nicchio, Drago e Leocorno, ma poche erano le contrade tagliate fuori dai pronostici. Le prove furono caratterizzate da numerose cadute e da incidenti vari: nella terza prova, ad esempio, finirono sul tufo Fulmine della Chiocciola e Gaggia della Selva, e furono sostituiti rispettivamente da Scansino, proveniente dal Nicchio, e da Martellino. La prova generale fu corsa dopo l’acquazzone che costrinse ad annullare la prova del mattino, e le cattive condizioni del tufo (le cronache dicono addirittura che davanti alla Fonte non c’era più la terra e si vedevano le lastre!) provocarono la caduta di Zaraballe del Drago, con relative polemiche dei dragaioli. Anche la carriera non fu priva di colpi di scena, a partire dalla mossa. Appena chiamati i primi 5 cavalli, ci fu infatti  una forzatura collettiva. Il mossiere Fabbrini fu bravo ad abbassare prontamente il canape, issando subito la bandiera verde, allora segnale della mossa invalidata, ma i fantini proseguirono al galoppoPallino, fantino della Giraffa, cadde alla Fonte e rischiò di essere travolto dai cavalli. Tornati all’Entrone, Pallino non voleva rimontare e fu convinto dai dirigenti dopo una lunga trattativa. La seconda mossa, che vide il Nicchio, uno dei cinque che non aveva rispettato la bandiera verde, presentarsi con il cavallo vistosamente zoppicante, fu rapida e vide diverse contrade contendersi la testa, mentre la Civetta cadeva subito. Drago e Montone diedero vita ad un duello fatto di sorpassi e nerbate. Alla fine la spuntò il Drago, che prese definitivamente la testa al secondo S. Martino, mentre Picino nel Montone dovette resistere all’attacco della Torre che stava rinvenendo forte e, per non aver fatto passare il fantino di Salicotto, il Meloni fu aggredito dopo il bandierino e colpito al volto con un oggetto appuntito, riportando ferite per 8 giorni di prognosi.
Ad agosto, la sorte favorì invece il Bruco, che si affidò prima a Testina, ceduto poi all’Onda, ed in seguito a Pallinola Chiocciola che montò Popo, la Civetta con Pioviscola ed il Drago che sognava il cappotto ancora con Zaraballe. La sera del Palio, al termine della passeggiata storica, si verificò una svista colossale che poteva costare caro a cavalli, fantini e spettatori: venne infatti aperto, come succedeva sempre a quell’epoca, il cancello di S. Martino in modo da consentire alla moltitudine di persone che era rimasta fuori di poter accedere alla conchiglia, ma nello stesso momento, scoppiò il mortaretto che chiamava le contrade sul tufo. I cavalli furono incredibilmente fatti entrare ai canapi che la pista era ancora piena di persone, e solo una forzatura al canape, con conseguente mossa falsa, consentì di far accedere tutte le persone in Piazza senza troppi problemi. Proprio a causa di questa forzatura, ci fu la caduta di Piovoscola  che restò a terra svenuto. Riportato all’Entrone, egli era intenzionato a non rimontare, e solo i carabinieri lo convinsero a tornare sui suoi passi. Nella seconda mossa, l’Oca con Lina ed Angelo Montichiari detto Spansiano prese la testa, seguita da Montone e Drago. Spansiano controllò facilmente fino al terzo giro, quando si presentò minaccioso il Bruco, ma Pallino cadde all’ultimo Casato, proprio quando stava sferrando l’attacco decisivo, spianando così la strada al Montichairi che festeggiò così il primo successo sul tufo.
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Storia del palio - Pagina 2 Empty BICCHIERINO

Messaggio  jabru il Lun Feb 25, 2019 7:51 pm

La breve carriera di Pietro Tarquini.

