Storia del Palio

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Storia del Palio

Messaggio  jabru il Gio Ago 29, 2013 10:50 am

STORIA DEL PALIO: LA VITTORIA A METÀ TRA ONDA E TARTUCA
News 28-08-2013


La secolare storia del Palio è zeppa di curiosità ed avvenimenti segnati da incredibili coincidenze che alimentano sogni e cabale di tutti i contradaioli.

Lo splendido cencio del duo Rigacci-Olmastroni è già passato alla storia come il "Palio doppio", due opere distinte in un unico drappellone "fronte-retro".

La perfetta accoppiata Tittia-Morosita Prima ha portato l’ambito premio in Malborghetto dove, esattamente trecento anni prima, era finito l’unico "Palio a metà", quello che Onda e Tartuca si divisero il 16 agosto 1713.

Corsi e ricorsi storici che hanno portato fortuna all’Onda e che ci danno l’occasione per raccontare cosa accadde trecento anni fa.

La Chiocciola vittoriosa nel Palio di luglio, come da prestigiosa consuetudine, decise di far correre a proprie spese un’altra carriera a cui aderirono 14 contrade esclusa l’organizzatrice, l’Aquila che ancora non era rientrata nel novero delle contrade ed il Drago.

Agli ordini dei Giudici della Mossa, Francesco Buonsignori e Giulio Gori Pannillini, le contrade partecipanti si allinearono come segue: Selva, Nicchio, Tartuca, Oca, Onda, Civetta, Lupa, Bruco, Leocorno, Istrice, Pantera, Torre, Giraffa e Valdimontone.

Le scarne note di cronaca che ci sono arrivate si riducono alla decisiva e più che mai controversa fase dell’arrivo.

L’Onda, con un buon vantaggio, si fermò al terzo giro appena passato il Palco dei Giudici ed il fantino voltò immediatamente il cavallo Barbarino.

Dopo pochi istanti sopraggiunse la Tartuca che continuando la sua corsa con il cavallo Montalcino passò l’Onda la quale, come detto, era tornata indietro di qualche metro.

Immediatamente scoppiarono vivaci contestazioni e qualche tafferuglio tra i due popoli che reclamavano la vittoria.

In particolare risultò impossibile stabilire se il vincitore fosse quello che era arrivato nel punto esatto del traguardo o chi l’avesse sorpassato.

La spinosa questione si protrasse per alcuni giorni fin quando l’Auditore Fiscale, alla presenza del Cancelliere di Biccherna, stabilì in maniera salomonica che il premio in denaro di 40 talleri andasse diviso tra le due consorelle e che il drappellone e la relativa asta fossero donati ad una parrocchia del Terzo di Città con l’aggiunta dell’offerta di un congruo quantitativo di cera.

Il verdetto fu accolto favorevolmente da entrambe le contrade che da allora conservano il mezzo accanto al numero dei Palii vinti.

Se tutti gli storici concordano su questa versione dei fatti c’è sempre stata grande incertezza sui dati relativi ai due fantini vittoriosi, con clamorose inversioni ed attribuzioni errate che si sono tramandate per secoli.

Un’accurata ed attenta ricerca, a cura dei redattori del palio.org, ha stabilito con assoluta certezza che per l’Onda corse Giovan Battista Pistoj detto "Cappellaro" e per la Tartuca Giovan Battista Papi detto "Ruglia", passato erroneamente alla storia col soprannome di Ignudo.

Lo stesso Ruglia, durante l’assemblea generale con inattesa onestà, chiese come compenso del Palio vinto a mezzo con Cappellaro solo 35 £, la metà di quanto pattuito alla vigilia della carriera con la Tartuca.

Curiosamente, quasi per rifarsi della "mezza vittoria", la Tartuca rivinse il Palio successivo del 2 luglio 1714 e l’Onda quello di agosto fatto ricorrere proprio dalla consorella confinante.

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I fantini stranieri

Messaggio  jabru il Ven Set 20, 2013 6:21 pm

Storia del Palio
jabru Ieri a 9:21 am

.STORIA DEL PALIO: I FANTINI STRANIERI CHE HANNO CORSO IN PIAZZA DEL CAMPO
News 18-09-2013


Il cappotto del "tedesco" Tittia ci da l’occasione per ricordare i fantini non italiani che hanno calcato il tufo di Piazza del Campo.

ALI’

Il primo fantino straniero a correre il Palio fu Perè Golon detto Alì, eritreo di origini libiche.

Nel luglio 1927 il Bruco ebbe in sorte un modesto sauro di Michele Vannini che nella prima prova fu montato da Alibrando Cortecci, fantino fatto in casa essendo brucaiolo da generazioni e fratello del popolare "Ghelle" storico barbaresco di Via del Comune.

Lo scarso valore del cavallo indusse però il Capitano Giacomo Fossati a non sacrificare il giovane Cortecci che lasciò il posto ad Alì, un venditore ambulante che si vantava di saper cavalcare a pelo fin dall’infanzia.

La novità assoluta suscitò la curiosità dei brucaioli che presero subito in simpatia il fantino di colore.

Per il Palio all’eritreo fu assegnato l’unico compito di ostacolare il Nicchio, contrada con cui il Bruco era da tempo in acceso contrasto.

Leggenda narra che nell’esaltazione del momento l’eritreo chiese addirittura di portare in piazza un coltello per fermare il rivale Porcino.

Alla mossa Nicchio e Bruco capitarono al primo ed al secondo posto e fu semplice per Alì stringere Porcino allo steccato facendolo partire nettamente in ritardo.

Assolto egregiamente il compito assegnato Alì fu confermato dal Bruco anche per la prima prova del Palio d’agosto ma venne subito sceso e sparì definitivamente dalla scena paliesca "riciclandosi" a fare il tassista a Genova.

I TRE ARGENTINI

Dopo trentotto anni, nell’agosto 1965, toccò al trentenne Victor Ramon Barrionuevo detto El Argentino vestire il giubbetto della Pantera per montare la grigia Gabria. La scelta di Ettore Bastianini non si rivelò azzeccata, l’argentino disputò una corsa incolore che segnò la repentina fine della sua esperienza in piazza.

A metà anni settanta arrivò a Siena da Buenos Aires il fantino Jorge Cordon che dopo tanta gavetta debuttò nel Nicchio nell’agosto 1976 cadendo da Rostov al secondo Casato. L’anno dopo pur mettendosi in mostra nelle batterie, montando Quebel e Quadrivio veri gioielli della Scuderia Savelli, L’Argentino corse tre prove su Tobruk nel Drago per poi essere sostituito dal grande Aceto. La seconda ed ultima presenza arrivò nell’agosto del 1978 su Teseo II nel Drago. Pur rimanendo a Siena anche negli anni seguenti L’Argentino corse solo una batteria e la prima prova del luglio 1984 per l’Onda.

Da Buenos Aires, passando per l’astigiano, nel 1992 giunse a Siena il terzo argentino della storia del Palio: Martin Ruben Ballesteros detto Pampero. Fantino di riferimento del Leocorno per le carriere del 1998 negli anni seguenti non trovò più fiducia e fu ripescato, abbastanza a sorpresa, dall’Aquila nel luglio 2003 per montare il quotato Altoprato. La corsa di Pampero fu decisamente deludente e la sua esperienza in piazza si chiuse nell’agosto successivo, ancora nel Leocorno, con la caduta da Donnaiuolo al primo Casato.



IL POLACCO

Luciano Tarlao, per tutti il Polacco, pur non correndo mai il Palio è meritevole lo stesso di uno spazio in questa galleria di fantini stranieri.

Cavallerizzo tanto spericolato quanto spettacolare, sono rimaste nella storia alcune sue evoluzioni da circense nelle prove di notte, arrivò a Siena sul finire degli anni sessanta del secolo scorso.

La grande occasione per correre il Palio arrivò già nell’agosto 1969 quando il Bruco lo chiamò per sostituire il grande Ciancone, su Macchina II, per poi smontarlo all’ultimo momento a favore del mediocre Lenticchia costretto ad arrampicarsi su una terrazza per sfuggire alle ire dei brucaioli.

L’anno seguente il Polacco vinse due prove nella Civetta ma gli fu preferito l’esperto Lazzaro, stessa sorte nella Selva nel luglio 1972 su Pitagora.

Abbandonata ogni velleità di correre il Palio la presenza del Polacco alla tratta divenne praticamente fissa, dal 1969 al 1987 corse ben quarantatre batterie, un vero record.

La sua presenza era legata a quella del suo cavallo Sputnik, presentato in ben diciotto occasioni.

Sputnik fu decisamente più fortunato del suo proprietario il barbero del Polacco, infatti, fu scelto dai capitani nell’agosto del 1980 in maniera del tutto particolare.

Sputnik, segnato come Putnik per un difetto di pronuncia del suo storico proprietario, era già stato scartato ma rientrò nel lotto per l’infortunio che all’ultimo istante precluse la partecipazione ad Ariana de Santana.

Putnik toccò al Nicchio che l’affidò a Bastiano il quale partì alla grande e restò primo fino alla caduta avvenuta al primo Casato.

Con apprezzabile ostinazione il Polacco portò per altri sette anni il suo pupillo in piazza ma per i capitani risultò impossibile riprendere un cavallo che non girava quasi mai a San Martino e che quando ci riusciva spesso assaggiava il tufo insieme al suo inseparabile fantino.

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Vincere tre volte in un anno

Messaggio  jabru il Ven Set 20, 2013 6:32 pm

STORIA DEL PALIO: TOMMASO FELLONI, UNICO FANTINO VITTORIOSO 3 VOLTE IN UN ANNO
News 11-09-2013


Fare cappotto per un fantino è impresa ardua, di certo è quasi impossibile vincere tre Palii in un solo anno, a maggior ragione con i pochi straordinari corsi negli ultimi decenni.

Nel 1972 Aceto andò molto vicino a fare "tripletta" avendo vinto a luglio ed a settembre con nel mezzo il Palio d’agosto sfumato con la caduta all’ultimo San Martino.

La "missione impossibile" è riuscita, quindi, al solo Tommaso Felloni detto "Biggeri" che nel 1809 vinse tutte e tre le carriere di quell’anno.

Biggeri era figlio del noto cavallaio Sebastiano Felloni e per questo entrò da adolescente nel mondo del Palio sfruttando le conoscenze paterne e gli insegnamenti del vecchio e celebre Luigi Sucini detto "Nacche".

La Torre lo fece debuttare nel luglio 1783 su un grigio di Bernardino Cortecci e Biggeri, soprannome ereditato dal padre, sbaragliò la concorrenza dei fantini più esperti sorprendendo tutti all’ultimo Casato.

Dopo alcune carriere incolori si mise ancora al servizio della Torre nel luglio 1787.

Montato nella Civetta trattenne per tre giri il grande Dorino, dato per sicuro vincitore nella Chiocciola, favorendo in questo modo la vittoria di Groppasecca, primo atto del cappotto torraiolo.

Proprio nella Chiocciola Biggeri vinse il suo secondo Palio nel luglio 1788 approfittando dell’ostacolo generale portato a Dorino che montava il primo cavallo nella Lupa.

Dopo le carriere del 1789, a causa della morte della prima moglie, il Felloni restò lontano dalla piazza per ben sei anni.

Nel 1795, quando ormai in molti l’avevano dimenticato, Biggeri tornò a correre facendo esultare Salicotto nel Palio d’agosto in una carriera molto particolare in cui la tratta fu addirittura rinviata di un giorno per la carenza di barberi.

Biggeri, su un forte morello di Giovanni Baldini, corse con la febbre addosso e con l’aiuto di Ciocio, nella Pantera, vinse di mezza girata prendendosi gioco del cosiddetto "monte degli empolesi" formato da Piaccina, Biancalana e Ciccina.

Il ritorno vittorioso aprì un nuovo ciclo di vittorie: nel luglio 1796 Biggeri vinse dominando nell’Aquila; nell’agosto seguente il Felloni fece cappotto trionfando nella Torre dopo una lotta serrata con Selva, Nicchio e Montone.

Con le sue cinque vittorie Biggeri era diventato uno degli idoli della piazza ma la morte della seconda moglie lo allontanò dal tufo per altri tre anni.

Nel nuovo secolo la sua carriera riprese e la vittoria nella Tartuca, nel luglio 1802, fu talmente netta che i cronisti dell’epoca si limitarono a questo breve ma significativo commento: "Palio niente garoso".

Gli anni successivi furono molto negativi e solo nel luglio 1808 Biggeri ebbe modo di rifarsi vincendo nel Montone il suo settimo Palio dominando di prepotenza, alla sua maniera.

Fu quello il preludio allo strepitoso 1809: tre vittorie su tre!

Nello straordinario di maggio Biggeri vinse il suo quarto Palio per la Torre.

Dalla mossa scappò prima la Chiocciola ma già a San Martino, data la superiorità del cavallo, la Torre prese con autorità il comando, solo la Pantera cercò la rimonta ma fu costretta a rallentare per gli aspri ostacoli portati prima dalla Chiocciola e poi dall’Onda.

Nel Palio di luglio Biggeri vinse nel Leocorno dopo che il fantino della Torre, Giovanni Morandi detto "Scricciolo", aveva fermato al canape il favoritissimo Piaccina nell’Oca. Probabilmente fu questo episodio a cementare la rivalità fra Torre ed Oca che già covava da tempo. Gli ocaioli amareggiati chiesero ed ottennero di disputare il cosiddetto "palio di verifica". Il 5 luglio si presentarono tra i canapi l’Oca ed il Leocorno: il barbero ocaiolo, effettivamente superiore, vinse agevolmente mentre Biggeri abbandonava indifferente la piazza.

Il "tris d’oro" fu completato nel Palio d’agosto quando Biggeri vinse nella Lupa precedendo Piaccina e Geremia, figlio di quest’ultimo, che correvano rispettivamente nella Tartuca e nel Drago.

Ormai la carriera di Biggeri, giunto a dieci vittorie su trentaquattro presenze, pareva inarrestabile ma, il 14 giugno 1810, lo stesso trovò la morte per un malore improvviso che lo colse mentre si trovava a casa del barbiere Giulio Landi.

Non è azzardato sostenere che senza questa disgrazia e senza i quasi dieci anni persi per il lutto delle mogli Biggeri sarebbe diventato il fantino più vittorioso di tutti i tempi.

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Lo straordinario di cento anni fa

Messaggio  jabru il Gio Set 26, 2013 6:07 pm

STORIA DEL PALIO: CENTO ANNI FA LO STRAORDINARIO VINTO DALLA GIRAFFA
News 25-09-2013
25 settembre 1913

Esattamente cento anni fa si corse un Palio straordinario dedicato al settimo Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze.

L’estrazione delle contrade avvenne il 19 settembre, a meno di una settimana dalla disputa della carriera fatto impensabile ai nostri giorni!

Dei diciassette barberi presentati per la tratta nessuno aveva vinto il Palio in precedenza e di conseguenza fu formato un lotto molto equilibrato con ben sette debuttanti.

Il miglior cavallo toccò al Drago che si portò nella stalla una baia di Carlo Capperucci che aveva ben impressionato a luglio nel Montone con Bubbolo e ad agosto nel Nicchio con Picino.

