Storia del palio

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gli “straordinari più straordinari”: nel 1896 la presenza di tanti militari

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 11:34 am

E’ l’agosto del 1896, con già alle spalle anche la carriera dell’Assunta vinta dal Bruco: nei dintorni di Siena si svolgono importanti manovre militari ed i senesi non ci pensano molto per decidere di organizzare una carriera straordinaria. La città fu letteralmente invasa dai militari, tanto che le comparse si ritrovarono in piazza del Duomo e non, come tradizionalmente facevano, in piazza Sant’Agostino. Soltanto l’Aquila aveva deciso di non partecipare all’evento, stabilendo di intervenire con la comparsa al Corteo Storico soltanto per un sentito riguardo agli ospiti della città. Molto coerentemente rinunciò anche alle 20 Lire previste dal Comune verso quei rioni non sorteggiati per questo ben strano straordinario. Fu comunque una delle carriere più seguite di quegli anni: le cronache ci parlano di quasi trentamila presenti di cui cinquemila di soldati impegnati in queste manovre militari. Se vogliamo, anche questo fu un bel biglietto da visita per i turisti, affascinati dall’atmosfera medioevale e dai giochi delle bandiere. I Grand Tour cominciavano a mettere gli occhi addossi su questa città, un po’ isolata ma che conservava antiche memorie che in altri luoghi cominciavano a scarseggiare. Ma veniamo alla corsa: al canape Drago, Selva, Istrice, Nicchio, Bruco, Civetta, Torre, Giraffa, Pantera e Tartuca. Parte molto forte la Civetta con il fantino Sampieri ma al secondo giro rinviene alla grande la Torre che passa prima e che soltanto sul finire del terzo giro viene insidiata inutilmente dalla Selva. Il rione di Salicotto vince con il fantino Domenico Fradiacono detto Scansino, rifacendosi subito dello smacco subito l’appena trascorso 16 di agosto, quando era stato tradito in modo palese dal proprio fantino. Uno straordinario dunque ben accolto e che fu motivo, se possiamo adoperare un termine attuale, di una consistente promozione turistica. La Torre si porta a casa il drappellone e la città comincia a comprendere cosa significhi essere visitata e conosciuta attraverso proprie iniziative.

Massimo Biliorsi da SienaNews
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Quando Picasso fu incaricato di dipingere il Drappellone

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 11:52 am

“Rifare Picasso”, un racconto di Vincenzo Coli, illustrazioni di Fabio Mazzieri e Cesare Olmastroni
“Rifare Picasso” è un racconto di pura fantasia scritto nel 2004 dal giornalista e scrittore Vincenzo Coli e comparso al tempo su una rivista locale. Si ipotizzava che alla fine degli anni sessanta il comune di Siena avesse commissionato un drappellone a Pablo Picasso. Quel racconto ha avuto una storia curiosa. Qualche anno fa Fabio Mazzieri, pittore e animatore culturale molto apprezzato, autore del “cencio” del 2 luglio 1985, stava preparando Librartis, mostra del libro d’artista, manufatti sul tema in legno, carta, metalli e tessuti, e volle riesumare questa storia. Commissionò a Coli la riscrittura a pennarello su un quadernone di carta porosa stile primi Novecento e ne illustrò tutte le pagine, affidando le conclusive al talento di Cesare Olmastroni, pittore pure lui autore di due drappelloni, luglio 1982 e agosto 2013. La mostra, che ebbe un certo successo, viaggiò oltreatlantico fino al New Jersey, e quell’esemplare unico di libro ora è custodito insieme alle altre opere nella Biblioteca Giuliano Briganti al Santa Maria della Scala.

Oggi lo riproponiamo per almeno due buoni motivi. Perché è particolarmente attuale (quanto si è discusso quest’anno sul problema dell’iconografia paliesca nel drappellone, sconfinando nella disputa teologica?) e perché rende omaggio a Cesare, artista di qualità eccelsa e uomo straordinario, che a un anno e mezzo dalla scomparsa manca moltissimo ai suoi tanti amici e alla città intera. Buona lettura.