Storia del palio - Pagina 2 Bicchierino
Pietro Tarquini era un garzone di Montepulciano che, poco più che adolescente e con il simpatico soprannome di Bicchierino, ebbe il suo momento di gloria in Piazza vincendo il Palio di luglio del 1844 nel Nicchio. Il fantino poliziano, che aveva esordito nell’agosto precedente, sempre con i colori del Nicchio, e che era conosciuto anche con l’inquietante nomignolo di Morticina, quella sera del 2 luglio 1844 aveva appena 13 anni ed 8 mesi, ma riuscì ad imporsi al termine di una carriera spettacolare, condotta con la maestria di un veterano anche se, in un primo momento, emersero tutte le paure e le debolezze di un ragazzino quale effettivamente era. La vittoria di Bicchierino non fu infatti una passeggiata, in quanto il Tarquini, appena arrivato al canape, fece subito conoscenza con il duro tufo di Piazza, cadendo a terra, a causa di una forzatura, assieme a Betto ed a Partino Maggiore, rispettivamente fantini di Oca e Selva. Il cavallo del Nicchio, liberatosi del fantino, riuscì a passare sotto al canape, fuggendo in libertà e venendo ripreso solo al Chiasso Largo. La caduta colpì assai il giovane Tarquini che quando rimontò a cavallo era ancora in lacrime per lo spavento. La paura passò ben presto e, una volta data la mossa, Bicchierino, partito attardato, diede vita ad una rimonta sensazionale, resistendo alle nerbate dei più anziani colleghi e riuscendo ad avere la meglio di vecchi volponi della Piazza quali Gobbo Saragiolo, Campanino, Gigi Bestia e Figlio di Bonino, che fu l’ultimo ad arrendersi. E per celebrare questa prestazione, i nicchiaioli, omaggiarono il giovane eroe con due sonetti distribuiti in città il giorno successivo alla carriera, durante il giro di omaggio alle consorelle. Poche settimane dopo il Palio di luglio, come emerge dalle cronache dell’epoca, si diffuse la voce della morte del Tarquini, a causa delle lesioni provocate dalle tante nerbate ricevute in corsa; ma quella fu solo una falsa notizia, in quanto Bicchierino fu regolarmente al canape nel Palio di agosto per l’Onda. Negli anni successivi, Pietro Tarquini corse altre 6 volte, esattamente per Nicchio, Bruco, Istrice per il quale sfiorò la vittoria nel 1846, Civetta, Torre e Montone, concludendo la sua breve carriera il 16 agosto 1850.
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Storia del palio - Pagina 2 Empty 16 agoto 1996

Messaggio  jabru il Ven Mar 01, 2019 7:53 pm

Il trionfo del Bruco dopo 41 anni di digiuno.



“Ci voleva una Rosa”. Così titolarono i quotidiani del 17 agosto 1996, all’indomani della storica vittoria del Bruco. Quella Rosa che in un sol colpo spazzava 41 anni di delusioni e sfortuna e portava la contrada di Via del Comune al successo, atteso non solo dal popolo di Barbicone, ma anche da tutta Siena, come dimostrò lo spontaneo e sincero applauso che la Piazza tributò ai vincitori nel dopo corsa; una cosa mai vista prima di allora.

Il Bruco era una delle favorite di quel Palio di agosto 1996 con Rose Rosa che, con il nome Bella Speranza, aveva vinto l’anno precedente nel Leocorno ed era stata grande protagonista a luglio nel Montone, e  Salvatore Ladu detto Cianchino, voglioso di rivalsa dopo che una caduta per la prova generale lo aveva messo ko per la carriera di Provenzano, quando difendeva ancora il giubbetto giallo – verde. Chance di vittoria ne avevano pure l’Aquila con l’affiatata coppia Oriolu – Massimino, l’Oca che voleva il cappotto con Quarnero e Trecciolino, la Tartuca con la veloce La Fanfara ed il Bufera, ed anche la Lupa con l’inedito Solstizio d’Estate ed il Pesse. Meno accreditate erano l’Onda con Votta Votta ed Andrea, la Pantera con Re Artù e Spirito, il Nicchio con Nordico e Veleno II, il Montone con Penna Bianca e Clemente e la Chiocciola con Musetto. Le prove furono ricche di spunti di cronaca, a partire dal problema patito da Musetto nel corso della seconda prova che costrinse la Chiocciola a rinunciare alla carriera. Nella terza prova, una rovinosa caduta al canape con conseguente frattura alla spalla, estromise dal Palio il fantino dell’Onda Pistillo, sostituito da Stefano Lobina detto Andrea, che fino a quel mattino montava nella Chiocciola. E poi, come dimenticare il frenetico valzer delle monte della Pantera che, nel tentativo di confondere le idee all’avversaria, si affidò prima al giovane Alessandro Francheschini, poi a Truciolo ed infine a Franco Casu detto Spirito che, con i suoi tentativi di ostacolare in ogni modo l’Aquila, divenne uno dei protagonisti principali di quel Palio. La rivalità tra Aquila e Pantera caratterizzò infatti la mossa del 16 sera che l’esperto mossiere Amos Cisi, alla sua dodicesima ed ultima apparizione sul verrocchio, fece fatica a gestire. Sin dalla prima chiamata, Spirito iniziò una marcatura ad uomo nei confronti di Massimino che provava a difendersi come poteva mentre, nella parte bassa, ben poche erano le contrade disposte a rispettare l’ordine stabilito dalla sorte. Dopo due mosse false e 45 minuti di attesa, finalmente la carriera prese il via. Appena la Lupa fiancò, Spirito afferrò per il giubbetto Massimino (gesto che costò al fantino panterino 20 Palii di squalifica), e le due rivali erano così fuori dai giochi. Montone Onda e Tartuca furono le più svelte ad uscire dai canapi ma, poco prima di San Martino, la Lupa si trovava già in testa; il Bruco, partito male, chiudeva il gruppetto dei superstiti, ed iniziava la sua lenta ma inesorabile rimonta, fino a conquistare la terza posizione, grazie al sorpasso sull’Onda al secondo passaggio davanti alla Fonte. Lupa e Montone proseguirono praticamente appaiate fino al secondo Casato quando il Pesse toccò il colonnino, mandando nei palchi il Montone che cadde, coinvolgendo nella caduta anche l’Oca e l’Onda. Passò quindi a condurre il Bruco, dietro di sé, il vuoto. Pochi metri separavano i brucaioli dalla gioia tanto attesa, ma Cianchino e Rose Rosa dovettero superare un ultimo imprevisto ostacolo: lo scosso del Montone che, davanti al palco delle comparse procedeva al galoppo in senso contrario. Evitato con freddezza l’ultimo pericolo, per il Bruco era ormai fatta. Cianchino, 41 anni dopo il suo mentore Ciancone, riportò il cencio in Via del Comune ed il Bruco poté così cedere la cuffia, che manteneva dal 1980, alla Torre.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty 2 LUGLIO 2012