Durante le tre prove disputate emersero anche le qualità del grigio del Nicchio di proprietà di Luisa Bellini, probabilmente la prima "cavallaia" della storia.

Le prestigiose monte di Bubbolo e Picino aumentarono ulteriormente le quotazioni di queste due contrade, mentre furono pochi ed interlocutori i cambi di monta nelle altre partecipanti.

Agli ordini dell’esperto Pasquale Meucci, con il cielo pieno di minacciosi nuvoloni, si presentarono tra i canapi: la Tartuca con Pioviscola; il Nicchio con Picino; l’Aquila con Rombois; la Selva con Rancani; il Drago con Bubbolo; l’Onda con Sciò; il Valdimontone con Fulmine; la Torre con Zaraballe; la Giraffa con Testina ed il Bruco con Scansino.

La mossa fu alquanto caotica e risultò più che mai decisiva per gli esiti della carriera: Testina, nono al canape, decise astutamente di entrare a ritmo sostenuto seguito immediatamente dal Bruco il cui cavallo restò letteralmente piantato alla mossa che fu comunque data buona.

All’inseguimento della Giraffa si lanciarono il Nicchio e la Selva che però cadde rovinosamente davanti alla Cappella; più dietro, già staccate di molto, il Drago, la Torre e la Tartuca.

Il Drago, in particolare, incontrò mille intoppi sul suo cammino, Bubbolo cadde ma riuscì in maniera spettacolare a rimontare a cavallo producendosi in un disperato ma inutile recupero.

L’unico brivido per la Giraffa arrivò durante il terzo giro quando tale Lodovico Bianciardi, nicchiaiolo monturato come alfiere per il Leocorno, balzò in pista scagliando la propria bandiera contro il sauro di Alberto Socini nel tentativo di favorire la rimonta di Picino.

Questo gesto grave e sconsiderato non sortì gli effetti sperati dal nicchiaiolo e la Giraffa andò a vincere precedendo con un margine rassicurante il Nicchio, il Drago e la Tartuca.

Per il senese Giulio Cerpi detto Testina giunto alla ventesima partecipazione fu quella la prima vittoria, di peggio riuscì solo a Filippo Rossi detto Vecchia che vinse per la prima volta al suo trentesimo Palio.

In seguito Testina, che riscosse dalla Giraffa ben 670 £, vinse altre due volte, nel 1919 e nel 1921, riscattando la prima parte della sua carriera spesa al servizio del miglior offerente per ostacolare l’avversario di turno grazie alle sue formidabili e riconosciute doti di nerbatore.

Il Palio straordinario del 1913 si chiuse con una raffica di provvedimenti disciplinari: Picino, Pioviscola, Sciò, Testina e Zaraballe pagarono le loro scorrettezze con la squalifica; il nicchiaiolo Lodovico Bianciardi fu escluso a vita dalla partecipazione al Corteo Storico.

Curiosamente il 24/09/1967, dopo cinquantaquattro anni, la Giraffa vinse un altro straordinario dedicato al Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Fu il famoso Palio del cencio rubato dagli studenti bolognesi vinto da Tristezza che arrivò esultando mani al cielo alla stregua dei ciclisti e da Topolone miracolato dopo una tremenda caduta a San Martino in occasione di una mossa invalidata con colpevole ritardo dal Mossiere Fuligni che si diede previdentemente alla fuga e fu sostituito in fretta e furia dal vigile urbano Fedro Valentini, babbo dell’attuale Sindaco.

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I mossieri

Messaggio  jabru il Mer Ott 09, 2013 4:59 pm

STORIA DEL PALIO: I MOSSIERI LEGGENDARI, VIZI E VIRTÙ...
News 09-10-2013


Il mossiere è un po’ come l’arbitro di calcio, meno si vede e meglio è…

Di certo è stato difficile non notare l’appariscente look di Natale Chiaudani mossiere, discusso e consentiteci discutibile, del luglio 2012.

Ben altro tipo di eleganza caratterizzava nei secoli passati i mossieri, o meglio Giudici della Mossa visto che erano due fino al 1881, sempre scelti tra i rappresentanti del ceto nobile.

Completi inappuntabili e l’immancabile tuba, come testimoniano anche molti "cavallini" ottocenteschi, medesimo abbigliamento del famoso ed autoritario Venturino Benvenuti che nei primi del novecento non esitava a scendere dal verrocchio per redarguire i fantini più indisciplinati roteando il suo bastone da passeggio.

Un rapporto ben differente coi fantini lo ebbe il nobile Giovan Battista della Ciaja, venticinque presenze dal 1838 al 1860, più volte accusato di partigianeria nei confronti del suo dipendente Gobbo Saragiolo che col suo "datore di lavoro" sul verrocchio vinse ben cinque dei suoi quindici Palii guadagnandosi il soprannome alternativo ed allusivo di Gobbino del Cjai…

Difficile immaginare cosa potrebbe accadere oggi ad un mossiere solo se minimante sfiorato dal sospetto di favoritismo, di certo bastarono un paio di mosse annullate, nel celeberrimo Palio della Pace, per scatenare l’ira di Silvio Gigli che scese in pista a schiaffeggiare il mossiere Lorenzo Pini; stessa sorte per il malcapitato Carlo Palmieri aggredito, il 16 agosto 1979, dall’ex fantino Lazzaro in quell’occasione nelle vesti di mangino dell’Oca.

Probabilmente per evitare queste conseguenze spiacevoli un paio di mossieri decisero in maniera previdente di darsi alla fuga: nell’agosto 1898 Tito Sarrocchi, accusato di favorire l’Oca, sparì a poche ore dalla carriera cedendo il posto alla guardia municipale Angelo Landozzi; nel settembre 1967, dopo una mossa annullata con enorme e colpevole ritardo, Jago Fuligni scappò dalla Piazza venendo sostituito dal vigile urbano Fedro Valentini.

I vigili urbani, del resto, sono stati sempre una risorsa importante per risolvere le improvvise "crisi del verrocchio" dovute a dimissioni improvvise o ad altri fattori contingenti: Gino Sampieri nel 1929 e nel 1932 e Wilson Pesciatini nel 1966 e nel 1990 ne sono l’esempio più lampante anche se, ad onor del vero, non sempre le prestazioni di questi mossieri "dell’ultimo minuto", dotati di grande spirito di servizio ed amore per la Festa, sono state esenti da pesanti critiche.

Critiche che non risparmiarono neanche Gioacchino Gino Calabrò detto "Rubacuori", eroe del Palio della Pace, unico ex fantino a salire sul verrocchio nelle infuocate e tormentate mosse del settembre 1972 e dell’agosto 1973.

Altro mossiere "particolare" fu Ezio Felici, appassionato lupaiolo, che diede la mossa nell’agosto 1934, pur non correndo la Lupa questa nomina suscitò numerose polemiche ed infatti quella fu l’unica apparizione sul verrocchio del noto scrittore e giornalista.

Accanto a questi mossieri dalla storia breve troviamo una schiera di veterani capeggiata dal celebre Guido Guidarini, con il record di ventotto presenze, dal citato Venturino Benvenuti e dai rispettati Pasquale Meucci, Guglielmo Ricci e Carlo Andrea Fagnani.

I personaggi citati rappresentano, probabilmente, il meglio che la categoria ha espresso nella storia, stimati e temuti dai fantini, questi mossieri vecchio stampo difficilmente si facevano prendere la mano e gestivano le fasi della mossa con autorità e tempismo.

In particolare Guglielmo Ricci cercò, all’inizio degli anni trenta, di opporsi all’innovazione tecnica della rincorsa introdotta dal vecchio Picino che, in barba al regolamento, iniziò ad entrare lanciato tra i canapi dalla decima posizione.

Le varie squalifiche inflitte ai fantini e le dimissioni di Ricci dell’agosto 1932 non impedirono, tuttavia, lo stravolgimento radicale del ruolo della rincorsa destinata a diventare molto più determinante rispetto al passato.

Chiudiamo con un altro esempio di grande passione per il proprio ruolo, quello di Leonildo Fabbrini, dodici presenze dal 1899 al 1904, il quale duramente attaccato per la mossa del Palio alla Romana del 1901, poi annullato, affidò alle colonne della Vedetta Senese la sua accorata autodifesa:

"…Ill.mo Sig. Direttore, ho letto questa mattina nel suo accreditato giornale l’articolo di cronaca riguardante il Palio alla Romana e avendovi riscontrato qualche inesattezza Le sarei grato se volesse pubblicare la seguente per rimettere le cose al loro posto. Alla corsa della 3° batteria i cavalli caddero non perché io avessi dato il segnale della partenza, ma perché i fantini a tutto guardavano fuori che a me, che ero sceso dal verrocchio ed avevo ordinato che uscissero, perché avevano cambiati i posti ed avevano messo confusione. Ritornati i cavalli dentro i canapi detti il segnale della partenza quando erano tutti dentro in fila. Uno partì, gli altri stettero fer­mi, come se i cavalli si rifiutassero a partire; ma di chi la colpa? Mia no certamente! Ho poi da correggere un fatto sostanzialissimo riguardante la mossa della corsa decisiva. Non è vero che i tre cavalli fos­sero entrati fra i canapi e che io non avessi data la mossa perché l’Oca voltava le spalle al canapo. Il cavallo del Montone saltò il canapo quando la Lupa era sempre fuori ed io non credei di dovere fare correre 2 cavalli su 3 dando la mossa quando la Lupa entrò dentro ed era in terra il Montone. Ora mi permetta di dire una parola in mia difesa e specie in risposta a quanto il corrispondente della Nazione ha telefonato al giornale medesimo dicendo che io favo­rivo l'Oca. Se io volevo favorire l’Oca, poco mi curavo se nella corsa decisiva il Montone era caduto. Avrei dato la mossa e l’Oca avrebbe avuto un cavallo di meno nella lotta. Ho creduto di fare il mio dovere e di fare bene facendo cosi; non sono piaciuto, pazienza; me ne rincresce, ma d’altra par­te penso che, con lo corde tese come sono adesso, non sarà facile trovare uno che co­me mossiere accontenti una mossa di popolo che trovasi disposta a fischiare prima di vedere la gente alla prova. Con sentite azioni di grazie mi creda…"

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Quando la corsa finì in tribunale

Messaggio  jabru il Mer Ott 16, 2013 7:00 pm

STORIA DEL PALIO: LUGLIO 1849, LA CORSA FINISCE IN TRIBUNALE!
News 16-10-2013


Il Palio di Provenzano del 1849 è entrato nella storia per il suo svolgimento particolare.

Alla tratta fu presentato un lotto di cavalli di omogeneo, nessun barbero aveva vinto in precedenza e ben sette di essi erano debuttanti.

In questo contesto il valore aggiunto era da cercare nei fantini, i vecchi marpioni Campanino e Gobbo Saragiolo si accasarono rispettivamente nella Lupa e nel Leocorno rivestendo il ruolo di favoriti, più in virtù del loro blasone che per la forza dei cavalli.

Possibili sorprese erano la Giraffa, a digiuno dal cappotto del 1807, con Bonino figlio su un baio del Saracini ed il Montone col senese David Bianciardi detto Sagrino, un ventiduenne che aveva vinto i primi due Palii corsi, nel luglio 1845 e 1846 nel Leocorno e nella Civetta.

Agli ordini dei Signori Giovanni Battista della Ciaja e Antonio Brocci andarono alla mossa: la Lupa con Campanino; il Leocorno col Gobbo Saragiolo; la Selva col Piccolo Campanino; il Bruco con Natalino; la Torre con Bicchierino; la Giraffa con Bonino figlio; il Nicchio con Folaghino; la Tartuca con Storto; il Valdimontone con Sagrino e l’Istrice con Luigi Fenzi.

Al calare del canape, tra lo stupore generale, il fantino del Montone scese da cavallo e si astenne volontariamente dalla carriera, non prima di aver inferto una violenta nerbata nel posteriore del proprio barbero, il morello balzano del mugnaio Cesare Vigni di Vescovado.

In testa andarono l’Istrice e la Tartuca che però si ostacolarono reciprocamente cadendo all’altezza della Fonte, dando via libera al Gobbo Saragiolo il quale rimase davanti agli altri fino alla caduta rovinosa del Nicchio che ne rallentò la marcia.

A quel punto passò prima la Giraffa, la vittoria attesa per quarantadue anni appariva ormai certa ma, negli ultimi metri, Bonino figlio subì incredulo la rimonta strepitosa dello scosso del Montone, risalito con una prepotente progressione dalla terza posizione.

I giraffini, amareggiati e delusi, reclamarono in modo veemente la vittoria contestando, in modo particolare, l’azione atipica di Sagrino ritenuta contraria al regolamento.

Giovan Battista Pannilini, Giovan Battista Buonsignori e Girolamo Piccolomini, nelle vesti di Giudici della Vincita, dopo alcuni momenti di indecisione, decisero che lo scosso del Montone era comunque arrivato primo ed il cencio fu consegnato al popolo festante dei Servi.

Le polemiche che si aprirono furono roventi, per molti Sagrino era sceso volontariamente da cavallo perché venduto ad un’altra contrada, per altri, invece, il barbero del Montone, senza il peso del fantino, correva il doppio e quindi quella mossa fu decisa e ben ponderata per aumentare le proprie possibilità di vittoria.

Un’altra versione, invece, riferisce che Sagrino smontò da cavallo per un malore improvviso provocato da una grave patologia venerea di cui il fantino soffriva da tempo.

In questa situazione, sentendosi penalizzata, la Giraffa, riunita in assemblea il 4 luglio, decise per nome e per conto del suo Priore, Don Michele Tempesti, di presentare ricorso dando mandato all’Avvocato Giuseppe Corsini.

Il lungo iter processuale terminò solo il 6 giugno 1851, tutte le istanze della Giraffa vennero respinte e la contrada fu condannata al pagamento delle spese processuali quantificate in 250 £.

In conseguenza ai fatti di questo Palio il Comune decise di mutare l’articolo 64 del regolamento vietando espressamente ai fantini di scendere alla mossa lasciando il cavallo scosso.

David Bianciardi, dopo questa "impresa", non vinse più il Palio e terminò la sua carriera con una caduta nel luglio 1852 proprio mentre la sorte risarciva la Giraffa, vittoriosa dopo quarantacinque anni grazie all’unica giornata di gloria del senese Agostino Viligiardi detto Cilla.

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L'Oca vince l'ultima corsa disputata a ottobre

Messaggio  jabru il Sab Ott 19, 2013 8:50 pm

STORIA DEL PALIO: 21-10-1849, L'OCA VINCE L'ULTIMA CORSA DISPUTATA AD OTTOBRE
News 19-10-2013

Oggi sarebbe impensabile disputare una Carriera in pieno autunno con orari e cadenze tradizionali stravolti dal clima quasi certamente non favorevole.

Eppure, spulciando negli archivi, troviamo ben tre Palii corsi in questo mese.

Della carriera del 5 ottobre 1664 vi è la certezza dell’effettiva disputa ma si ignora la contrada vittoriosa.