“Il Vecchio portò il dito indice sulla punta della lingua. Un filo di saliva bagnò il polpastrello, che il sedimento di colore tra le creste di epidermide aveva reso abrasivo, abbastanza da ottenere l’effetto chiaroscuro: bastava strofinare leggermente la linea di grafite sulla superficie della carta. Il disegno – un nudo di giovane donna supina – sarebbe diventato una serigrafia. Da più di sei mesi l’uomo non affidava alla fatica del pennello le sue fantasie erotiche. Una pigrizia che a quasi novant’anni poteva permettersi. La settimana precedente, davanti alla cinepresa dell’amico Orson Welles – “Mi serve per un film sui grandi falsari” era stata la richiesta del regista – aveva finto di ritoccare un olio su tela, viso femminile lasciato incompiuto dai tempi del periodo blu, una specie di portafortuna. Si grattò il cranio calvo e spellato da sole, e il leggero prurito che da sempre, chissà perché, ne accompagnava lo slancio creativo, si trasferì all’altezza della pancia, pure gratificata da un energico massaggio. Durante l’estate lavorava sempre restando in mutande, nel suo atelier di Ibiza.

La bella segretaria si affacciò sulla porta.

“Señor Pablo, stanno arrivando gli italiani annunciati dal console”.

“Bueno, Maribel. Falli accomodare nel patio”.

Dalla finestra dello studio vide i due uomini: vestiti molto formalmente in giacca e cravatta, arrancavano lungo il viottolo che dalla spiaggia portava in alto, verso la villa. Li accolse seminudo nella penombra del terrazzo.

Il più anziano dei due, un cinquantenne tozzo, sudato e con gli occhiali scuri, si presentò con la giusta deferenza e il tono della voce enfaticamente impennato sulle iniziali maiuscole.

“Maestro, è un grande onore per noi. Sono Fulgenzio Gillas, Critico d’Arte”. E indicando l’altro: “Le presento il Dottor Amedeo Panizza, Assessore alla Cultura del Comune di Siena”.

“Siena, Toscana, Italia – sfruttò il traino l’Assessore, grassoccio sulla quarantina, gran ciuffo di capelli neri sul naso prominente – I miei omaggi, Maestro. Come Lei sa, la Toscana ha dato i natali a Giotto, Leonardo, Michelangelo, Botticelli, Raffaello…”

“Raffaello è nato a Urbino…” corresse il Vecchio, gli occhi stretti come due fessure.

“Sì, naturalmente, Maestro” deglutì l’Assessore. Il Critico alzò gli occhi al cielo: “Ehm, immagino che il nostro Console le avrà spiegato…”

Maribel planò sul momento di impasse recando tre bicchieri e una caraffa di limonata fredda, che versò con movenze eleganti.

Il Vecchio ne bevve appena un sorso.

“Facciamola breve, signori. Adelante. Voi volete da me un dipinto su stoffa, un drapeau, un pallium, un palio, come lo chiamate. E’ vero?”

“Esatto – rispose pronto l’Assessore – sarebbe un grande onore per la nostra festa, alla quale naturalmente la invitiamo fin da ora…”

“No, no – il Vecchio alzò la mano a schermirsi, e per la prima volta abbozzò un sorriso – Da anni non mi muovo dalle Baleari e dalla Costa Azzurra… Gracias, vi ringrazio lo stesso. Vediamo se posso accontentarvi. Venite con me.”

Li guidò nell’atelier, dove prese a frugare tra tele e cornici, barattoli di colori e pennelli, tutti ammassati in apparente disordine. Trovò subito quello che cercava.

“Questo è uno studio dalle Demoiselles d’Avignon. Potrebbe andare?”

I due gettarono un’occhiata al quadro e si guardarono perplessi.

“Claro que no ve gusta. Allora questo…” – e da un angolo polveroso estrasse un vecchio cartone – E’ un bozzetto preparatorio per Guernica”.

Il Critico tossicchiò imbarazzato.

“Allora questo acquerello – tirò via da uno scaffale un involto in carta giallastra, che aprì disinvoltamente – E’ la prima versione mai esposta al pubblico della Tauromaquia. Esto ve gusta?”

“Ecco, il problema è ….” L’Assessore non sapeva come cominciare.