Messaggio  jabru il Mar Apr 23, 2019 7:04 pm

La vittoria di Ivanov, barbero scomparso pochi giorni fa.

Storia del palio - Pagina 2 Arrivo2012l
Pochi giorni prima della Pasqua è giunta in città la notizia della scomparsa, all’età di 16 anni, del cavallo Ivanov, ed il miglior modo per ricordarlo è quello di rivivere la carriera del 2 luglio 2012 che lo vide uscire vittorioso per i colori dell’Onda con Trecciolino. Già prima di quel Palio, Ivanov risultava essere un cavallo chiacchierato, tanto per le sue buone prestazioni in provincia (nel 2010 aveva vinto con Gingillo il palio di Castel del Piano per il Monumento), quanto per la bella carriera disputata nel Leocorno con Scompiglio nell’agosto 2011 quando, dopo aver condotto per tutto il primo giro, dovette arrendersi soltanto allo strapotere di Fedora Saura. Così, quando venne assegnato all’Onda, capitan Coppini scelse per lui la monta di Trecciolino, costituendo l’accoppiata perfetta per provare a riportare il cencio in Malborgehtto dopo ben 17 anni di digiuno. Fu quello un Palio particolare, con due contrade che non poterono partecipare alla carriera: la prima a rinunciare fu la Tartuca, il cui cavallo Lamagno, patì un problema durante la quarta prova; successivamente dovette dare forfait la Chiocciola a causa dell’infortunio accertato dalla commissione veterinaria al barbero Nestore de Aighenta poche ore prima della disputa del Palio.
Agli ordini di Natale Chiaudani, mossiere alla prima ed ultima apparizione sul verrocchio e ricordato forse più per la sua pipa in bocca e per i suoi completi dai colori improbabili che per la bontà delle su e mosse, si schierarono quindi solo otto contrade: l’Onda al primo posto, seguita dall’Aquila con MIssisippi e Tittia, la Giraffa con Moedi e Brio, il Drago con Lampante e Scompiglio, la Selva con Indianos e Voglia, il Leocorno con Magic Tiglio e Nappa II, il Nicchio con Misteriosu e Girolamo ed il Bruco di rincorsa con Mississippi e Gingillo. Pochi minuti per assestarsi, il tempo di una forzatura del Nicchio, e la carriera poté partire. La mossa fu giovanissima, con il Bruco almeno un paio di metri fuori dal verrocchino al momento dell’abbassamento del canape, dal quale fu proprio l’Onda ad uscire per prima, precedendo Aquila e Giraffa. Da quel momento il Palio non avrà più storia con Trecciolino attento a controllare la situazione nei tre giri, mentre nelle retrovie Aquila e Giraffa si sorpasseranno a vicenda, ed il Nicchio sarà protagonista di una gran rimonta che lo porterà a concludere la corsa al secondo posto senza mai però impensierire l’Onda. L’unico brivido a Gigi Bruschelli glielo porterà proprio Ivanov che, all’ultimo San Martino, incapperà in un pericoloso inciampone, ma l’abilità di Trecciolino, che riuscirà a tirare su il cavallo con la forza delle braccia, eviterà agli ondaioli la beffa clamorosa. Per Ivanov, quella del 2 luglio 2012, sarà l’ultima apparizione sul tufo, in quanto un problema fisico lo toglierà sin troppo presto dalla scena paliesca.
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Storia del palio - Pagina 2 Empty QUANDO LA VITTORIA SI DECIDE AL BANDIERINO