Il Palio del 4 ottobre 1745, corso per celebrare l’ascesa al trono imperiale del Granduca Francesco di Lorena, fu vinto dalla Pantera con Masino sul baio dell’oste della Scala ed è passato alla storia per il gesto della panterina Grifa scesa in pista per fermare a bastonate l’incedere del cavallo della Selva.

L’ultimo Palio d’ottobre della storia risale al 1849 quando, domenica 21, l’Oca si aggiudicò la vittoria col Gobbo Saragiolo sul morello di proprietà Giuseppe Casini.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare non si trattò di un Palio straordinario bensì del recupero della carriera del 2 luglio 1848 non disputata per devolvere le 420 lire, destinate alla contrada vittoriosa, ai militi impegnati in Lombardia nella Prima Guerra di Indipendenza.

In principio per il recupero fu fissata la data del 19 agosto, ma la malattia di una figlia del Granduca Leopoldo II fece slittare il tutto al 21 ottobre, in concomitanza con l’inaugurazione della "Strada Ferrata" Siena – Empoli.

Il clima incerto non impedì i sontuosi festeggiamenti in programma, il Corteo Storico fu curato nei minimi particolari ed era così composto: 1° Un distaccamento di regi Cacciatori a cavallo; 2° I dieci tamburi delle Contrade ammesse alla corsa; 3° Gli alfieri delle sette Contrade escluse; 4° La banda militare addetta al reggimento Toscano di guarnigione; 5° I rappresentanti le dieci Contrade ammesse alla corsa con i rispettivi alfieri e comparse; 6° La banda comunicativa; 7° I cavalli corridori con i rispettivi palafrenieri; 8° I fantini delle Contrade ammesse sopra altri cavalli; 9° Il carro con le bandiere delle 17 Contrade e il drappellone da darsi al vincitore…

E’ interessante notare come le comparse delle contrade fossero "scomposte" rispetto ad oggi con i tamburini che entravano in gruppo distinto rispetto agli alfieri ed agli altri monturati, anche i barberi ed i fantini sfilavano in piazza in due "quadri" separati del corteo.

Agli ordini dei Giudici della Mossa, Giovanni Battista Ottieri della Ciaja ed Antonio Brocci, entrarono nell’ordine: la Pantera con Contadino; il Drago con Storto; la Civetta con Piccolo Campanino; l’Istrice con Partino minore; l’Oca col Gobbo Saragiolo; l’Onda con Stralanchi; la Chiocciola con Folaghino; il Leocorno con Ghiozzo; la Tartuca con Bonino figlio e l’Aquila con Campanino.

Dalla mossa uscì prima l’Ondatallonata dalla Tartuca e dalla Civetta che prese la testa a San Martino per poi cadere dopo un giro esatto al comando.

A quel punto la Tartuca prese la testa con autorità, l’esito della corsa sembrava deciso ma negli ultimi metri Bonino figlio subì incredulo la rimonta decisiva dell’Oca, sbucata all’improvviso dal compatto e folto gruppo di inseguitori, che suscitò l’entusiasmo di gran parte degli spettatori.

A quella vittoria, infatti, furono attribuite le solite connotazioni politico-patriottiche di quell’epoca: la Tartuca, che già nel Palio d’agosto aveva ripreso il tradizionale giubbetto giallo e nero, era invisa ai più per le sue insegne associate all’odiato dominatore; l’Oca al contrario, per il suo tricolore, riscuoteva molti consensi popolari, non a caso proprio per la presenza del Granduca le fu imposto di mutare il rosso col rosa, modifica mantenuta per un decennio.

La quattordicesima vittoria del Gobbo Saragiolo scatenò, quindi, molte polemiche, in molti pensarono che l’Oca fosse stata favorita dalle altre contrade perché "era nel desiderio di non pochi" non a caso questo Palio fu ironicamente definito dei "cavalli trattenuti".

Secondo alcune fonti addirittura l’Oca sostituì il cavallo ricevuto in sorte, considerato il peggiore, con un barbero molto simile fisicamente ma nettamente più competitivo e veloce.

La tradizione orale, invece, fa risalire questo episodio alla vittoria ocaiola del 4 luglio 1858 quando, in pieno fervore risorgimentale ed alla presenza di Massimo D’Azeglio, Fontebranda trionfò col conciatore Gano di Catera.

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Barberi matti

Messaggio  jabru il Ven Ott 25, 2013 6:50 pm

STORIA DEL PALIO: BARBERI MATTI...COME CAVALLI!
News 24-10-2013


"Quel cavallo è matto, fatelo montare al sù padrone!"

Con queste eloquenti parole il grande Vittorino declinò l’invito della Torre per montare, nel luglio 1962, un cavallo debuttante di proprietà di Amleto Tancredi detto Fagiolino, storico barbaresco dell’Oca.

Anche Rondone preferì accasarsi altrove e nella Torre, fresca di vittoria, arrivò il giovane Canapino l’allenatore di quel bizzoso barbero.

Nella prima prova Canapino ebbe il suo bel da fare per contenere l’irruenza di quel soggetto che si fermò solo dopo una rovinosa caduta al quinto giro; per il Palio non andò certo meglio col binomio torraiolo protagonista di una clamorosa caduta alla mossa.

Tutte queste premesse negative farebbero pensare che quel cavallo non ebbe grossa fortuna in piazza invece Eucalipto, così venne segnato per i primi Palii, si trasformò, grazie alle cure di Canapino, nell’osannato e sette volte vittorioso Topolone.

E’ forse questo l’esempio migliore per inquadrare la "categoria dei cavalli matti", barberi particolarmente esuberanti che palesano sovente una scarsa adattabilità alla piazza con evidenti difficoltà nell’affrontare le curve e le altre insidie del Palio.

Tra questi un posto di rilievo spetta ad Ercole che perse clamorosamente nell’agosto 1968 fermandosi all’ultimo Casato scaricando lo sbigottito Guanto, nei Palii successivi questo cavallo continuò a non curvare e terminò i tre giri solo nel settembre 1969 dietro il grande Topolone.

Il vizio di non girare caratterizzò anche la lunga carriera della fortissima Arianna che però riuscì a vincere lo stesso due volte, al contrario dell’agosto 1967 quando Ciancone perse un Palio già vinto non riuscendo a far curvare la cavalla all’ultimo San Martino, cosa per l’altro già accaduta nel luglio precedente a Bazza nella Civetta.

Anche Pitagora, vero pupillo di Canapino, non girava sistematicamente a San Martino buttando alle ortiche varie occasioni di vincere, su tutte quella del settembre 1972.

Emblematica la storia di Robin Hood, il Re di Pian delle Fornaci, che nella sua unica esperienza in piazza, nel luglio 1974, fece ammattire Piero Iannone, esordiente capitano chiocciolino, il quale fu costretto a cambiare ben quattro fantini prima di affidare il potentissimo grigio al malcapitato Fil di Ferro II che fu scaricato sul tufo prima di arrivare a San Martino.

Altri cavalli sono diventati famosi per la loro riottosità nell’entrare tra i canapi: nell’agosto 1955 la purosangue Incantatella, dalla posizione di rincorsa, fece ammattire l’esperto Arzilli prima rifiutando l’ingresso e poi entrando direttamente sul verrocchio rompendo, tra l’altro, l’orologio all’incredulo Mossiere Guido Guidarini; Martino nell’agosto 1987, di rincorsa nel Drago, rifiutò per quasi un’ora l’ingresso e fu necessario l’intervento di un vigile per trascinare, letteralmente, il cavallo tra i canapi annullando di conseguenza la mossa per ricorrere alla seconda busta, cosa mai più avvenuta da allora.

Al contrario entravano senza problemi tra i canapi cavalli come Ogiva e Vipera che coi loro tremendi e temuti calci seminavano il terrore tra equini e fantini, a farne le spese rispettivamente il piede di Aceto e la tibia di Massimino messi KO nel luglio e nell’agosto 1986.

Calci e morsi li dispensarono, in più occasioni, ai propri barbareschi anche Quebel e Zilata Usa, veri "demolitori" di stalle e box, così come Miura che nel 1980 fece impazzire gli addetti di Onda, Bruco ed Istrice, meritandosi l’appellativo di "regina matta".

Non aveva un carattere facile nemmeno il potente ed esuberante Bayardo che il 2 luglio 1983, durante una delle estenuanti quattordici mosse che causarono il rinvio della carriera, pensò bene di infilare la testa sotto il canape e lanciarsi al galoppo lasciando Ricciolino sul tufo tra le zampe degli altri cavalli.

A chiudere questa carrellata di "prodezze" un episodio davvero incredibile: nel luglio 1881 la Giraffa non corse il Palio perché il suo cavallo, nonostante gli sforzi del fantino Bruscolo, non volle uscire mai dall’Entrone o come ben sintetizzarono le cronache dell’epoca "il cavallo non gli si volle muovere di un passo".

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Fantini: Leopoldo Torzoni detto Smania

Messaggio  jabru il Mer Ott 30, 2013 8:12 pm

STORIA DEL PALIO: LEOPOLDO TORZONI DETTO SMANIA, MOLTO PIÙ DI UN COMPRIMARIO
News 30-10-2013
Leopoldo Torzoni

La storia del Palio non è stata scritta solo da campioni affermati ma, spesso, anche da umili comprimari o da fantini dotati di grande talento ma perseguitati da un’oscura paura di vincere.

Limitandoci al secolo passato sono ben noti i perenni digiuni di Amaranto, Lazzaro e Spillo, mentre è meno conosciuta la sfortunata esperienza paliesca del maremmano Leopoldo Torzoni detto "Smania" che dal 1928 al 1953 corse ventuno Palii, in nove contrade, senza mai un successo.

Proveniente da Giuncarico, stesso paese del grande Cispa e dei suoi figli Cittino e Ciaba, debuttò nella prima batteria dell’agosto 1928 mettendosi in evidenza su una baia di Celso Donatelli, prova che propiziò l’immediato debutto nella Pantera su un modesto barbero esordiente.

Nel luglio successivo Smania fu confermato dalla Pantera per montare la famosa Margiacchina, già due volte vittoriosa, purtroppo dopo una partenza incerta la corsa si chiuse con una tragica caduta al secondo San Martino che costò la vita alla campionessa di Giovanni Margiacchi.

Nel 1930 iniziò il connubio tra Smania e la Torre che segnerà in maniera indelebile la sfortunata carriera del fantino maremmano vittima anche dello strapotere messo in campo dal TONO, il celebre patto a quattro formato da Tartuca, Oca, Nicchio ed Onda dominatore assoluto di quegli anni.

In particolare la vittoria sfumò, sempre in modo tremendamente beffardo, nei quattro Palii corsi tra il 1930 ed il 1932, carriere preparate in modo sapiente dalla dirigenza di Salicotto trasformatesi in purghe cocenti per intoppi ed imprevisti dell’ultimo istante.

Luglio 1930: la Torre affidò a Smania il debuttante, ma molto promettente, Burattino contando di sfruttare a proprio vantaggio la ritrovata armonia con l’Onda che montava lo Sgonfio sulla Lina, altra cavalla favorita. Tutto filò liscio fino alla Prova Generale quando si concretizzò un clamoroso scambio tra l’Onda e l’Oca che mandò in Malborghetto il cinquantenne, ma sempre valido e temibile, Picino. In un attimo il quadro strategico fu stravolto, Smania pur partendo primo non resse il ritmo del Meloni che, entrando lanciato dalla decima posizione, vinse alla grande il suo tredicesimo ed ultimo Palio.

Agosto 1930: Smania fu confermato dalla Torre sulla guizzante Prosperpina, una baia tutto pepe alla sua terza partecipazione, pur non partendo bene il fantino maremmano prese la testa al primo San Martino con un’azzardata traiettoria radente i materassi e rimase in testa per tutto il secondo giro tallonato dall’Oca, dal Bruco e dalla Lupa. Al terzo San Martino arrivò il colpo di scena, pare per una bandierata di tal Riccino, ocaiolo appostato dietro i materassi, Smania cascò trascinando con sé Oca e Bruco. A vincere fu il debuttante Ganascia nella Tartuca dopo un breve duello con Canapino I nella Lupa.

La delusione per queste due sconfitte fu tremenda tra l’altro la Torre ruppe i propri rapporti sia con l’Onda che con la Tartuca, consacrazione ufficiale del TONO ormai ufficialmente in campo in contrapposizione con lo schieramento opposto formato dalla Contrada di Salicotto, dal Bruco e dalla Chiocciola, detto in modo spregiativo TBC.

Dopo due prove incolori nella carriere del 1931 Smania ritrovò con rinnovate ambizioni il giubbetto cremisi.

Luglio 1932: con Elsa, detta anche Tordina, la Torre rivestiva il ruolo di favorita contando anche sull’appoggio dello Sgonfio, fantino del Montone. Il rinvio per pioggia causò una fuga di notizie sull’ordine di ingresso al canape che permise all’Oca di offrire una somma più alta allo Sgonfio che, insieme a Bubbolo, ostacolò in modo inatteso Smania sin dalle prime fasi della mossa. Anche stavolta arrivò la vittoria di Ganascia e per la Torre un deludente quarto posto.

Agosto 1932: la sorte assegnò alla Torre la velocissima Gobba di Vescona, conosciuta anche come Tortorella, vittoriosa nel Palio precedente con lo strepitoso tempo di 1’16". L’occasione per Smania era davvero ghiotta ma sin dalle prove si trovò contro gli ormai irriducibili avversari del TONO. La mossa fu tra le più turbolente che si ricordino, con il Mossiere Sampieri costretto a ricorrere alla terza busta dopo vari allineamenti andati a vuoti e due mosse invalidate da cui la Torre era partita prima pulita, dal primo e dal terzo posto. All’apertura della terza busta le speranze di Smania svanirono di colpo: Torre di rincorsa e poi dal sesto al nono posto Nicchio, Oca, Tartuca ed Onda praticamente l’intero "muro" avversario davanti. A quel punto il TONO aveva il Palio in mano e Tripolino, nel Nicchio, non si lasciò sfuggire questa ghiotta occasione per cogliere il suo primo successo.

Questa sequela di delusioni compromisero la carriera di Smania che in pratica non ebbe più l’occasione di vincere montando sempre cavalli di seconda fascia.

Anche il rapporto con la Torre perse d’importanza in modo particolare per la delusione del luglio 1937 quando gli fu preferito l’inesperto Bubbolino che perse malamente un Palio che sembrava già vinto.

Le ultime tre carriere disputate da Smania prima della guerra furono tutte deludenti, ormai da astro nascente della piazza era diventato un fantino di ripiego chiamato solo in situazioni disperate per rimpiazzare colleghi modesti, tipo Grattapassere nel luglio 1939 nella Civetta.

Assente nei Palii della ripresa Smania fu richiamato a sorpresa dalla Chiocciola nell’agosto 1947 per montare Stelma, una cavalla zoppa sin dalla prima prova. L’obbiettivo chiocciolino era quello di far perdere la Tartuca, tra le favorite con Amaranto sulla grigia Salomè. Le due rivali capitarono all’ottavo ed al nono posto e per il navigato maremmano fu facile fermare l’impaurito Amaranto favorendo in tal modi il trionfo di Ganascia nella Torre.