“Vede, Maestro – lo soccorse il Critico – forse il Console non si è spiegato bene. Il Palio di Siena ha la sua iconografia precisa, dei modelli di rappresentazione secolari e immutabili nel tempo. Con tutto il rispetto, le opere che ci ha mostrato sono bellissime, ma, come dire, ehm, non c’entrano nulla. Abbiamo con noi – estrasse da una cartella due opuscoli e un libretto – un Regolamento, uno Statuto e un saggio sui Palii nella storia. Se volesse prenderne cortesemente visione…”

Depose il tutto su un tavolo, con cautela.

Il Maestro sospirò, quasi divertito. “E’ estate signori, tempo di bagni e di siesta. Non mi va di lavorare. Tornate in novembre, ma non qui: nella mia casa di Vallauris, sulla Costa Azzurra. Forse troverete quello che cercate”.

Una sera d’autunno i due italiani li riportò la pioggia, che si rovesciava sui tetti di Vallauris seguendo i capricci del vento. Scesero dal taxi e persero tempo a cercare l’ingresso della villa, poco appariscente e sottratta agli sguardi indiscreti dalle quinte ingiallite degli alberi.

“Ah, los italianos! Vi aspettavo. Vamos! – esclamò il Vecchio allegramente, quando se li vide davanti, completamente fradici – Ma prima asciugatevi davanti al caminetto”.

Appena furono presentabili, Maribel, la stessa ragazza di Ibiza, li introdusse nella grande sala. Su un tavolo in legno di noce, una lunga banda rettangolare di velluto nascondeva qualcosa.

Il padrone di casa fece segno agli ospiti di avvicinarsi; poi strinse tra indice e pollice di ambedue le mani i pizzi della stoffa, e con un gesto ampio e melodrammatico aprì il sipario.

“Oohh…” Los italianos erano incantati. Su un supporto luminoso di seta bianca, un’epifania trionfante di ricami gialli, rosso carminio, azzurro cobalto, violacei e verde acquamarina, tratti fini e cangianti, intersecavano addolcendola la risoluta compattezza delle linee scure, cui spettava la razionalità della trama.

Il Vecchio era compiaciuto: “Aqui està el milagro, il miracolo che si rinnova: la fiesta, l’amore sacro e l’amor profano, insieme per sempre.” E tacque, spiando la reazione dei committenti.

Il primo a riaversi fu il Critico, che si avvicinò al manufatto e … “Straordinario, Maestro, meraviglioso. La fluidità della pennellata, l’accostamento geniale dei colori. Sono commosso, anche a nome dell’Assessore. Solo che…”

“Solo che?” L’uomo che chiamavano Maestro inarcò le sopracciglia.

“Ecco, mi scusi, sa, ma è la mia professione… Non mi è ben chiara la dislocazione della Madonna: credo sia questo grumo color turchese, il mantello suppongo, che è molto bello ma non è proprio il punto di azzurro previsto dal Regolamento, articolo 4 comma c. E poi non vedo la corona. Non solo: la Madonna sta troppo in basso. Mentre, Lei mi insegna, essendo assunta in cielo dovrebbe stare in alto, sopra le nuvole. E poi, mi scusi ma non vedo i cavalli: questi così magistralmente accennati mi sembrano tori. Eh sì, hanno le corna…”

L’Assessore lo tirò per il fondo della giacca. Invano. Nessuno poteva impedire al Critico di fare il suo mestiere.

“… e poi le Contrade. Mi perdoni, Maestro, ma i simboli delle Contrade dove sono? L’articolo 7 parla chiaro: l’iconografia tradizionale prevede che…”

Il Vecchio, gli occhi neri come tizzoni, lo interruppe bruscamente:

“Maribel, tavolozza e pennello! Adelante!”