Messaggio  jabru il Gio Lug 04, 2019 7:50 pm

La vittoria al fotofinish della Giraffa nella recente carriera di luglio ci fornisce lo spunto per andare a ritrovare tutti quei Palii che, dal dopoguerra ad oggi, si sono risolti negli ultimi metri o addirittura, come accaduto pochi giorni or sono, nei pressi del bandierino, alcuni dei quali hanno visto come protagonista vittoriosa proprio la contrada di Provenzano. La nostra carrellata parte dallo straordinario del 28 maggio 1950, vinto dalla scossa Gaia nel Montone. Il suo fantino, Ganascia, cadde all’ultimo Casato impanciando Tripolino della Lupa che conduceva la corsa, ma Gaia, vistosamente claudicante, riuscì comunque ad imporsi. Passarono pochi anni e, nell’agosto 1954, un’altra scossa, la mitica Gaudenzia, dalla quale era caduto Veleno, fece felice all’ultimo tuffo il popolo giraffino, regalando altresì un grosso dispiacere al suo allenatore Vittorino che, montando Rosella per i colori del Nicchio, già assaporava il gusto della vittoria. Gli anni ’60 ci regalarono il bel duello tra Canapetta e Ciancone nel turbolento Palio del 17 agosto 1966, con il primo che a suon di nerbate e parate riuscì a riportare il cencio in San Marco montando Beatrice, respingendo sin sul traguardo tutti gli attacchi del rientrante Gentili nell’Onda su Sambrina. Gli anni ’70 furono ricchi di arrivi al cardiopalma: il primo di essi fu quello dell’agosto 71 quando fu ancora Giraffa, grazie al guizzo finale di Orbello, barbero specialista delle vittorie all’ultimo giro, che con Bazza in groppa, superarono nel finale Rondone e Musella nella Tartuca. Clamoroso e fortemente discusso fu l’arrivo dell’agosto ’73 con tre cavalli racchiusi in un fazzoletto; la spuntò Panezio scosso (lo montava Ercolino) per i colori dell’Aquila, che difese a morsi la sua posizione dal finish interno di un altro scosso, il compagno di scuderia Marco Polo, e dall’attacco esterno di Rondone e Orbello nella Chiocciola. La contrada di San Marco si rifece però il 17 agosto 1975 grazie a Panezio ed Aceto, abili a sfruttare il contatto all’ultimo Casato tra le duellanti Montone, con Canapino e Rimini, e Bruco, con Rucola e Marasma, per acciuffare poi la contrada dei Servi sul bandierino. Incredibile anche l’arrivo della drammatica carriera del 4 luglio 1979: il prolungato duello a suon di sorpassi tra Grinta su Flash Royal nel Drago e Quebel e Tremoto nella Civetta si risolse a favore di questi ultimi, con altre tre contrade racchiuse nel giro di una lunghezza. Nel luglio 1983 fu il turno del Leocorno con il grande Benito, che al secondo Casato aveva disarcionato Bastiano, ad interrompere sul più bello i sogni di gloria di Ascaro e del Pesse nel Bruco. Nel luglio 1986 invece, l’incredibile progressione di Ogiva e Falchino, che fino al giro precedente erano ultimi e staccati dal resto del gruppo, si concretizzò a pochi metri dal bandierino, consentendo così al Drago di riassaporare il successo dopo un ventennio in uno dei Palii più spettacolari degli ultimi anni. Il XXI secolo si è aperto, nel luglio 2001, con il successo dello scosso Ugo Sancez nel Leocorno, dal quale era caduto Trecciolino, che fu capace di superare gli esordienti Attilax e Velluto nella Giraffa dopo l’ultimo Casato e di contenere il tardivo finale di Alanis e Cianchino nella Civetta. 10 mesi più tardi, ancora Ugo Sancez protagonista, stavolta montato da Dè, bravi a sfruttare dell’incredibile errore di Salasso su Zilata Usa nell’Onda al colonnino del Casato per riportare il Palio nell’Istrice. Arrivo indecifrabile anche nel luglio 2004: Velluto nel Bruco e Salasso nella Giraffa caddero assieme all’ultimo San Martino rispettivamente da Vai Go e da Donosu Tou; il barbero del Bruco proseguì in testa ma all’ultimo Casato trovò nello scosso dell’Oca, indietro di un giro, un ostacolo evidente che finì con l’intralciare anche la Pantera ed il Drago che arrivavano forte. Donosu Tou fu il più abile ad evitare tale traffico e tagliò per primo il bandierino. I contradaioli della Pantera non potranno mai dimenticare l’arrivo del Palio del luglio 2006, vinto da Brio su Choci ai danni dell’Aquila con Ellery e Lo Zedde che avevano dominato sin lì la carriera. Nella carriera del 2 luglio 2007, inutile fu il gran finale di Brio e Dostoevskij nel Nicchio. La vittoria andò all’Oca con Tittia e Fedora Saura, in un Palio caratterizzato dal caldissimo dopo corsa, a causa dell’inopinata apparizione, anche se per pochi minuti, alle trifore di Palazzo della bandiera del Nicchio. Gli stessi protagonisti dell’arrivo di martedì scorso si dettero battaglia anche nell’agosto 2012; in quell’occasione la spuntò Scompiglio su Lo Specialista nel Montone che al termine di tre giri magistrali si salvò dall’attacco finale del Tittia su Indianos nella Tartuca. L’ultima carriera che andiamo ad analizzare fu quella del luglio 2013, vinta dall’Oca con Tittia e Guess che, in un finale rocambolesco, riuscì a difendersi dall’affondo di Brio e Indianos nella Lupa e dal ritorno esterno dello scosso Pestifero con la spennacchiera della Pantera.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty LE CARRIERE CON LE 4 VERDI