L’anno successivo Smania corse entrambi i Palii, per Civetta e Giraffa, confermando di aver imboccato il viale del tramonto.

Il 1949 fu l’anno della svolta negativa, di luglio, montato dal Nicchio su Stellino, fu protagonista della caduta al primo Casato che causò la morte del cavallo; d’agosto, sempre nel Nicchio, Smania fu smontato a favore di Tirone.

Dopo quattro anni d’assenza il Bruco, a sorpresa, richiamò il vecchio fantino per montare il debuttante Ravi II, un’altra corsa deludente segnò l’addio di Leopoldo Torzoni nella stessa carriera in cui Ganascia, il più temibile avversario dei suoi anni d’oro, salutava la Piazza in cui aveva trionfato ben otto volte.

LEOPOLDO TORZONI "SMANIA" 21/0

A28 PANTERA (Sauro di Ciro Fregoli); L29 PANTERA (Margiacchina); A29 ISTRICE (Grigio ferro di Pilade Fontani); L30 TORRE (Burattino); A30 TORRE (Proserpina); L31 ISTRICE (Morella di Emilio Tiezzi); A31 SELVA (Zola); L32 TORRE (Elsa); A32 TORRE (Gobba di Vescona); L33 ISTRICE (Sauro di Bubbolo); A33 MONTONE (Melisenda); A34 BRUCO (Masina); L36 SELVA (Masina); A36 TORRE (Bengodi); L38 SELVA (Masina); A38 TORRE (Pollino); L39 CIVETTA (Girardengo III); A47 CHIOCCIOLA (Stretta); L48 CIVETTA (Ali'); A48 GIRAFFA (Falchetto); L53 BRUCO (Ravi II)

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Quando Bruschelli non corre

Messaggio  jabru il Mar Nov 26, 2013 8:56 pm

STORIA DEL PALIO: QUANDO GIGI BRUSCHELLI NON CORRE...
News 26-11-2013


La squalifica per un Palio inflitta a Gigi Bruschelli, oltre ad aprire scenari strategici di ampio respiro, ci offre una serie di spunti storico-statistici di notevole interesse iniziando dal dato che questa illustre assenza non si verificava da dieci anni esatti.

Dal debutto dell’agosto 1990 su quarantotto Palii corsi fino al 2013 Trecciolino è stato presente in quarantaquattro occasioni risultando quindi assente in sole quattro Carriere.

La prima mancata partecipazione di Trecciolino risale all’agosto 1991 quando, montato dalla Giraffa sul promettente Nicoleo, fu costretto a rinunciare alla carriera per un infortunio occorso al barbero nella Prova Generale.

Il Palio fu poi vinto dalla Pantera con l’accoppiata super favorita e super affiatata formata da Beppino Pes e Pytheos.

La successiva assenza risale al luglio 1993 quando Trecciolino, allora legato alla Civetta, pagò per le due ammonizioni nei Palii del 1992 con la squalifica.

La Civetta, dopo l’infortunio di Angelo De Pau, scelse Bazzino, ormai al suo ultimo Palio, per montare il forte Oriolu de Zamaglia, proprio la caduta del navigato fantino innescò una tremenda carambola al primo San Martino che fece da preludio ad una carriera drammatica vinta dal Leocorno con Il Pesse sull’esordiente e sorprendente Barabba.

Cancellati gli anni difficili con le tre vittorie nell’Oca ed il successo del luglio 2000 per l’Istrice il Bruschelli rimase fuori dal tufo per la terza volta nell’agosto del 2000.

In quell’occasione Trecciolino alternò le sue prove nella Giraffa e nell’Oca dove tornò in occasione della Prova Generale, una colica a Zullina però impedì a Fontebranda la partecipazione alla carriera.

Anche in quell’occasione a spuntarla fu il Leocorno, a cui evidentemente l’assenza del Bruschelli porta fortuna, con Luca Minisini detto "Dè" e Venus VIII autori di una prestazione superba pur non partendo coi favori del pronostico.

Il quarto Palio saltato da Trecciolino fu quello del luglio 2004 quando a mettere fuori causa il fantino senese fu il tremendo infortunio del 9 marzo giorno in cui, durante un allenamento mattutino a Pian della Fornaci, si provocò la frattura di tibia e perone.

In quell’occasione trionfò la Giraffa, alla fine di una carriera spettacolare e ricca di colpi di scena, con Salasso e Donosu Tou scosso, dopo un duello accanito con il Bruco protagonista a sorpresa con Dino Pes che proprio Trecciolino aveva indirizzato in via del Comune.

E’ questa tra l’altro l’ultima vittoria ottenuta da un cavallo scosso in piazza, quasi un messaggio: non corre il fantino più forte e vince un cavallo scosso…

A dispetto delle previsioni, che volevano il fantino senese ai box per un’intera annata, Trecciolino si ripresentò tra i canapi nell’agosto successivo sbalordendo tutti con la vittoria nella Tartuca su Alesandra primo successo della striscia vincente che culminerà col cappotto del 2005.

In attesa del 2 luglio 2014, con l’imperatore a fare da spettatore, non si può che prevedere un inverno "caldo" con le varie dirigenze a lavoro per preparare un Palio privo del punto di riferimento più importante.

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La prima volta col Carroccio

Messaggio  jabru il Gio Dic 05, 2013 8:54 pm

STORIA DEL PALIO: LA PRIMA VOLTA DEL CARROCCIO, CON DIECI BRENNE IN CORSA
News 05-12-2013


Uno dei tormentoni degli ultimi anni è legato alle ripetute esclusioni dei cavalli più forti, o presunti tali, che puntualmente si verificano creando il malumore dei proprietari e la delusione dei contradaioli che sempre più spesso arrivano alla tratta confusi e senza precisi punti di riferimento, leggasi il bombolone per cui saltare.

E’ comunque errato pensare che questo fenomeno sia nato di recente, la storia è piena di esclusioni eccellenti: dagli anni di ostracismo verso il grande Urbino, che favorirono il cosiddetto "livellamento in basso" dei primi anni ottanta, passando per il caso di Gaudenzia nel luglio 1955, esclusa dopo le tre vittorie del 1954, tornando a ritroso fino alle assenze dei formidabili Folco e Ruello nell’agosto 1934.

Tutte esclusioni con importanti risvolti strategici, con l’evidente intenzione di creare un lotto di cavalli omogeneo per dare un po’ a tutti l’occasione per vincere, motivo per cui anche duecento anni fa si sacrificano i cavalli più importanti.

L’esempio più chiaro di questa strategia risale al Palio di agosto 1813, in quell’occasione, citando le cronache dell’epoca, "… furono scelti a bella posta dieci cavalli tutte carogne per aver più facilmente l’uguaglianza …" o ancora " … per questa carriera furono appositamente scelti dieci cavalli tra i meno corridori per ottenere così un certo insieme evitando gli spareggi più volte verificatisi …"

Il poco elegante e più che mai esplicito termine di "dieci carogne" ci fa facilmente intuire che furono scelte dieci brenne in virtù del fatto che molte delle carriere precedenti erano state dominate dal vincitore o come si diceva all’epoca risultarono "poco garose".

Questa scelta portò comunque all’esito sperato e la carriera riuscì spettacolare e piena di colpi di scena.

Agli ordini dei Giudici della Mossa, Luigi Bichi Borghesi e Alessandro Mignanelli, si schierano alla mossa: la Lupa con Cicciolesso; la Pantera con il Gobbo Chiarini; il Leocorno con Leggero; l’Onda con Pettiere; il Valdimontone con Vecchia; la Giraffa con Botto; il Drago con Brandino; la Tartuca con Caino; l’Aquila con Piaccina ed il Nicchio con Serafinaccio.

L’Aquila che aveva il miglior barbero, o per meglio dire il meno peggio, subì l’immediato ostacolo congiunto da parte del Nicchio e del Drago, Piaccina, infatti, era inviso agli altri fantini in quanto aveva vinto tre degli ultimi quattro Palii corsi ed in occasione del successo di luglio non aveva diviso i soldi con nessuno.

Piaccina e Serafinaccio finirono sul tufo e se le diedero di santa ragione mentre Brandino, del Drago, prese per le redini lo scosso dell’Aquila per l’intera durata della carriera.

Nel frattempo erano partite in testa l’Onda e la Lupa che però andò a dritto a San Martino lasciando spazio a Pettiere che rimase primo per un’intera girata al termine della quale prese il comando la Pantera.

Il Gobbo Chiarini, tuttavia, non resse il ritmo delle inseguitrici cedendo il passo al Montone che a sua volta fu passato dalla Tartuca che andò comodamente a vincere.

Fu quella la settima vittoria del blasonato Caino che portò in Castelvecchio l’unico Palio della storia non confezionato nella foggia tradizionale ma bensì a forma di bandiera.

Per la cronaca in questo Palio fu introdotto per la prima volta il Carroccio che era trainato da quattro cavalli ed era seguito dalle comparse, vestite alla greca, delle dieci contrade partecipanti, a fare da colonna sonora al Corteo Storico una banda posizionata al centro della piazza.

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Quando un fantino diventa Capitano

Messaggio  jabru il Mer Dic 11, 2013 9:12 pm

STORIA DEL PALIO: QUANDO IL FANTINO DIVENTA CAPITANO...
News 11-12-2013


Quante volte, quasi con rassegnazione, si sente dire di questo o quel fantino che ha fatto "le veci" del capitano, assumendosi anche l’onere di decisioni e strategie che dovrebbero essere di esclusiva competenza dirigenziale.

Eppure nel passato sono esistiti dei fantini che appena appeso il nerbo al chiodo hanno ricoperto la carica di capitano.

Il primo di questi fu il tartuchino Giuseppe Baldini detto Ciaramella che per la sua contrada fu fantino nell’agosto 1794 e capitano nelle carriere del 1813.

Ciaramella era figlio d’arte, avendo il padre Ansano ricoperto la carica di capitano della Tartuca nel luglio 1781 ed era un grande conoscitore di cavalli.

Nel luglio 1813 vinse Piaccina nella Civetta e la Tartuca disputò una carriera anonima con Filippo Rossi detto Vecchia, un fantino giunto alla sua ventiduesima partecipazione che vinse il primo Palio nell’agosto 1817 dopo ben trenta presenze!

Per il Palio d’agosto, invece, Ciaramella riuscì ad assicurarsi le prestazioni di Niccolò Chiarini detto Caino, uno dei fantini più blasonati del periodo, su un baio di Pompilio Lippi nella carriera, descritta nel precedente articolo, detta "dei cavalli tutte carogne".

Si alternarono al comando varie contrade e dopo una serie di colpi di scena fu proprio la Tartuca a vincere e Ciaramella diventò l’unico ex fantino ad aver vinto il Palio nel ruolo di capitano.

Ad insidiare questo record ci pensò qualche decennio più tardi il noto Lorenzo Franci detto Pirrino.

Al contrario di Ciaramella la carriera di fantino di Pirrino fu lunga ed altalenante, con due vittorie e ben nove secondi posti che lo convinsero al ritiro a soli trentacinque anni.

Affermato cavallaio Pirrino restò comunque nel mondo del Palio ricoprendo, seppur non ufficialmente, il ruolo di barbaresco nel Leocorno e nel Nicchio.

Proprio il Nicchio nel luglio 1895 scelse Pirrino come capitano e per poco non arrivò la vittoria.

Dopo cinque prove corse dallo sconosciuto Lucurgo Rugi l’esperto Pirrino decise di affidare la veloce Farfallina a Leggerino, un ex collega da lui ben conosciuto giunto ormai alla sua quarantesima partecipazione.

Il Nicchio si giocò la vittoria sino agli ultimi metri lottando allo stremo con il Montone e la Torre che la spuntò con Tabarre.

Fu quella l’unica volta in cui Pirrino ricoprì ufficialmente la carica di capitano ma i fatti lasciano presupporre che più volte curò gli interessi palieschi di Leocorno e Nicchio, contrade a cui era particolarmente legato avendo l’abitazione ed altri fondi adibiti a stalla in Via Pantaneto.

Nel 1903 il Leocorno propose ufficialmente Lorenzo Franci come capitano ma il Comune pose il veto a questa nomina valutando come una sorta di "conflitto di interessi" la sempre più fiorente attività di cavallaio portata avanti da Pirrino.

Questa decisione suscitò le vibranti proteste di Virginio Grassi, Vicario tuttofare del Leocorno: "… in mancanza di altre più valide ragioni e ritenendo che nessun’altra ve ne sia, il Leocorno conferma la sua delega. In caso di ulteriore rifiuto di riserva di appellarsi all’Autorità Governativa ed anche ad astenersi in segno di protesta dall’imminente corsa, salvo poi al Sig. Franci di prendere quelle decisioni che ritenesse opportune per salvaguardare il suo decoro …"

La clamorosa protesta lecaiola non ebbe comunque seguito, come detto Pirrino non fu più capitano ma è certo che ebbe un ruolo molto importante nelle strategie del Leocorno dalla vittoria dell’aprile 1904 fino almeno al 1906.

Dopo Pirrino nessun altro ex fantino è diventato capitano anche se sono ben note le collaborazioni di Bubbolo e Ganascia nelle capitanerie di varie contrade fino agli anni cinquanta.

Solo Lazzaro, appena smessa l’attività di fantino, diventò mangino della sua Oca nel 1979 rimanendo nella storia per l’aggressione al mossiere Carlo Palmieri.

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Il ricordo di Violante di Baviera

Messaggio  jabru il Mer Gen 08, 2014 12:43 am

7 GENNAIO NEL RICORDO DI VIOLANTE DI BAVIERA
News 07-01-2014


Nel 1717 Governatrice di Siena è la Principessa Violante Beatrice di Baviera, moglie di Ferdinando de' Medici, che sarà ricordata per aver legato il suo nome a quello delle Contrade.
In quel tempo erano frequenti le questioni che nascevano sul diritto nelle strade dei rioni alla "questua" e la "batter cassa".
Per evitare litigi fra Contrade confinanti, Violante emanò il 7 gennaio 1729 un bando, ancora oggi in uso, che stabiliva i confini delle attuali 17 consorelle.
Al suo nome sono inoltre legate anche numerose norme che determinano il regolamento del Palio.
La più importante è la riduzione a 10 delle Contrade ammesse a correre attraverso l'introduzione del meccanismo dell'estrazione.