Quando la ragazza glieli ebbe consegnati, appoggiò lievemente l’una sull’avambraccio destro e accolse l’altro con la mano sinistra; davanti ai due ospiti impietriti, dopo aver attinto ai colori, con movimenti secchi sparò in rabbiosa sequenza linee secanti e chiazze feroci sull’ordito, impastando le tinte e confondendo i segni delicati del dipinto. Mentre con la voce irata e sempre più tonante sacramentava: “Madre de Dios, spagnoli e italiani hanno combattuto due guerre civili, si sono fatti ammazzare dai loro fratelli e li hanno ammazzati. Per cosa l’hanno fatto? Por la libertad, per difendere la libertà di pensiero e di espressione. Ecco. Volevate il vostro Picasso? Olvìdenlo! Dimenticatelo!”

Ultimato lo scempio, abbandonati sul pavimento tavolozza e pennello, consegnò il panno devastato alla ragazza: “Quémalo, Maribel! Brucialo!”. E uscì dalla sala senza salutare.

Agli italiani, basiti, non restò che tornare in strada, a cercare un taxi sotto la pioggia.

Il giovane pittore Cesare Olmastroni si concentrò sul grande drappo di seta che aveva fissato con cura a un supporto. Ripensava alle raccomandazioni dell’Assessore: “Tutta la città ci guarda, non possiamo deludere le attese. Siamo nelle sue mani”.

Sfogliò per l’ennesima volta il catalogo completo delle opere del Maestro: arlecchini, saltimbanchi, periodo rosa, cubismo. E consultò il taccuino degli appunti lasciatigli dal Critico, per quei pochi secondi in cui aveva potuto memorizzare il Capolavoro Perduto. Infine ripassò mentalmente i canoni della tradizione: le alucce degli angeli, le spennacchiere dei cavalli, il sorriso della Madonna…

“Si fa presto a dirlo… rifare Picasso…” borbottò. E mentre la matita si muoveva leggera sul cartoncino per catturare i primi abbozzi, sentì un prurito leggero, il solito che provava sempre quando dipingeva, partire dalla sommità del cranio e scendergli verso la punta delle dita con l’allegria insolente di un regalo divino”.

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gli “straordinari più straordinari”: i cavalli “sciolti”

Messaggio  jabru il Ven Ott 19, 2018 8:07 pm

Ai contradaioli di fine ottocento piacevano le corse con i cavalli scossi. Forse perché ricordava loro i Palii alla lunga di seicentesca memoria, quelli che attraversavano la città da una parte all’altra. Così nel 1887, dopo i due ordinari, si volle correre il 17 agosto, quando tutto era ancora allestito per l’impegno dell’Assunta. Ecco uno “straordinario più straordinario” per eccellenza, quello appunto dei “cavalli sciolti”. Le dieci prescelte dalla sorte ebbero abbinato un cavallo che fu portato alla partenza dal barberesco. Partono molto forte quelli di Valdimontone, Istrice e Drago e sembravano destinati a contendersi solo loro la vittoria. Invece al terzo giro il cavallo del Valdimontone ha un incidente che lo costringe ad interrompere la corsa e a portarsi verso l’entrone. Quelli di Istrice e Drago imitano il loro collega e si fermano. Piuttosto distante correva quello dell’Aquila che va tranquillamente a vincere il Palio. Un segno dei tempi e della voglia di mettere insieme eventi di altro genere, come se si avesse il timore che da solo il Palio non costituisse una attrattiva solida nemmeno per gli stessi senesi. Come era solito al tempo, la corsa andava infatti di pari passo, e vogliamo dire anche di importanza, con altri eventi che si svolsero a Siena in quei giorni. Dalla Fiera dei cappellai, allo spettacolo di una innovativa macchina pirotecnica, dalle corse dei birroccini in Piazza d’Armi, al congresso degli Agricoltori Italiani, fino alla chiusura del Concorso Agrario Regionale, senza escludere il Gran Festival dei Bambini dell’ex Forte di S. Barbera, con annesso un Gran Galà al Teatro della Lizza con l’opera Rigoletto. Insomma, viva il Palio ma con un occhio di riguardo ad altri modi di intrattenere i senesi. Lo straordinario è anche questo, rovesciare ogni canone tradizionale ed offrire qualcosa di nuovo, soprattutto di inatteso.

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QUANDO L'EROE È IL CAVALLO

Messaggio  jabru il Dom Ott 21, 2018 4:18 pm

Ripercorriamo le carriere vinte dagli scossi dal 1900 ad oggi.