Messaggio  jabru il Mar Lug 09, 2019 7:14 pm

Cosa è successo quando sono state in Piazza contemporaneamente Bruco, Drago, Oca e Selva.



La prima cosa che molti senesi hanno notato al termine dell’estrazione di domenica scorsa è stata la contemporanea presenza al canape il prossimo 16 agosto delle 4 contrade che tra i loro colori hanno il verde, evento che, secondo la tradizione contradaiola, è sinonimo di Palio movimentato e drammatico. Leggenda o realtà che sia, la storia ci dimostra come, spesso e volentieri, le carriere con le 4 verdi abbiano avuto risvolti particolari, non solo nell’andamento dei tre giri, ma anche nello svolgimento dei giorni della festa. Analizzando un po’ di numeri, notiamo come la contrada in assoluto più vincente con le 4 verdi in Campo è la Tartuca, con ben 8 successi su 51 carriere totali; tra quelle sul tufo per l’Assunta, la più vittoriosa è invece la Selva, a quota 7. Drago ed Oca, quest’ultima che non vince in presenza di Bruco, Drago e Selva dall’agosto 1877, hanno vinto 5 volte, il Bruco è a quota 4, la Chiocciola a 3, Onda e Istrice a 2, Pantera e Torre ad 1, mentre l’Aquila, assieme al Leocorno non ha mai esultato con le 4 verdi al canape. Dal dopoguerra ad oggi le 4 verdi si sono affrontate sul Campo per 16 volte, la prima nel luglio 1945, alla ripresa dopo la pausa bellica, l’ultima il 16 agosto 2010. Nella carriera di Provenzano del ’45 non accade alcun episodio nefasto, e la vittoria, contro ogni pronostico, andò alla Lupa con il carneade Renzino di Pontignano su Mughetto. Ben più ricco di eventi fu il Palio di luglio del 1949, conquistato da Lirio e Bazza nella Chiocciola: durante le prove si registrarono il fatale infortunio al cavallo del Nicchio Stellino e quello a Noce, barbero dell’Oca, strinto violentemente contro lo steccato da Pietrino che correva nell’Istrice. L’Oca fu esentata per tutte le prove, ma partecipò alla carriera; Pietrino, sospeso dal Comune e sceso dall’Istrice, montò comunque quel Palio con il giubbetto della Torre. Il terzo Palio delle 4 verdi dopo la guerra fu quello del luglio ’64, conquistato da Peppinello ed Arianna nel Drago e vide il debutto sul tufo di un fantino che, nei successivi 30 anni farà al storia della nostra festa: Andrea Degortes detto Aceto. Quella carriera fu però turbata dal gravissimo incidente capitato per le batterie della tratta al giovane fantino Pasquale Virgili, per tutti Pasqualino, che rimase paralizzato a seguito della caduta da Berta al primo San Martino. Ancora 4 verdi, ed ancora Drago il 2 luglio 1966, stavolta grazie a Topolona e Bazza, al termine di una corsa lottata, nella quale si ricorda la trattenuta del fantino del’Istrice Pel di Carota ai danni dello scosso della Lupa Danubio, gesto che costò al Deiana una lunga squalifica. Il Palio del 16 agosto 1970, vinto a sorpresa dalla Selva con Ira e Baino, sarà per sempre ricordato per la morte in pista della forte grigia Sambrina che correva per la Torre. Le due successive occasioni con le 4 verdi, il 16 agosto 1972 (vittoria dell’Onda con Orbello e Valente) ed il 7 settembre 1980 (fu Selva, con Panezio e Bastiano), non si registrarono episodi particolari, mentre il successo di Benito e Cianchino nella Pantera, il 16 agosto 1987, fu preceduto da una mossa interminabile, a causa delle intemperanze del cavallo del Drago Martino che si rifiutò di entrare di rincorsa, con conseguente rientro all’Entrone e cambio della busta. Nel 1989, entrambi i Palii furono corsi con le 4 verdi, e le vittorie di due scossi, Vipera a luglio nella Lupa e Benito nel Drago ad agosto, sono rimaste indelebili nella storia paliesca. Il nuovo secolo con le 4 verdi si aprì il 16 agosto 2002, prima vittoria per l’imbattibile accoppiata Berio – Trecciolino, in quell’occasione per la Tartuca. Quel Palio, contraddistinto dalla mossa lunghissima durante la quale Berio perse un ferro e Brento, barbero della Selva subì un problema, con la contrada di Vallepiatta che non poté correre, verrà pure ricordato per il posticipo al giorno 14 della tratta a causa di un violento acquazzone che obbligò gli operai comunali alla rimozione del tufo appena steso. Doppio Palio con le 4 verdi anche nel 2004: la vittoria di Donosou Tou scosso nella Giraffa a luglio, arrivata al termine di una carriera rocambolesca dal finale thrilling fu seguita da quella dell’accoppiata Alesandra – Trecciolino per la Tartuca, in un Palio macchiato dal gravissimo incidente al cavallo del Bruco Amoroso. Nell’agosto 2006, Salasso e Caro Amico, riportarono il cencio nella Selva, con tanto di quarto giro, due anni dopo, il giorno del Palio, vinto poi dal Bruco con Gingillo ed Elsisir Logudoro (nella foto l’arrivo vittorioso), successero tanti episodi particolari e degni di nota, a partire dalla messa del fantino, celebrata nella Cappella interna al Palazzo Pubblico, a causa del maltempo, per proseguire poi con la clamorosa sostituzione, al momento della segnatura, del fantino della Selva, che preferì il debuttante Smarrancio all’esperto Sgaibarre, e per concludere con l’infortunio ad un cavallo dei carabinieri, nella tradizionale carica che precede la passeggiata storica, che allungò incredibilmente i tempi di svolgimento del corteo. L’ultima volta con le 4 verdi assieme fu nell’agosto 2010. Vinse la Tartuca con Trecciolino ed Istriceddu, ed ancora una volta si corse in 9 per l’infortunio, durante le prove, al cavallo della Giraffa Guschione; ma quel Palio sarà per sempre ricordato per un evento di cronaca nera che sconvolse l’intera città alla vigilia della carriera: durante la cena della prova generale della Civetta, in Piazza Tolomei, un pesante pezzo di cornicione di un terrazzo si staccò, ferendo mortalmente un turista francese che stava cenando proprio lì sotto.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty : IL 1834 DEI BRANDANI