La Principessa, affezionatasi profondamente alla città che reggeva ed alle sue tradizioni, capì pienamente quale fosse la grande passione dei propri sudditi e, compartecipe essa stessa di tale passione, si adoperò perché quelle istituzioni che ne erano appunto alla base si rinforzassero ulteriormente e stabilmente.
Ma, per poter comprendere il valore e l’intelligenza delle riforme arrecate da Violante di Baviera alla festa del Palio ed alle Contrade, è necessario esaminare brevemente la situazione delle Contrade stesse in quei primi decenni del sec. XVIII nonché il precedente più grave ed allarmante che spinse la Principessa, responsabile del Governo Granducale in Siena, ad ideare ed apportare le sue benefiche riforme.
Due erano le costumanze più caratteristiche dei rioni senesi in quella epoca cui si riferisce la nostra narrazione: la questua cioè l’operazione che annualmente compiva un incaricato di raccogliere danari per la Contrada dagli abitanti di essa ed il "batter cassa", ossia lo stamburare che attraverso le strade si faceva allo scopo di convocare le adunanze per le elezioni dei seggi direttivi.
Ora, non esistendo norme stabilite che regolassero i confini delle Contrade, accadeva spesso che tamburini o questuanti si incontrassero percorrendo certe strade - si tenga presente che i tamburini ed i questuanti si tramandavano per generazioni le abitudini nel compiere gli itinerari e che, quindi, si affidava tutto alla tradizione, non alla norma - e che, perciò, si trovassero con estrema facilità a diverbio, non volendo l’uno sentire le ragioni dell’altro.
La situazione, veramente insostenibile, si trascinava ormai da molto tempo, e parve riacutizzarsi in maniera critica, quando nel 1718 alcuni abitanti di via del Casato, via di Città, di piazza Postierla dichiararono di volersi nuovamente ricostituire in una Contrada che da tempo non partecipava più alle competizioni con le consorelle, l’Aquila, e di essere presenti al Palio d’agosto indetto dall’Oca lo stesso anno.
Si consideri ora che il territorio dell’Aquila era stato da numerosi anni smembrato tra la Selva, l’Onda, la Tartuca e la Pantera.
La prima a reagire fu, dunque la Selva che, a mezzo del proprio capitano Giovan Battista Nencini e del deputato Michelangelo Grilli, affermò non poter partecipare al Palio la sedicente Aquila poichè non esisteva come contrada, non avendo neppure dato il benvenuto insieme alle altre quindici - anche il Leocorno fu assente e per questo si decise di sospenderlo dalle corse - a Porta Camollia alla Governatrice durante il suo ingresso a Siena la sera del 12 aprile 1717.
L’Aquila ribadì che, in realtà, nel 1546 era stata tra le protagoniste di una competizione contradaiola, la «Caccia de’ tori» descritta dal contemporaneo Cecchino Chartajo e che perciò aveva il diritto di essere riammessa al Palio.
Dopo che, chiamato a testimoniare il tamburino Giovanni Marchetti, la Selva ebbe dimostrato di avere sempre posseduto le strade che l’Aquila rivendicava, entrarono nella controversia a fianco della Selva anche Onda, Tartuca e Pantera, ugualmente danneggiate nei loro interessi territoriali, le quali si appellarono al precedente della Spadaforte, non più riconosciuta come Contrada allorchè, dopo una lunga astinenza volontaria, nel 1693 intese ritornare alle corse.
L’Aquila, però, non voleva cedere, tanto più che le sue difese nello stesso 1718 erano state prese da un autorevole gentiluomo senese, lo storico Giovanni Antonio Pecci.
Costui, eletto protettore - nel marzo del 1718 ricopriva anche la pubblica carica di membro del Concistoro, carica questa, che egli fece senz’altro pesare sul trionfo della causa da lui impugnata - si adoperò subito a favore della propria contrada e riuscì a farla ammettere al Palio del 2 luglio 1719 (il Palio del 16 agosto 1718 fu sospeso ad evitare disordini, ma sulla sua effettuazione gli storici sono ancora discordi), che fu vinto appunto dall’Aquila.
E’ interessante ricordare come in tale occasione anche il Leocorno fosse riammesso nel novero delle Contrade con l’abolizione del decreto della sua sospensione. Evidentemente tante amnistie non potevano che essere frutto della magnanimità della nuova Governatrice; altrimenti tutto avrebbe avuto un diverso svolgimento e ben più severo, come dimostra il precedente della Spadaforte.
La controversia condusse, tuttavia, ad una revisione dei confini delle Contrade, revisione ritenuta necessaria dalle autorità e chiesta, oltre che dalle parti in causa, anche da tutti i Senesi attaccati alle loro istituzioni ed al mantenimento dell'ordine in seno ad esse.
Si dovette aspettare, però, il 1729, circa dieci anni, quindi, prima che gli organismi amministrativi della città e l’apposita commissione arrivassero a capo di qualcosa di concreto.
Naturalmente innumerevoli furono in tale periodo di tempo le sollecitazioni degli interessati, ma sembra che queste, dapprima, non riuscissero affatto ad affrettare l'andamento dei difficili lavori.
Infine una «Descrizione dei Confini delle Contrade» fu redatta dalla Biccherna, approvata per mano della Balìa e promulgata il 7 Gennaio 1729 dalla Governatrice sotto il nome ancor oggi noto di «Bando della Principessa Violante di Baviera».
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Le cadute sul tufo

Messaggio  jabru il Gio Feb 06, 2014 8:37 pm

STORIA DEL PALIO: LE CARRIERE CON NUMEROSE CADUTE SUL TUFO
News 05-02-2014


Quando nell’agosto 1924 la cavalcata solitaria della Giacca portò alla vittoria la Chiocciola gran parte della piazza salutò con entusiasmo quello che poteva definirsi come un avvenimento storico, era infatti dall’agosto 1871, ben cinquantatre anni, che uno scosso non conquistava la vittoria.

Questo dato ci fa ben capire come all’epoca le cadute durante la carriera fossero molto meno frequenti di oggi, di sicuro la minor velocità dei barberi limitava il rischio della classica "ammucchiata" a San Martino con il conseguente dipanarsi della corsa senza grossi intoppi.

Nel periodo che va dal 1900 al 1939, pur non potendo contare su dati di precisione garantita, solo in poche occasioni si registrarono più di due cadute in una singola carriera.

Nel luglio 1919, per esempio, caddero le tre favorite: Chiocciola ed Aquila con i marpioni Picino e Nappa che, per dei vecchi rancori personali, si ostacolarono duramente coinvolgendo nel capitombolo al primo Casato anche il malcapitato Randellone nella Torre.

Eccezione che conferma la regola fu il Palio di luglio del 1925 quando solo Lupa, Aquila e Montone non assaggiarono il tufo con il grande Picino che portò la vittoria nei Servi.

Come è facile intuire era quello un Palio diverso, più lento e più giostrato in cui difficilmente il numero dei potenziali vincitori era alto.

Questa tendenza iniziò a perdere importanza già nel secondo dopoguerra con l’avvento in piazza di cavalli più veloci e di conseguenza col rischio più elevato di cadute.

Il primo esempio è la spettacolare carriera del luglio 1949 in cui si registrarono ben sei cadute su sole nove contrade al canape considerato che il Nicchio non partecipò per l’infortunio al barbero Stellino.

Evidentemente le ripetute cadute favorirono la vittoria della Chiocciola col giovane Bazza su Lirio considerato alla vigilia il peggiore cavallo del lotto.

Ebbe in tal modo inizio un periodo di svolta, le cadute diventarono più frequenti e di conseguenza anche le vittorie dei cavalli scossi: Gaia nel maggio 1950, Gaudenzia nell’agosto 1954 ed Uberta quattro anni dopo.

Emblematico il caso del luglio 1956 quando si decise di correre, probabilmente per non deludere il Presidente della Repubblica Gronchi, nonostante la pista allentata dall’incessante pioggia, caddero in cinque, tutti gli altri tirarono il freno ed il minuscolo Mezzetto sull’esperta Archetta riportarono il Palio nell’Aquila dopo un digiuno di ventisette anni.

Dalla metà degli anni sessanta aumentarono in maniera esponenziale le cadute al Casato: nel luglio 1966 e 1967 su dodici cadute totali ben nove si registrarono al primo Casato favorendo, nel secondo caso, la storica rimonta di Canapino su Topolone che, partiti ultimi e staccatissimi, riuscirono a vincere per la Tartuca sfruttando l’incredibile sequenza di capitomboli ed errori altrui.

Dall’esito a dir poco sorprendente e rocambolesco fu il Palio dell’agosto 1968: sette contrade, su nove partecipanti vista la defezione del Drago, non completarono i tre giri, in un groviglio di spettatori, vigili urbani e cavalli Aceto, dall’ultimo posto, si ritrovò a vincere il suo primo Palio nell’Oca dopo che il Leocorno, nettamente primo, non curvò al terzo Casato incredibilmente imitato dai suoi inseguitori.

Il 1972 fu invece l’anno delle cadute "da purga", ben sedici su tre carriere disputate, in particolare la delusione fu cocente per l’Oca in testa fino al terzo San Martino ad agosto e per la Torre dominatrice fino al secondo San Martino a settembre con il solito Pitagora che rifiutò per l’ennesima volta di curvare scaraventando Canapetta sul tufo.

Ma il peggio doveva ancora arrivare e si materializzò con la carriera del luglio 1976, un’inaspettata ed evitabile riedizione dell’ultimo Palio con gli scossi del 1907.

La pioggia, che aveva condizionato la festa sin dalle prove, rese la pista impraticabile ma nonostante ciò si decise di correre e le conseguenze drammatiche si concretizzarono già al primo San Martino dove ben sette contrade finirono sul tufo.

Stessa sorte per Canapino al primo Casato e per Bazza al secondo San Martino, il solo Aceto, relegato nelle retrovie, finì a cavallo ad andatura di sicurezza mentre i suoi colleghi rimasti sul tufo incitavano lanciando nerbi e zolle i propri barberi.

Finì con la vittoria della Chiocciola col grande Quebel, capo branco nato che trovò la condizione ideale per esprimere al massimo le sue doti.

Molti Palii degli anni seguenti furono ricchi di cadute, anche drammatiche, in particolare il periodo dal 1980 al 1989 fu caratterizzato da molti incidenti anche se si concluse con un fatto unico nella storia la vittoria di due scossi nello stesso anno: le splendide imprese di Vipera e Benito e del degnissimo rivale Pytheos sono tuttora negli occhi e nel cuore dei contradaioli.

Lo stesso Pytheos ebbe la sua fortunosa rivincita nell’agosto 1990: sette cadute e la carambola al terzo Casato, provocata da Adonea scossa e libera per la pista, che mandò in fumo la vittoria, ormai ad un passo, della Selva favorendo in modo beffardo il Montone rimasto fino a quel momento attardato.

Le statistiche del decennio seguente confermano la costante crescita delle cadute con il picco raggiunto nel 1993 quando a luglio caddero in sei ed in agosto in otto, come nel luglio 1984, con Vittorio scosso che andò a placare le odiose polemiche animaliste seguite alla drammatica carriera di Provenzano.

L’ultimo Palio degli anni novanta, con una carambola di cinque contrade al primo San Martino ed i primi del nuovo millennio segnarono la nuova svolta per la sicurezza in piazza con l’avvento dei nuovi materassi a San Martino e l’addio ai tanto discussi purosangue.

I dati dell’ultimo decennio parlano chiaro, meno cadute e ben tre carriere terminate con tutti i fantini a cavallo, una vera rarità per gli ultimi sessant’anni.

Ultimi episodi eclatanti i Palii di agosto del 2011 e del 2012 con ben sei cadute ciascuno, nel secondo caso con sei contrade franate, per fortuna senza conseguenze drammatiche, al primo San Martino.

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La prima volta del doppio canape

Messaggio  jabru il Mar Feb 11, 2014 9:27 pm

STORIA DEL PALIO: 2-7-1884, SI UTILIZZA IL DOPPIO CANAPE ALLA MOSSA
News 11-02-2014


Come spesso accade le carriere in cui si introducono novità regolamentari sono ricche di episodi e curiosità degne di rilievo.

Nel luglio 1884 per la prima volta, dopo anni di esperimenti più o meno riusciti, fu decisa l’introduzione definitiva dei due canapi per dare la mossa.

Per testare al meglio la novità ci si affidò a Giuseppe Valteroni, mossiere esperto ed autoritario in carica dall’agosto 1881, prima carriera dalla destituzione ufficiale dei Giudici della Mossa.

I migliori cavalli, seppur debuttanti, toccarono alla Civetta ed alla Tartuca, discreto il morellino andato in sorte all’Aquila, di poche speranze gli altri sette barberi.

Nel Castellare arrivò una baia di Remigio Bellini, detta Farfallina, che fu affidata al vetturino Santi Sprugnoli detto Boggione, fantino non dei migliori alla sua ottava partecipazione.

In Castelvecchio arrivò un morello, detto Carbonello, dell’oste Savino Merlotti che fu montato da Lorenzo Franci detto Pirrino, fantino di prima fascia già vittorioso nel 1877 e con qualche purga di troppo da riscattare.

Proprio la Tartuca a bocca asciutta da dodici anni, digiuno all’epoca inferiore solo a quelli patiti da Giraffa ed Onda a secco rispettivamente dal 1865 e dal 1870, arrivò tra i canapi da favorita assoluta.

All’uscita dell’Entrone il fantino del Nicchio Dante Tavanti detto Il Citto, con la complicità di un anonimo spettatore, sostituì il tradizionale nerbo, regolarmente ricevuto dalla guardia municipale, con un altro piombato di sua "produzione".

Per fortuna degli altri fantini, in particolare di Leggerino dell’Oca che in corsa subì le violentissime nerbate del Tavanti, qualcuno si accorse della sostituzione illecita ed il micidiale nerbo piombato fu sequestrato per tempo.

Questo grave gesto fu, ovviamente, pesantemente sanzionato dalle autorità comunali che inflissero, con delibera del 15 luglio 1884, due anni di squalifica al noto fantino.

Tra i canapi entrarono nell’ordine: l’Onda con il debuttante Pietrino d’Arezzo; la Civetta con Boggione; la Selva con Gano di Catera; l’Aquila con Il Moro; la Giraffa con Filusella; l’Oca con Leggerino; il Nicchio con il Citto; la Tartuca con Pirrino; l’Istrice con il Sordo ed il Leocorno con Masino.

La mossa fu rapida e lineare, solo l’Istrice fu colto impreparato e cadde al canape, in testa partirono appaiate la Civetta e l’Aquila, con la Tartuca all’inseguimento.

Approfittando di un intenso scambio di nerbate tra le due battistrada la Tartuca riuscì a prendere il comando già a San Martino e tutto lasciava presagire ad una netta affermazione.

Boggione, invece, liberatosi dalla morsa del Moro, non si arrese e dopo un tentativo andato a vuoto al secondo Casato sferrò l’attacco decisivo all’inizio del terzo giro.

Dopo un furibondo scambio di nerbate la Civetta prese definitivamente il comando e il cencio tornò nel Castellare dopo otto anni di attesa anche grazie ad Adamo Tanzini, contradaiolo tuttofare, che rivestiva contemporaneamente la carica di Priore e quella di Capitano.

I tartuchini non digerirono la bruciante sconfitta, alcuni monturati danneggiarono per la rabbia i propri costumi, poi vi fu una violenta scaramuccia con il Nicchio che una colorita cronaca dell’epoca così descrive: " … nella sera vi furono le indispensabili bastonature tra contrada e contrada e questa volta toccò ai nicchiaioli e tartuchini entrare in lizza …"

Rientrati in contrada al Capitano Ciro Baldacci toccò barricarsi in casa onde evitare spiacevoli conseguenze nella durissima contestazione che coinvolse anche il malcapitato Pirrino.

Per Boggione si aprì un periodo di gloria inattesa e ritrovata Farfallina vinse nettamente il Palio di agosto per i colori del Bruco.