E’ Remorex l’eroe del Palio di ottobre. Il sauro allenato da Massimo Columbu, al terzo successo come preparatore dopo quelli conquistati con Re Artù ed Urban II, dopo la caduta di Tempesta la secondo Casato, è riuscito, non senza qualche iniziale titubanza, a tagliare per primo il bandierino portando al successo la Tartuca, al termine di una carriera forte, cha ha fornito, e fornirà certamente, numerosi spunti di riflessione e di dibattito, anche su fatti non direttamente afferenti ai tre giri di Piazza. La vittoria di Remorex di ieri è stata la ventiquattresima assoluta conquistata da uno scosso, la terza nel XXI secolo, la prima nel decennio corrente. Ripercorrendo i successi degli scossi dal 1900 ad oggi, vediamo come il primo, escludendo il Palio con i cavalli sciolti a perette del 1907, fu quella di Giacca nella Chiocciola nel 1924 che, dopo aver disarcionato Picino al secondo Casato, parò tutta strada gli attacchi di Randellone nella Torre. 5 anni dopo, ecco arrivare il successo di Orfanella nella Giraffa, dalla quale era precedentemente caduto Garibaldi. Dovettero poi passare 19 anni prima di rivedere uno scosso primo: il 2 luglio 1948, la “radiocomandata” Salomé dell'Oca, beffò all’ultimo San Martino Pietrino nell’Istrice. Ancora scossi protagonisti nello straordinario del 28 maggio 1950, con la vittoria del Montone con la menomata Gaia dalla quale era caduto (o forse sceso) Ganascia al Casato finale. E se, nell’agosto 1953 fu il turno di Mitzi, che riportò il cencio nella Selva dopo ben 34 anni di digiuno, e che regalò al Biondo il suo secondo successo cadendo da cavallo, un anno dopo, la grande Gaudenzia, nel suo anno di grazia, fece trionfare i colori della Giraffa, nonostante le numerose nerbate rifilatele dal suo allenatore Vittorino che correva nel Nicchio. Fantino vittorioso nell’occasione fu Veleno I. Gli anni ’50 si conclusero con la vittoria di Uberta nell’Istrice nel 1958dalla quale era caduto Biba. Se negli anni ’60 l’unico scosso ad imporsi f, u il grigio Danubio nella Chiocciola, nel convulso Palio dell’agosto 1964 (fantino Peppinello), gli anni ’70 videro i successi di Panezio, nell’agosto 1973 che, dopo la caduta di Ercolino all’ultimo San Martino, difese a morsi la posizione nei confronti del compagno di scuderia di Marco Polo che correva per la Torre, e la doppietta di Quebel, nel luglio 1976, quando trionfò per la Chiocciola (fantino Valente), nel Palio corso nel fango, nel quale rimase a cavallo il solo Aceto, e nel luglio 1977, per il Montone, dopo la rovinosa caduta di Randa al secondo San Martino. Negli anni ’80, l’eroe fu Benito, che si impose prima, nel luglio 1983 per il Leocorno, con un guizzo improvviso, bruciando Il Pesse nel Bruco, proprio sul bandierino (Fantino Bastiano) poi, sempre ai danni del Bruco nel mitico Palio degli scossi di agosto 1989 per il Drago assieme al Moretto, caduto alla prima curva di San Martino. Il 1989 è stato un anno rimasto nella storia del Palio, in quanto l’unico fino ad oggi nel quale si imposero due scossi: a luglio infatti, toccò a Vipera con il debuttante Bufera, caduto al primo Casato, sfruttare l’incertezza di Pitheos e portare il successo in Vallerozzi dopo 17 anni di attesa. Altra carriera rocambolesca, con 8 cadute e svariati colpi di scena, fu quella dell’agosto 1993. All’ultimo San Martino, l’indimenticabile Mistero, che correva nel Drago, sbatté nel colonninio e cadde, ma Vittorio continuò la sua galoppata facendo nuovamente gioire il rione di Camporegio. Anche Trecciolino, nei suoi 13 successi, può vantarne uno con lo scosso: fu nel 2 luglio 2001, il primo Palio corso con i soli mezzosangue. Bruschelli, con il giubbetto del Leocorno, finì nei palchi al primo Casato, ma il suo Ugo Sanchez, con uno spunto bruciante superò negli ultimi metri Attilax e Velluto della Giraffa. La contrada di Via delle Vergini si rifece ben presto e, nel luglio 2004, Donosou Tou, dal quale caduto Salasso, all’ultimo Casato superò un altro scosso, Vai Go del Bruco, venendo a conquistare il penultimo successo di un cavallo scosso. L’ultimo, quello di ottobre 2018, è storia recente.