Messaggio  jabru il Gio Ago 01, 2019 8:27 pm


Il cappotto del Nicchio e l’epurazione di alcuni fantini “scomodi”.



Il 1834 è un anno passato alla storia del Palio tanto per il cappotto del Nicchio quanto per un episodio unico nel suo genere, l’epurazione di massa di alcuni fantini, tutti appartenenti alla stessa famiglia, quella dei Brandani che, con i loro successi ripetuti, favoriti dalla presenza contemporanea sul tufo di più esponenti di tale stirpe, era diventata, agli occhi di alcune contrade, scomoda e da eliminare al fine di garantire la disputa di un Palio più lottato (o garoso, come si diceva all’epoca) e non gestito a tavolino dai fantini con lo scopo di favorire la vittoria talvolta dell’uno, talora dell’altro. L’avventura dei Brandani in Piazza ebbe inizio nella seconda metà del ‘700, grazie ai capostipiti Matteo, detto Brandino (48 carriere corse, 3 vittorie), Angiolo, detto Brandino II (7 Palii disputati, nessun successo) e Luigi, detto Cicciolesso (28 presenze, 4 vittorie), ma raggiunse il suo apice nel terzo decennio del XIX secolo grazie a Giovanni, detto Pipistrello, uno dei due figli di Luigi. Dopo un inizio di carriera in sordina, Pipistrello impose la sua supremazia con un doppio cappotto, nel 1833 per Drago e Lupa e nel 1834, come già detto,  per il Nicchio. E proprio la carriera del 2 luglio 1834 fu un vero capolavoro di strategia paliesca con ben 4 Brandani al canape, di cui 3 con compiti ben precisi per favorire la vittoria del loro congiunto: Bernardo, detto Giacco che correva nella Chiocciola si doveva occupare di fermare la Tartuca, Giuseppe, detto Ghiozzo, nel Bruco e Carlo, detto Brutto, nel Leocorno si estromisero ben presto dalla carriera ostacolando la corsa degli altri, cosicché il Nicchio poté vincere nel più agevole dei modi. La sempre maggiore egemonia dei Brandani non andò a genio ad alcuni capitani delle contrade che avrebbero dovuto correre la successiva carriera di agosto i quali, a seguito di una riunione datata 25 luglio, proposero l’esclusione di alcuni elementi di quella casata (Brutto, Ghiozzo, Cicciolesso e del giovane Agostino che ancora non aveva debuttato sul tufo), ritenuti tra i più abili nell’arte di “accomodare” le carriere. La proposta fu accolta dalle autorità e per i quattro fantini fu prevista la squalifica a vita semmai si fossero presentati al canape per l’Assunta, anche se Cicciolesso provò in ogni modo ad aggirare il divieto riuscendo addirittura a trovare un giubbetto per una prova, prima di essere allontanato definitivamente dalla Deputazione della festa. Ma, come dice il proverbio, la fortuna aiuta gli audaci, e Pipistrello, unico membro dei Brandani al canape in quel 17 agosto 1834,  riuscì lo stesso a vincere, grazie al cavallo scosso, il baio scuro del Batazzi, dal quale era caduto al secondo San Martino, che con un guizzo irresistibile riuscì a superare proprio sul bandierino l’Onda. Da quel momento in poi l’impero dei Brandani si offuscò, tant’è che la famiglia di Taverne d’Arbia, dominante in Piazza da oltre 40 anni, riuscì a vincere solo un’altra volta, ancora con Pipistrello, il 3 luglio 1836 nella Tartuca.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty 16 AGOSTO 1723