Passato l’anno di grazia Boggione non riuscì più a ripetersi nelle otto partecipazioni seguenti ricalcando le orme di Polpettino nel 1800, imitato nel secolo successivo da Meloncino nel 1934 e da Peppinello nel 1964, anche loro prima inebriati dal prestigioso cappotto personale e poi mai più vittoriosi.

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Bachicche, re della Piazza

Messaggio  jabru il Mer Feb 26, 2014 8:36 pm

BACHICCHE TRA VITTORIE E BRAVATE
News 26-02-2014


Il senese Mario Bernini detto “Bachicche” è stato uno dei fantini più famosi e blasonati della storia, non solo tredici vittorie ma anche alcuni clamorosi tradimenti che l’hanno consacrato ancora di più nel suo ruolo di mercenario.
Nell’agosto 1873, per esempio, fu montato dalla Pantera su un ottimo cavallo ma la corsa fu decisamente incolore e nel dopo Palio un panterino tentò di dargli fuoco gettando della benzina sui suoi abiti.
Qualche anno dopo, ancora da favorito nella Lupa, propiziò in maniera netta la vittoria di Pirrino nell’Oca tanto che nel dopo Palio lupaioli e torraioli si unirono compatti alla ricerca del traditore che si nascose per ben tre giorni in Fontebranda mentre i suoi abiti venivano inchiodati al campanile dell’oratorio di San Rocco.
L’episodio che raccontiamo è collegato all’ultima vittoria di Bachicche quella ottenuta per la Chiocciola nel luglio del 1885.
I migliori cavalli toccarono all’Oca, al Montone ed in particolare alla Lupa che ebbe in sorte Farfallina la cavallina baia che aveva vinto i tre Palii, compreso quello con gli scossi del 17 agosto, dell’anno precedente.
La sfortuna volle che Farfallina si infortunò banalmente durante una sorta di prova fatta per le vie del rione ed arrivò al Palio decisamente malconcia.
Anche altri cavalli subirono degli infortuni tanto che questo Palio fu definito “degli zoppi” ed in questo contesto crebbero a dismisura le quotazioni dell’esperto Bachicche che battagliava in piazza dal lontano 1850.
La carriera fu molto lottata: partì prima la Torre che però fu subito passata dal Montone, dall’Oca e dalla Chiocciola.
Bachicche ostacolò in modo determinate Masino nell’Oca provocandone la caduta al secondo San Martino, il fantino ocaiolo riuscì a rimontare a cavallo in modo spettacolare ma ormai per lui il Palio era compromesso.
La carriera sembrava ormai decisa con Leggerino a condurre il Montone verso la vittoria, ma al l’ultimo istante si materializzò la rimonta vittoriosa della Chiocciola.
L’arrivo fu molto contrastato e contestato ma alla fine i giudici della vincita si espressero a favore della Contrada di San Marco.
La tredicesima vittoria di Bachicche suscitò molti dubbi nei contradaioli e nella stampa che eloquentemente commentò: “ … dopo tante peripezie di cavalli zoppi e sciancati il Palio del 2 luglio fu vinto dalla Chiocciola auspice il famoso fantino Bernini Mario detto Bachicche … Sicuro, non tutti i giorni capita la fortuna di avere un competitore che non vuol vincere …”
Conquistata la tredicesima vittoria, con l’evidente compiacenza di Leggerino, nell’agosto successivo Bachicche fu rimontato dalla Chiocciola per montare il forte Lupetto con concrete speranze di cappotto.
Anche l’Oca ebbe in sorte un ottimo barbero che fu affidato a Leggerino che arrivò al Palio contando su un grande lavoro diplomatico della propria dirigenza i cui risultati si videro nell’andamento della carriera.
Boggione, per la quarta volta di fila sulla forte Farfallina, scese al canape per non meglio precisati motivi; la Lupa, partita nettamente prima, con Masino si fece passare senza contrasto dall’Oca prima di San Martino; Bachicche, presa la seconda posizione, si soffermò prima a nerbare la Lupa e poi trattenne per tutta la carriera Lupetto.
Era quindi giunto il momento di rendere il favore di luglio a Leggerino che vinse nettamente in tutta tranquillità.
Bachicche nell’immediato dopo corsa si impegnò a spronare al massimo Lupetto scappando a tutta la velocità dalla piazza in groppa al suo destriero col giubbetto della Chiocciola ancora indosso.
La bravata di Bachicche fu sicuramente ben ricompensata ed il fantino pensò bene di non ripresentarsi in piazza nel 1886 per tornare a correre l’anno seguente vestendo clamorosamente, nel Palio d’agosto, il giubbetto della Chiocciola con cui sfiorò la quattordicesima vittoria.
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Squalificati a vita

Messaggio  jabru il Mer Mar 12, 2014 9:18 pm

SQUALIFICATI A VITA NEL MONDO DEL PALIO
News 12-03-2014

La conferma del TAR Lombardia della squalifica a vita per Walter Pusceddu nel Palio di Legnano ci offre lo spunto per una carrellata sui fantini del nostro Palio che hanno subito questa espulsione perpetua.
Partiamo con la singolare storia di Angelo Innocenti squalificato a vita, al debutto, a seguito dei fatti del luglio 1877 che causarono l’annullamento di quella carriera.
Innocenti fu montato dall’Oca su un grigio di Arcangelo Amaddii, già vittorioso nella carriera precedente, la mossa fu tormentata ed in un primo allineamento caddero ben otto fantini.
Tra questi Girocche della Lupa, secondo molti ubriaco fradicio, fu dato per morto ma durante il trasporto in ospedale si riprese e rientrò in piazza.
Dalla seconda mossa partirono solamente cinque contrade con Oca e Torre in testa, allo scoppio del mortaretto tutti si fermarono tranne Angelo Innocenti che terminò i tre giri ed alzò il nerbo.
Nonostante la palese irregolarità gli ocaioli si presentarono sotto il Palco dei Giudici a reclamare il cencio, facendo eclissare nel frattempo il fantino e cercando di far uscire il cavallo da piazza.
Seguirono vari tumulti ed un’invasione di pista, si decise di tornare tra i canapi con lo scosso dell’Oca che però rifiutò sempre di entrare ed il sopraggiungere dell’oscurità causò il rinvio della carriera.
Il giorno successivo la Prefettura vietò la disputa del Palio per gravi motivi di ordine pubblico nonostante il Comune ne avesse già deciso la disputa.
La giustizia paliesca fu ferma ed implacabile coi fantini colpevoli: Girocche fu squalificato per due anni, Cecco del Nicchio per tre, Pilesse della Pantera per cinque ed Angelo Innocenti, a dispetto del cognome, fu squalificato a vita.
Nel luglio 1908 stessa sorte toccò al noto Ermanno Menichetti detto “Popo” reo di aver tentato, peraltro inutilmente, di fermare l’Oca lanciata verso la vittoria.
Popo, nel Bruco, dopo essere partito tra i primi si fermò a San Martino attendendo il passaggio dell’Oca nel giro successivo.
Il duro ostacolo portato al Meloni non ebbe però l’effetto sperato e l’Oca andò a vincere comodamente.
Le motivazioni di questo gesto di Popo sono da ricercare in vecchi screzi avuti con Picino e dal rancore verso l’Oca rea, secondo il fantino, di essersi battuta più delle altre contrade per far passare la modifica al regolamento che impediva ad uno o più fantini consanguinei di correre lo stesso Palio, norma che lo colpiva in prima persona in quanto fratello di Alfonso Menichetti detto “Nappa” e di Santi Menichetti.
Ad un anno di distanza la stessa sorte di Popo toccò a Guido Duchi detto “Martellino” che in quella occasione correva nella Torre su un cavallo molto problematico tanto che al fantino fu ordinato di fermarsi appena possibile per non arrecare danno alle altre contrade.
Martellino, invece, contravvenendo agli ordini e per motivi mai chiariti, rientrò in pista al terzo giro e si parò davanti a Testina che stava tranquillamente portando la vittoria alla Civetta.
Nel parapiglia generale rimase coinvolta anche la Chiocciola ed il Palio finì nella Lupa con l’incredulo Scansino lesto ad approfittare di tanta inattesa grazia.
In un primo momento anche la Torre venne squalificata per quella che oggi chiameremmo responsabilità oggettiva, ma in seguito il provvedimento venne revocato cosa che non accadde per Martellino che fu costretto ad abbandonare la piazza per sempre.
L’ultima squalifica a vita risale al luglio 1928 e fu inflitta ai danni di Edoardo Furi detto “Randellone”, un vetturino di Santa Fiora dal fisico possente e dal nerbo facile.
Montato nel Leocorno sulla blasonata Giacca impedì alla Civetta di partire con lo svelto Fiorello montato da Memmo, favorendo in tal modo la partenza bruciante del Meloni nell’Oca.
Per eccesso di zelo Randellone prese anche le briglie di Fiorello, terminando in bellezza il compito che gli era stato affidato dal Meloni.
E’ opportuno precisare che l’attuale rivalità tra Civetta e Leocorno non deriva da questo, pur grave, episodio, la mannaia della giustizia paliesca colpì senza possibilità di appello Randellone ed anche il vittorioso Meloni subì una pesante squalifica di quattro Palii confermata nonostante il ricorso presentato dal fantino al Re d’Italia in persona!

Roberto Filiani da OKSIENA
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Babbo e figlio che corrono insieme

Messaggio  jabru il Sab Mar 22, 2014 9:07 pm


STORIA DEL PALIO: PADRE FANTINO, FIGLIO ANCHE. 11 VOLTE HANNO CORSO INSIEME

News 21-03-2014




La storia del Palio è piena zeppa di fantini figli d’arte, ma solo undici hanno avuto l’occasione di correre insieme al padre nella medesima carriera.

Partiamo dall’emblematico caso del famoso Luigi Sucini detto "Nacche" e del figlio Francesco detto "Polpettino" che in quattro occasioni si ritrovarono da avversari.

Dopo aver lottato per la vittoria già nel 1797 i due si contesero il successo nel luglio 1800: fu un Palio molto combattuto con molte contrade che si alternarono al comando, Polpettino nell’Istrice, su un cavallo ritenuto inferiore, vinse in volata per la sola testa del cavallo, precedendo proprio il padre nella Torre.

Storia del tutto simile per un altro titolato fantino Luigi Menghetti detto "Piaccina" che nel 1807 corse per la prima di otto volte col figlio Geremia, da segnalare il Palio dell’agosto 1811 quando il padre, nella Civetta, beffò il figlio che aveva condotto la carriera fino al terzo San Martino per il Drago.

Dal 1821 al 1828 corse nove volte Salvatore Chiarini che si ritrovò sempre tra gli avversari il padre Niccolò detto "Caino" che alla presenza del figlio vinse il suo quattordicesimo ed ultimo Palio nell’agosto 1825.

In occasione del Palio dell’agosto 1828 oltre ai Chiarini si presentò al canape un’altra coppia di padre e figlio composta da Matteo Brandani detto "Brandino" e dal figlio Carlo detto "Brutto" o "Tarlato".

Gli stessi due fantini si ritrovarono avversari in altre tre occasioni l’ultima delle quali nell’agosto 1835 quando corse anche Bernardino Brandani detto "Giacco", figlio di Brandino e fratello di Brutto.

Della prolifica dinastia dei Brandani faceva parte anche Cicciolesso che propiziò il debutto in piazza dei figli Giovanni ed Agostino con cui incrociò il proprio destino in sei occasioni.

La carriera di Agostino si concluse con l’unica partecipazione nel luglio 1835 mentre Cicciolesso portò fortuna a Giovanni detto "Pipistrello" che col padre in piazza conquistò il cappotto personale nel 1833 e la quinta ed ultima vittoria nel luglio 1836.

La presenza contemporanea del padre Giovanni Buoni portò fortuna anche a Bonino figlio che conquistò le sue prime quattro vittorie, su otto totali, col genitore tra i canapi.

Un altro big della piazza Francesco Bianchini detto "Campanino", ben nove vittorie su cinquantaquattro presenze, negli ultimi spiccioli della sua gloriosa carriera disputò otto carriere col figlio Leopoldo, ultima delle quali nel luglio 1856 quando Piccolo Campanino, detto anche Quercino o Cieco di Campana, conquistò il suo unico trionfo.

Al contrario di tutti questi casi trattati decisamente poco significativa fu la contemporanea apparizione, nel luglio 1878, di Edoardo Seccaticci detto "Stoccolungo" e del figlio Augusto, mediocri fantini di Cortona.

La presenza nella stesso Palio di più consanguinei iniziò negli anni a creare molti malumori, in particolare dopo la vittoria di Ermanno Menichetti detto "Popo" che nell’agosto 1907 fu che palesemente favorito dai suoi fratelli Alfonso e Santi.

Per questo nel 1908 le autorità, tra vibranti polemiche, con l’art. 78 bis del Regolamento vietarono a due o più consanguinei di correre lo stesso Palio e le relative prove.

La citata norma impedì ad Angelo Meloni ed al figlio Corrado di correre insieme costringendo, fin dal luglio 1932, i due fantini di Canepina ad una ferrea alternanza fino al ritiro definitivo di Picino.

Abrogato l’articolo 78 bis nel 1973 toccò all’amiatino Eletto Alessandri detto "Bazza" la soddisfazione di trovarsi il figlio Massimo come agguerrito rivale tra i canapi.

Bazza e Bazzino corsero insieme per quattro volte, in particolare nel luglio 1974 quando Massimo vinse il suo primo Palio, con lo scarsamente considerato Pancho, con l’ormai vecchio Eletto a rivestire il ruolo di favorito assoluto con il grande Panezio nel Leocorno.

Chissà se dopo quasi quaranta anni nelle prossime carriere si possa rivedere il padre con il proprio figlio a battagliare insieme in piazza, il riferimento va ad un giovanissimo figlio d’arte a cui alcune dirigenze stanno già strizzando l’occhio nella speranza che segua le orme del famoso genitore…

Roberto Filiani da OKSIENA

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Quando la corsa si faceva a sorpresa

Messaggio  jabru il Ven Apr 25, 2014 6:50 pm


STORIA DEL PALIO: QUANDO LA CORSA SI FACEVA...A SORPRESA

Clima pasquale, tempo di sorprese… Anche il Palio ha avuto le sue sorprese, in particolare una formula di Carriera tanto affascinante quanto discussa che spesso viene ricordata da qualcuno con la speranza, poco concreta, che possa essere primo o poi riproposta.

Il primo Palio a sorpresa, o a sorteggio, si disputò il 17 agosto 1909 su proposta della Società dei Commercianti, ex Società delle Feste già organizzatrice dei Palii alla romana e con i cavalli scossi, con il consueto intento di far arrivare più turisti in città.

Il giorno successivo al Palio dell’Assunta si procedeva all’estrazione delle dieci contrade, a queste venivano abbinati, con due sorteggi distinti, i cavalli ed i fantini che avevano corso il giorno prima.

I fantini, tenuti chiusi in una stanza, venivano a conoscenza della contrada con cui correranno solo pochi minuti prima della carriera, i contradaioli venivano a conoscenza della propria accoppiata solo all’uscita della contrade dall’Entrone.