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I FESTEGGIAMENTI DEL NOVEMBRE 1650

Messaggio  jabru il Mar Nov 06, 2018 8:13 pm

n onore del granduca, una bufalata ed una carriera alla tonda.



La venuta a Siena del Granduca Ferdinando con la consorte Vittoria Della Rovere, e la loro permanenza in città dal 6 ottobre al 10 novembre, fu celebrata con grandi festeggiamenti, che compresero pure la disputa di una bufalata, l’ultima della storia, disputata il 3 novembre, ed un Palio alla tonda, il giorno 6. I preparativi per il grande evento furono minuziosi, e già a partire dal mese di settembre, vennero emanate ordinanze che prevedevano, tra l’altro, la sospensione di tutte le cause e le esecuzioni civili per permettere ai magistrati quattro giorni di ferie, mentre agli abitanti delle zone interessate dal passaggio della carovana granducale veniva fatto obbligo di abbellire ed illuminare finestre e balconi. I “legnaioli” ed i muratori addetti alla costruzione dei palchi in Piazza, erano invece avvisati di rispettare tutte le misure in tema di sicurezza e di stabilità nell’erezione dei palchi stessi. Con due bandi, datati 1 e 2 novembre, si fissavano le regole della bufalata e del corteo: fu così disposto che i figuranti sarebbero entrati in Piazza dall’attuale Chiasso Largo e, dopo aver percorso la pista in senso contrario a come avviene oggi, rendendo omaggio ai sovrani affacciati al balcone del palazzo Chigi Zondadari, sarebbero dovuti accedere all’interno della conchiglia dove furono innalzati degli appositi palchi loro riservati; il tutto sotto l’inappellabile autorità del Maestro di Campo Giovanni Battista Piccolomini che, a cavallo, controllava l’andamento e dettava i tempi del corteo. Una dettagliatissima descrizione di Guglielmo Palmieri ci illustra l’intera composizione del corteo: le comparse delle 6 contrade partecipanti (Lupa, Oca, Drago, Chiocciola, Torre, Onda) erano composte da trombetti, tamburini, alfieri, dagli illustri protettori a cavallo riccamente vestiti, dal carro allegorico rappresentante scene mitologiche o ispirate alla storia antica, preceduto o seguito da “cartellanti” che, con cartelli in mano, illustravano il tema dell’invenzione, ed infine la bufala con i pugilatori al seguito. Concluso il corteo e sgomberata la pista, fecero ingresso le bufale e, dopo 3 squilli di tromba, dall’altezza del vicolo di San Paolo, fu dato il via alla corsa. Giunse prima al traguardo la bufala della Chiocciola e la contrada conquistò così il prezioso Palio di broccato d’oro del valore di 140 scudi con fodera di taffetà bianca e nera e le insegne dei sovrani, oltre ad un premio in denaro di ben 1000 lire. Terminata la corsa, fu consegnato alla Torre il masgalano, un bacile in argento del valore di 60 scudi per la miglior comparsa, mentre all’Oca andò il premio per la miglior invenzione. I festeggiamenti non finirono qui in quanto, domenica 6 novembre, tra le stesse contrade partecipanti alla bufalata, fu disputato un Palio alla tonda con i cavalli. Sullo svolgimento di questo Palio le notizie sono poche e frammentarie, e sappiamo solo che, al termine di 4 giri di Piazza, uscì vincitore il fantino Mone per il Drago, che si aggiudicò così un drappellone di damasco cremisi con fregio bianco e fodera di taffetà bianco e nero.

Davide Donninida OKSiena
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