Messaggio  jabru il Ven Ago 09, 2019 7:57 pm

Della carriera che andremo ad analizzare oggi, quella del 16 agosto 1723, nessuno troverà mai negli annali la contrada vincitrice poiché quel Palio fu annullato per motivi che la terminologia moderna definirebbe di ordine pubblico. Tale Palio fu indetto dalla contrada della Lupa, vittoriosa nel luglio precedente e, come sempre accadeva all’epoca, fu preceduto dalla corsa alla lunga del 15 agosto, nel quale si sfidavano i cavalli di proprietari locali o forestieri anche se, in quell’occasione presenziarono pure, cosa alquanto rara, due contrade l’Oca e la Lupa, e furono i fatti accaduti al suo termine ad indurre le autorità ad ordinare l’annullamento del Palio alla tonda del 16. Accadde infatti che, durante la corsa, un contadino ebbe la sventurata idea di entrare nel percorso per riprendere il suo cavallo, ritenendo la carriera giunta al termine. Ma lo sventurato contadino non fece i conti con un severo birro che lo acciuffò e lo pestò a sangue. Questa violenza ingiustificata scatenò la reazione del popolo che si scagliò contro i soldati i quali, per difendersi, dovettero prima metter mano alle armi e poi rifugiarsi nel corpo di guardia all’interno del Palazzo Granducale. Ma la folla, non contenta della fuga dei birri, cominciò a raccogliere ogni oggetto infiammabile con lo scopo di appiccare il fuoco al corpo di guardia e solo l’arrivo di due cannoni riportò la situazione alla normalità. Il clima incandescente che si era creato non poteva però permettere il tranquillo svolgimento del Palio del giorno successivo, cosicché ne fu ordinato l’annullamento; il premio offerto  dalla Lupa, un prezioso bacile d’argento, fu convertito in dieci doti da consegnare ad altrettante ragazze delle contrade che  avrebbero dovuto correre la carriera mentre il drappellone fu portato in Provenzano assieme a dieci libbre di cera e lì vi rimase sino al 1770.

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Storia del palio - Pagina 2 Empty "Nella comparsa della Civetta nonostante la protesi alla gamba"

Messaggio  jabru il Mer Ago 21, 2019 9:36 pm

Siena, 21 agosto 2019 - Quando affetto e appartenenza possono più di ogni barriera. Anche fisica. E la Contrada diventa famiglia che allarga le sue braccia protettive, rappresentando l’approdo sicuro nelle difficoltà. Un luogo dove sentirsi bene. Storia da raccontare quella di Gabriele Pannacci, senese trapiantato a Roma che dieci anni fa in un incidente stradale ha perso una gamba, sotto il ginocchio. E si muove grazie «ad una protesi come quelle impiegate dall’atleta Pistorius, per intendersi ma con sopra i colori del Castellare», racconta lui stesso. Che non gli ha impedito, il 16 agosto, di far parte della comparsa della Civetta nel corteo storico del Palio, come capopopolo. Piccolo miracolo di Siena e delle Contrade.

«E’ stato uno dei giorni più belli della mia vita. Dieci esatti dall’incidente, la chiusura di un cerchio. La Civetta – ha scritto al padre subito dopo la passeggiata storica, rivela lui stesso – come sempre ci vede nella notte. Arrivato al Casato stanco, entri e scoppia la magia: non senti più la fatica, il caldo, la gamba bionica che vibra e tende il dolore. E l’anima vola, come la Civetta. Questo Palio dentro di me durerà per tutta la vita. Sarà il mio Palio ed il Castellare resterà nel mio cuore per sempre».