La sorte favorì l’Aquila con un baio di Domenico Leoni, la Lupa con Stella e soprattutto la Pantera con Calabresella, cavallina vittoriosa in 16 agosto per il Drago.

Il sorteggio dei fantini fece esultare l’Onda che con il grande Picino ed un buon cavallo poteva ambire alla vittoria.

La mossa venne data con un notevole ritardo per qualche intoppo nei sorteggi e nella vestizione dei fantini e partì prima la Pantera, seguita da Lupa, Istrice e Drago.

L’Oca, dal decimo posto, con Zaraballe e la modesta Farfalla, riuscì subito a recuperare terreno iniziando il duello decisivo con il mediocre Sciò nella Pantera.

Calabresella era nettamente superiore a Farfalla, ma i tentativi di Sciò si infransero contro il nerbo di Zaraballe che per tutta la carriera respinse gli assalti del rivale, lo smacco per i panterini fu notevole con un nuovo secondo posto dopo quello del giorno prima.

Per la disputa del Palio a sorpresa la Società dei Commercianti, tenendo conto dei piazzamenti, elargì anche dei premi in denaro per i fantini: Zaraballe (Oca) 100 £, Sciò (Pantera) 70 £, Fulmine (Torre) 40 £, Moro (Lupa) 30 £, Pallino (Aquila) 20 £ ed infine 10 £ per Nappa (Istrice), Scansino (Civetta), Testina (Drago), Picino (Onda) e Caino (Chiocciola).

Questa formula fu riproposta anche nel 1913 ma il rinvio per maltempo della carriera ordinaria di agosto causò l’annullamento di quello a sorpresa.

Nel 1919 la fame di Palio dopo la grande guerra portò all’effettuazione della seconda ed ultima carriera a sorpresa della storia.

L’estrazione dei fantini e dei cavalli pose come favorito d’obbligo il Drago con Cispa e Stellina.

Dall’urna dei fantini uscì anche un verdetto beffardo che assegnò all’Oca il famoso Giulio Cerpi detto "Testina" che il giorno prima aveva corso, senza infamia e senza lode, nella Torre.

I dirigenti torraioli, in maniera previdente, avevano convinto Testina a vendersi qualora il giorno dopo la sorte l’avesse mandato a correre nell’Oca, il piano fu studiato nei minimi dettagli: al Chiasso Largo il Cerpi doveva uscire di scena e scappare sulla carrozza che sarebbe rimasta li ad attenderlo.

All’uscita dei cavalli dall’Entrone fu una gioia per i torraioli vedere Testina proprio nell’Oca seppur con un ottimo barbero, la Mozza o Scodata, che era stata protagonista sfortunata nei due Palii precedenti col Meloni.

Dalla mossa partì primo il Bruco, seguito dall’Oca, dalla Chiocciola e dalla Giraffa.

Al primo San Martino il vecchio Scansino, al suo ultimo Palio, fu infilato nettamente da Testina che ignorando il patto con la Torre continuò imperterrito la sua cavalcata trionfale lasciando desolatamente vuota la carrozza del Chiasso Largo…

La beffa per i torraioli fu atroce e non si seppe mai la verità su questo episodio leggendario: secondo alcuni Testina volle far pagare alla Torre la sconfitta del 1909 provocata dall’allora fantino di Salicotto, per altri fu una semplice questione di convenienza economica.

Gli ocaioli festeggiarono cantando: "…ed in sol ventiquattro ore da rosso il Cerpi divenne tricolore…"

Di certo non mancarono le polemiche, la considerazione finale fu che il Palio a sorpresa in realtà non escludeva i soliti accordi tra fantini, spesso presi a discapito delle contrade.

Per molti il Meloni, come sempre fedele all’Oca ed al "sor" Ettore Fontani, aveva svolto il ruolo di regista occulto nel trionfo di Testina ed anche per questo la "sorpresa" non fu più riproposta ai senesi.

Roberto Filiani da OKSIENA

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La donna nel Palio

Messaggio  jabru il Ven Apr 25, 2014 6:56 pm


IL RUOLO DELLA DONNA NELLA STORIA DEL PALIO DI SIENA

A chi dice che Siena ed il Palio hanno un'espressione prettamente maschile potremmo rispondere, dati alla mano, che ciò non è vero. Infatti molte donne nel corso del tempo hanno ricoperto cariche di rilievo all'interno della Contrada e del Palio più in generale. Ben dodici donne hanno assunto la carica di Capitano nel corso della storia. La prima in assoluto è stata Sobilia Palmieri Nuti di Roccella, capitano del Nicchio dal 1947 al 1951, vincendo il Palio del 2 luglio 1947. E’ stata poi la volta della Contessa Carla Placidi Mazzarosa, capitano del Leocorno dal 1948 al 1958, con due vittorie riportate: il 16 agosto 1950 ed il 5 settembre del 1954. Nell’anno 1952 è la marchesa Maria Pace Chigi Zondadari Misciattelli che viene eletta capitano della Torre, conducendo la Contrada alla vittoria il 16 agosto del 1961. Anche nella Contrada del Drago una donna è stata capitano, si tratta della contessa Maria Luisa Barzelotti Brandolini d’Adda (detta Kinda), che ha diretto il Drago dal 1962 al 1964, vincendo ben tre Palii: il Palio dell’Assunta del 1962, quello del 16 Agosto 1963 ed infine quello di Provenzano del 1964. E’ poi la volta di Vittoria Bonelli Zondadari Barabino che diviene capitano della Selva nel 1963 e, restando in carica fino al 1968, vince i Palii dell’Assunta del 1965 e del 1967. Anche il Bruco nel 1966 decide di affidare l’importante carica di capitano ad una donna, si tratta di Marcella Svetoni Pascucci Pepi che dal 1966 al 1969 guiderà la Contrada. Nello stesso periodo anche la Pantera pone ai vertici della dirigenza per un solo anno, il 1967, una donna, che è Cynthia Sue Wood. La Pantera tornerà ad eleggere un’altra donna, Aurora Cialfi, come capitano nel 1980. Ed ancora nella società del Nicchio, dal 1977 al 1983, una donna è capitano, si tratta di Lucia Cioni Nuti, che condurrà la contrada alla vittoria il 16 agosto 1981. E’ poi la volta della Contrada del Montone che dal 1982 al 1987 affiderà a Anna Maria Befani la carica di Capitano, vincendo il Palio per ben due volte: il 2 Luglio 1982 ed il palio straordinario del 13 Settembre 1986. Nello stesso periodo, in particolar modo nel 1984, Vittoria Adami Nepi verrà eletta capitano della Contrada dell’Aquila ed, infine, arrivando ai giorni nostri, la Torre decide di eleggere Maria Aurora Misciattelli che rimarrà in carica dal 2002 al 2008, portando la Contrada alla vittoria il 16 agosto del 2005. Ma la donna a Siena non ha ricoperto solo la carica di capitano della Contrada, bensì anche quella di Priore, certamente un ruolo di decisiva responsabilità, ricordiamo che il termine deriva proprio dal latino e sta indicare la persona che guida, colui “che sta prima, avanti” e dirige un gruppo di persone. La prima donna a ricoprire questo importante ruolo è stata la marchesa Ginevra Chigi Zondadari Bonelli, in carica nella Contrada della Selva dal 1966 al 1969, vincendo il Palio dell’Assunta del 1967. Poi è la volta della contessa Emilia Griccioli Brandolini d’Adda, priore dell’ Aquila dal 1970 al 1977, con un Palio vinto, quello del 16 agosto del 1973. Ed ancora Maria Grazia Testi Botteghi divenne priore dell’Istrice dal 1990 al 1992, Lucia Cresti priore del Vadimontone dal 1994 al 1999 e, seguendo l’iter storico, è la volta di Maria Isabella Becchi, priore della Selva dal 1999 al 2004, riportando due vittorie, la prima il 9 settembre del 2000 e la seconda per il Palio di Provenzano del 2003. Il Valdimontone nel 2006 sceglie di affidare nuovamente l’importante carica di priore ad una donna, si tratta di Anna Carli, in carica fino al 2009. Ed eccoci arrivare ai giorni nostri, quando nel 2009 Laura Dinelli viene eletta priore della Giraffa, priore vittorioso nel Palio dell’Assunta del 2011. Non solo Laura Dinelli è ancora in carica, altre tre donne stanno ricoprendo la carica di priore in questi anni, si tratta di Nicoletta Fabio, priore dell’Istrice dal 2011; Laura Bonelli, priore del Drago dal 2012 ed infine Fiamma Cardini, priore dell’Aquila dal 2013. Dati alla mano, il Palio, nel corso dei decenni, ha assunto concretamente un “volto rosa”, la donna ha sempre più imposto il proprio ruolo, è stata riconosciuta all’interno del “sistema Palio”, offrendo un contributo sostanziale.

Ma il lato femminile si è imposto nel sistema Palio anche in un altro ambito, che forse risulta essere difficile da immaginare, in quanto è un ruolo generalmente maschile, si tratta del fantino. Già nel 1581 Virginia Tecci, giovinetta quattordicenne sembra aver corso un palio alla lunga per la Contrada del Drago e poi, molto più recentemente, Rosanna Bonelli nell’agosto del 1957 corse il Palio per la Contrada dell’Aquila con il soprannome di Diavola, ma conosciuta e ricordata con il nome di Rompicollo, dal titolo di un’operetta sul Palio scritta dal padre, il commediografo senese Luigi Bonelli. Rosanna Bonelli, è ad oggi l’unica donna ad aver corso un Palio “alla tonda”. Un altro ruolo, prettamente maschile, è stato di recente ricoperto da una donna, si tratta del barbaresco, ruolo affidato dalla Contrada della Giraffa a Claudia Colonna dal 2006 al 2008. Il tocco rosa, certamente non si ferma qui, abbraccia molti altri aspetti, ad esempio ben undici donne hanno dipinto il drappellone tanto amato e agognato dai contradaioli. La prima donna a dipingere un Palio è stata Maria De Maria che nel 1921 offrì il suo ingegno per dipingere il “cencio”, poi vinto dal Drago. Vita Di Benedetto, torraiola, realizzò poi il drappellone del 2 luglio 1984 vinto dall’Oca ed ancora Alison Roux nel luglio del 1990 mostrò ai senesi la sua opera, conquistata poi dalla Giraffa. E’ la volta di Rita Petti, nicchiaiola, che per il Palio di Provenzano del 2005, vinto dal Bruco, dipinse uno splendido cencio. Ed ancora Pia Bianciardi Venturini, lupaiola, insieme a Rita Rossella Ciani, dipinse il Palio del 2 luglio del 2006, vinto dalla Pantera. Anche nel luglio del 2008 una donna ha dipinto il drappellone, si tratta di Camilla Cantoni Mariani della Rovere in Adami che realizzò il cencio poi vinto dall’Istrice. E’ la volta di Eugenia Vanni, lupaiola, autrice del Masgalano 2008, che dipinse per il Palio di Provenzano del 2009 il drappellone dedicato al 700° anniversario del Costituto del Comune di Siena, vinto dalla Tartuca. Ed ancora, Claudia Nerozzi, panterina, dipinse il Palio di Provenzano del 2013, vinto dall’Oca ed infine ricordiamo Cecilia Rigacci (chiocciolina) che insieme a Cesare Olmastroni realizzò il retro del Palio dell’Assunta del 2013, vinto dall’Onda e Rosalba Parrini, torraiola, che sta dipingendo il Palio 2 luglio 2014 dedicato al 70° anniversario della Liberazione dei Comuni nella nostra Provincia. Ma vediamo altri aspetti ancora del “sistema Palio” in cui la donna ha ricoperto altri importanti ruoli. Ad esempio, oltre al fatto che per ben dieci volte il Masgalano è stato realizzato da mani femminili, due donne hanno svolto l'incarico di Deputato della Festa, si tratta di Aurora Cialfi della Pantera per i Palii del 1988 e Maria Isabella Becchi della Selva, per il Palio del 2 luglio 2005. Oltre a ciò, due donne hanno svolto l'incarico di Giudice della Vincita: Anna Carli, del Valdimontone per il Palio del 16 agosto 2011 e Maria Isabella Becchi, della Selva, per i Palii del 2013. Infine è altresì importante ricordare che quattro donne hanno fatto parte del Comitato Amici del Palio: Vanna Gafforio, torraiola, dal 1965 al1969, Clara Migliorini, nicchiaiola, dal 1979 al 1980, Daniela Ugolini della Contrada dell’Onda dal 1982 al 1983 e Francesca Collini Vigni, selvaiola, dal 1985 al1986.
Altra nota da non trascurare è che il primo assessore comunale delegato alla giustizia paliesca, delega istituita nell'agosto 1999, è stata Anna Carli dal 1999 al 2001. Infine due donne sono state nominate presidente del Consorzio per la Tutela Palio di Siena: la stessa Anna Carli dal 20 maggio 2009 al 25 aprile 2010 e Nicoletta Fabio dal 20 gennaio 2014. Dunque la donna nel “sistema Palio” ha sempre più guadagnato posizioni di prestigio e di rilevanza, un’ottima risposta a chi sostiene che il volto del Palio sia esclusivamente maschile.

Chiara Lenzini da OKSIENA

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1882 rivalità Nicchio - Torre

Messaggio  jabru il Ven Mag 09, 2014 8:12 pm


STORIA DEL PALIO: AGOSTO 1882, RIVALITÀ E VIOLENZE TRA NICCHIO E TORRE

News 09-05-2014




Il Palio dell’agosto 1882 fu spettacolare e denso di avvenimenti le cui conseguenze si trascinarono per molti anni mutando in modo decisivo lo scacchiere di rivalità ed alleanze allora in essere.

La tratta favorì il Nicchio che ebbe in sorte il morello del Bruni che aveva vinto il Palio di luglio con Bachicche che, ovviamente, prese la strada dei Pispini in cui il noto fantino aveva riportato anche l’ultima vittoria dell’agosto 1878.

Ottimi barberi toccarono anche alla Lupa ed all’Oca che nutrivano quindi grandi ambizioni montando rispettivamente Pirrino ed il debuttante Leonida Gianni detto "Leone" o "Rimbalzo".

Le prove furono combattute e ricche di colpi di scena a partire dall’infortunio di Bachicche che privò il Nicchio di una monta di indiscutibile valore.

Nel frattempo la Torre aveva smontato, a suon di manate, il fantino Antonio Duchi detto "Martellino" sostituendolo con Genesio Sampieri detto "Il Moro" che conosceva bene il morello torraiolo avendolo montato a luglio nell’Onda.

Il Nicchio, non trovando di meglio, si affidò proprio a Martellino, ignorando la manovra della Torre che d’accordo col fantino aveva messo in piedi una sceneggiata nella speranza di piazzare un fantino rivenduto proprio nella contrada favorita.

Ma i colpi di scena non erano ancora terminati e nel corso della Provaccia il Moro cadde rovinosamente tanto da far temere il peggio: " … geme tosto per sussulto della febbre e pel dolore delle contusioni …"

Trasportato d’urgenza all’ospedale il Moro si riprese pian piano, esentato dal Corteo Storico fu trasportato nell’Entrone con una barella pochi attimi prima dell’uscita dei cavalli, nonostante il parere contrario dei medici.