Non smette di ripetere ‘grazie’ alla Civetta, Pannacci. «Un amore viscerale che è cresciuto negli anni, ancora di più dopo che ho avuto l’incidente. Ero in moto, un ragazzo mi prese con l’auto vicino a casa. Con la Contrada parliamo la stessa lingua, quella della solidità di valori e della comunanza», aggiunge Pannacci, 54 anni, senese trapiantato a Roma. «Ma da generazioni la mia famiglia è civettina – rivendica –, il babbo che poi entrò in Marina per cui ci siamo dovuti trasferire, il nonno che era avvocato al Monte, dove lavorava anche mamma». Tutti battezzati.

«Solo uno con la testa dura come me poteva accettare questa sfida. Nel Castellare erano un po’ preoccupati, invece è andato tutto bene. Una cosa bellissima, un onore», sottolinea svelando di aver ricevuto la chiamata dalla Civetta per dirgli che si sarebbe monturato «proprio il 7 giugno 2019, dieci anni dopo l’incidente che mi ha cambiato la vita. Facevo il direttore commerciale in un’azienda che si occupava di elicotteri. Pensa che dovevo vestirmi già nel 2009, prima di essere travolto. Il cuore andò ripetutamente in arresto cardiaco, grazie alla mia passione per le immersioni sono salvo e ora parlo con te. Fino al 25 luglio ero in coma, ma il 16 agosto vidi la Civetta vincere dopo 30 anni. E per la cena ero in Piazza con la carrozzina. Nel 2014, altro momento buio perché chiusi un rapporto sentimentale e con il lavoro, ancora una vittoria. Insomma, nei momenti più duri la Civetta c’è stata sempre. E io ci sarò per lei»
Laura Valdesi da La Nazione.
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Storia del palio - Pagina 2 Empty 16 AGOSTO 1953

Messaggio  jabru il Mer Ago 21, 2019 9:48 pm

Occorre tornare indietro di ben 66 anni per trovare un’altra vittoria della Selva con il cavallo scosso, e quello del 16 agosto 1953, fu un Palio fondamentale per la contrada di Vallepiatta che riuscì ad interrompere il lunghissimo digiuno che durava dal 1919. La tratta, avara di soggetti presentati all’Entrone il 13 mattina - solo 15 – favorì decisamente l’Onda con la vittoriosa Tarantella, subito affidata al Gentili, la Pantera con il potente Lirio e Vittorino e la Lupa con la non ancora vincitrice, ma tanto chiacchierata Gaudenzia e Terribile. Il Leocorno, così come accaduto a luglio, si vide assegnare Fontegiusta, stavolta montata dal vecchio Pietrino, all’Istrice toccò la veterana Dorina con Mezzetto, mentre i 4 esordienti, Sayda, Fusina, Ilia e Buriana andarono a Civetta, Tartuca, Torre, ed Oca, montati rispettivamente da Amaranto, alla sua ultima apparizione in Piazza, Ranco, Rompighiaccio e Lampino. Alla Selva, infine, andò Mitzi, autrice di un’ottima corsa a luglio nell’Oca con il Biondo, ed a lui nuovamente affidata per l’Assunta, a partire dalla prova generale, quando la cavalla si rimise da un infortunio patito per la prima prova.
La mossa del Palio, data dall’esperto Guido Guidarini (Selva, Onda, Leocorno, Civetta, Torre, Tartuca, Istrice, Oca, Pantera e Lupa di rincorsa, l’ordine), fu alquanto brutta con la Torre completamente girata mentre, nella parte alta del canape, Pantera e Oca si ostacolarono a vicenda, ed in quella bassa, Pietrino cadde rovinosamente. Ad approfittare di tutto questo caos fu la Lupa che, dalla rincorsa, prese la testa già prima di Sam Martino, incalzata da Istrice, Selva ed Onda. L’azione di Dorina fu però più forte di quella di Gaudenzia cosicché, girato il Casato, l’Istrice passò a condurre, seguito da Lupa e Selva che iniziò la sua rimonta, guadagnando la seconda posizione a San Martino e sferrando il decisivo attacco al battistrada all’inizio dell’ultimo giro. Il San Martino conclusivo fu fatale per il Biondo che cadde, ma questo inconveniente non frenò la galoppata di Mitzi che proseguì sino la bandierino, evitando anche l’ultimo ostacolo costituito da un contradaiolo dell’Istrice sceso in pista nel disperato ma vano tentativo di bloccare lo scosso. Il dopo corsa fu piuttosto caldo per alcuni fantini: Rompighiaccio e Ciancone subirono le ire dei propri contradaioli, evidentemente insoddisfatti della loro condotta in corsa; stessa sorte la subì Ranco, fantino della Tartuca, già vittorioso per i colori di Castelvecchio nel luglio precedente che, dopo il danno subì pure la beffa, non venendo neppure invitato alla cena della vittoria tartuchina, in quanto ritenuto ospite indesiderato.

Davide Donnini da OKSiena
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