Le prime fasi del Palio non furono favorevoli al redivivo Moro a partire prima infatti fu l’Aquila presto raggiunta e superata dal Nicchio e dalla Lupa che prese la testa dopo un breve ma intenso duello a nerbate.

Dalla pancia del gruppo, durante il secondo giro, emersero la Torre e l’Oca che proprio sul momento di raggiungere le battistrada subì l’ostacolo decisivo del Nicchio con Martellino pronto a favorire in tutti i modi la rimonta del Moro che si concretizzò all’inizio del terzo giro ai danni della Lupa.

Per Genesio fu il terzo trionfo su quattro partecipazioni, il più bello ed inatteso visto le sue precarie condizioni fisiche, i torraioli festanti però dovettero ben presto dedicarsi ad altro perché la reazione dei nicchiaioli, traditi e beffati da Martellino, non tardò ad arrivare.

Nel dopo corsa si accese un violento tumulto in cui i torraioli ebbero la peggio, molti nicchiaioli erano armati di bastone e ci fu una vera e propria sassaiola che tuttavia non servì a placare gli animi visto che gli scontri si protrassero anche nei giorni seguenti.

A nulla servirono le condanne a nove mesi di reclusione che il tribunale inflisse ai nicchiaioli più esagitati.

Da quel momento in poi Nicchio e Torre si fronteggiarono con grande frequenza, in particolare nell’agosto 1885 ci fu una vera battaglia a colpi di sassi a cui seguì un furente corpo a corpo in cui rimase vittima il nicchiaiolo De Rossi.

Gli scontri proseguirono in Piazza del Campo e vi furono molti arresti in entrambi gli schieramenti.

L’anno dopo accadde un altro fatto molto grave quando la sera della propria Festa Titolare un folto gruppo di nicchiaioli si recò in Salicotto con intenzioni bellicose, al grido di "Viva la Spannocchia" i nicchiaioli tempestarono di sassi le finestre delle case di Salicotto i cui occupanti si barricarono dentro per la paura.

A tutti questi episodi seguirono molti procedimenti penali, ma la situazione non accennava a migliorare e la rivalità ebbe conseguenze anche nel Palio con un ovvio avvicinamento del Nicchio all’Oca.

Nell’agosto del 1892, infatti, il Nicchio, con Lorenzo Franci detto "Pirrino", favorì in modo netto la vittoria di Fontebranda con Francesco Ceppatelli detto "Tabarre".

Col tempo la rivalità tra Nicchio e Torre perse di intensità, probabilmente a causa dei tanti arresti ricordati in precedenza ed addirittura, a testimonianza dei sempre mutevoli rapporti tra consorelle, nell’agosto 1934, a seguito della traumatica rottura del T.O.N.O., il Nicchio iniziò il noto dissidio con l’Oca, anche allora per colpa di un fantino rivenduto. Dopo Martellino venne il turno di Pietrino…

Roberto Filiani da OKSIENA

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Il fantino Mascherino

Messaggio  jabru il Mer Mag 14, 2014 7:27 pm


STORIA DEL PALIO: MASCHERINO, FANTINO VITTORIOSO...SENZA VOLERLO

News 12-05-2014




Nei precedenti articoli abbiamo raccontato molte storie di fantini rivenduti le cui malefatte, spesso duramente punite anche dalle autorità, mandavano nella disperazione intere contrade.

Ma esistono anche dei casi in cui palesi tradimenti non andarono a buon fine lasciando l’amaro in bocca al traditore suo malgrado vittorioso.

Gran protagonista in tal senso fu Giuseppe Paoli detto "Mascherino" che il 15 agosto 1871 vinse il suo terzo ed ultimo Palio in maniera che potremmo definire "involontaria".

Quella carriera si presentava incerta sin dalla vigilia per via di un lotto di barberi di valore omogeneo che faceva aspirare al successo molte contrade, solo Montone ed Onda sembravano fuori dai pronostici.

In particolare l’Istrice, che aveva avuto il cavallo vittorioso a luglio per il Nicchio con Bachicche, con una fitta rete di accordi era riuscita ad arrivare vari fantini tra cui Mascherino che montava nell’Aquila il barbero ritenuto leggermente superiore agli altri, già primo nel Bruco nel luglio 1870.

I fantini si presentarono tra i canapi, tenendo i cavalli per le redini, nel seguente ordine: Valdimontone con Gambino, Pantera con Paolaccino, Giraffa con Pilesse, Leocorno con Rocco, Aquila con Mascherino, Bruco con Cecco, Lupa con Il Citto, Onda con Stoccolungo, Istrice con Girocche ed Oca con Bachicche.

La mossa fu repentina e l’Aquila prese decisa il comando a conferma della buona superiorità del suo barbero.

Al primo San Martino, però, Mascherino cadde in maniera palesemente volontaria ed il Bruco passò in testa tallonato dallo scosso dell’Aquila e da un compatto gruppo di inseguitrici.

Il Bruco sembrava avere la vittoria in pugno ma all’ultimo San Martino si trovò davanti Stoccolungo nell’Onda il quale, rimasto indietro di un giro per l’irrequietezza del proprio cavallo, si fermò a nerbare con veemenza il battistrada probabilmente per consentire la rimonta dell’Istrice.

In quel parapiglia fu invece lo scosso dell’Aquila a riprendere meritamente il comando e precedendo l’Istrice di un soffio riportò il cencio che mancava alla Contrada del Casato dal lontano luglio 1837.

Gli istriciaioli delusi si riversarono sotto il Palio dei Giudici con pretese di vittoria, nacquero alcuni tumulti ed il drappellone fu legittimamente consegnato all’Aquila solo grazie all’intervento del 46° Battaglione di Fanteria che con le baionette in canna faticò non poco per ristabilire l’ordine.

Non è dato sapere se Mascherino rientrò nell’Aquila, di certo fa riflettere la "metamorfosi"di questo fantino passato da eroe, nel suo primo Palio vinto contro tutto e tutti nell’agosto 1857 per il Leocorno, a "traditore senza portafoglio" nell’agosto 1871.

Gli esiti contrastati di questa carriera scatenarono l’immaginario collettivo contradaiolo, infatti sono giunte a noi ben quattro versioni differenti di "cavallini", i dipinti con cui si "raccontavano" le fasi salienti della carriere dell’epoca.

E’ curioso notare come in ogni versione sia presente un’alternanza sistematica nella rappresentazione del manto del cavallo vittorioso, a conferma della discordanza presente anche tra molte fonti storiche che concordano solo sul proprietario del cavallo, tale Luigi Grandi, mentre divergono sulle caratteristiche somatiche del barbero che per alcuni era un morello detto Cavezza di Moro e per altri uno stornino.

Roberto Filiani da OKSIENA

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Mondiali, Palio e cabala

Messaggio  jabru il Gio Mag 22, 2014 8:20 pm


PALIO E MONDIALI DI CALCIO, QUANDO LA CABALA FUNZIONA

News 22-05-2014




Aria di mondiale ed ovviamente, cosa per noi molto più importante e coinvolgente, aria di Palio con gli ovvi incroci statistici e cabalistici che ne derivano.

Negli anni delle diciannove edizioni dei mondiali di calcio si sono disputati quarantuno Palii di cui tre straordinari.

Le contrade più fortunate sono Valdimontone e Selva con sei vittorie a testa, in particolare la Contrada di Vallepiatta ha una striscia vincente ancora aperta grazie ai successi di Salasso nel 2006 e Voglia nel 2010.

Situazione opposta per l’Aquila, il Bruco, la Lupa e la Torre mai vittoriose negli anni mondiali.

Il riferimento più interessante va al 1950 anno in cui, come ora, i mondiali si disputarono in Brasile coincidenza che ci offre lo spunto per ricordare le tre spettacolari carriere di quell’anno a partire dallo straordinario del 28 maggio dedicato al V Centenario della Canonizzazione di San Bernardino.

In quello occasione si usò per la prima volta l’attuale meccanismo che assegna i posti al canape, ideato dall’artigiano senese Luigi Sprugnoli.

La favorita d’obbligo era l’Istrice che con la collaudata coppia Arzilli-Popa, già vittoriosa nell’agosto 1949, contava di tornare al successo dopo quindici anni.

La Lupa non restò a guardare tessendo un’accurata strategia che coinvolgeva molti fantini.

Dal canape uscirono in gruppo compatto Onda, Leocorno e Nicchio che girarono in quest’ordine da San Martino al primo passaggio alla mossa dove rinvenne fortissimo l’Istrice.

Ciancone, nell’Onda, ostacolò l’Arzilli nerbandolo ripetutamente riuscendo in tal modo a rompere il ritmo incalzante della Popa.

A quel punto passò primo il Nicchio, tallonato prima dall’Aquila e poi dal Leocorno i cui sforzi furono vanificati da due rovinose cadute.

Al terzo San Martino, col cavallo del Nicchio stremato, sbucarono, dopo una corsa anonima, Lupa e Montone coi vecchi marpioni Tripolino e Ganascia che proseguirono appaiati verso l’ultimo Casato.

Nel breve ma accanito duello tra i due, Ganascia scelse di cadere giocando un’ultima carta disperata visto che Gaia oltre che sfinita era zoppa sin dalla prima prova.

Nella caduta Ganascia trascinò con sé anche Tripolino e Gaia andò a vincere scossa precedendo Ribolla nel Leocorno ed il deluso Istrice la cui rimonta fu frenata dagli altri scossi.

Gli strascichi di questa combattuta carriera si ripercossero inevitabilmente nel Palio di luglio, con Ciancone, sulla debuttante Gioia nell’Onda, speranzoso di "risarcimento" dopo i tanti favori fatti nello straordinario.

L’Onda, infatti, partì prima seguita dalla Lupa, dal Nicchio e già al primo San Martino il vantaggio si fece considerevole con il Drago, con la coppia di debuttanti Rompighiaccio-Niduzza, ad inseguire disperatamente nonostante il duro ostacolo di Ranco nella Lupa.

Liberatosi dalla Lupa il coraggioso Rompighiaccio si portò a ridosso di Ciancone sferrando l’attacco al terzo Casato, ma l’esperienza e l’astuzia del Gentili furono decisive ed il tentativo del Drago di passare all’interno venne respinto con una strizzata allo steccato.

Dopo diciotto anni il cencio tornò nell’Onda mentre l’ostacolo della Lupa al Drago fruttò pesanti ripercussioni tra le due contrade alleate di ferro negli anni trenta.

Ad agosto Ciancone e Rompighiaccio si ritrovarono di nuovo protagonisti ma questa volta a ruoli invertiti.

Dalla mossa l’esperto Gentili fece partire come una fucilata la debuttante Bottarella ed il cappotto per l’Onda sembrò concretizzarsi sin dai primi metri, ad inseguire nell’ordine: l’Oca ed il Leocorno, mentre il Drago partì attardato subendo ancora una volta l’ostacolo della Lupa, a conferma dei rapporti molto tesi fra le due contrade.

Già al primo San Martino si delineò lo stesso duello di luglio, Ciancone contro Rompighiaccio nel Leocorno su Niduzza.

All’ultimo Casato il Gentili vistosi incalzato dal giovane rivale tentò la stessa manovra di luglio, lasciando aperto un invitante varco all’interno per poi stringere Rompighiaccio allo steccato.

Ma stavolta il fantino del Leocorno passò dall’esterno e non commettendo l’errore di luglio portò in Pantaneto la vittoria attesa da ben ventuno anni.

Roberto Filiani da OKSIENA

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L'assenza del terzo di San Martino

Messaggio  jabru il Mer Mag 28, 2014 7:57 pm


STORIA DEL PALIO: LE ASSENZE DELLE CONTRADE DEL TERZO DI SAN MARTINO

News 28-05-2014


Lupa, Pantera ed Onda che vanno ad aggiungersi a Giraffa, Chiocciola, Drago, Tartuca, Selva, Bruco ed Aquila.
Il dato che salta subito all’occhio è l’assenza tra i canapi del prossimo due luglio di tutte le contrade appartenenti al Terzo di San Martino.
L’evento, perché tale si può definire, ha solo due precedenti risalenti al luglio 1723 ed all’agosto 1985.
Proprio Lupa ed Onda, due tra le contrade estratte ieri, risultarono vittoriose in quelle occasioni, dato che ovviamente va ad alimentare sogni e speranze.
Nel luglio 1723 corsero: Tartuca, Istrice, Oca, Giraffa, Bruco, Selva, Aquila, Drago, Pantera e Lupa.
Le notizie giunte sino a noi sono praticamente inesistenti, all’epoca non venivano nemmeno registrati ufficialmente i nomi dei fantini partecipanti se non quello del vittorioso, al contrario dei cavalli i cui nomignoli spiccavano di sicuro per fantasia: Belladonna, Vedovello, Draghetto …
La Lupa, capitanata da Giuseppe Romanelli, vinse grazie al cavallo Cervio ed al fantino Giovanni Cappannini detto “Capanna” alla prima delle sue cinque affermazioni.
Fu quella la terza vittoria ufficiale per la Contrada di Vallerozzi che anche in base a questo precedente, oltre che ad altri fattori di sicuro favorevoli, cercherà il prossimo due luglio di rompere il suo digiuno attuale, il più lungo della propria storia.
Ovviamente più dettagliata è la cronaca dell’altro Palio corso senza contrade del Terzo di San Martino quello vinto dall’Onda il 16 agosto 1985.
Agli ordini del Mossiere Rodolfo Valenti entrarono tra i canapi: l’Aquila con Bucefalo su Figaro; il Bruco con Aceto su Bayardo; il Drago con Falchino su Balente; la Tartuca con Moretto su Amore; l’Onda con Cianchino su Benito; la Chiocciola con Bazzino su Cuana; la Pantera con Canapino su Bizzarro; l’Oca con Ricciolino su Mariolina; la Giraffa con Castangia su Brandano e l’Istrice di rincorsa con Il Pesse su Orion.
La mossa ebbe tempi molto lunghi con il favorito Aceto impegnato a tessere le trame per raggiungere in un colpo solo tre obbiettivi: scuffiare il Bruco, centrare il cappotto personale e superare il record di Angelo Meloni detto “Picino” eguagliato nel Palio precedente.
Qualcosa però non funzionò ed il Re della Piazza si fece trovare nettamente impreparato all’ingresso dell’Istrice e per il Bruco il Palio sembrava già compromesso dalla mossa.
Partì molto bene il Drago ma lo sfortunato Balente si infortunò dopo poche falcate favorendo le inseguitrici con Cianchino che prese brillantemente la prima posizione a San Martino tallonato, per un giro, da Tartuca, Pantera ed Aquila.
Dalle retrovie, intanto, sfruttando la grande potenza di Bayardo si fece concreta e minacciosa la grande rimonta dell’inviperito ed indiavolato Aceto.
Il terzo giro fu spettacolare con l’Onda al comando seguito dal Bruco all’interno e dalla Tartuca all’esterno con le rivali Pantera ed Aquila una manciata di metri più dietro.
Al terzo Casato, tentando il tutto per tutto, il vecchio Canapino impostò una traiettoria strettissima che in realtà favorì soltanto Cianchino visto che a causa di questa manovra sia il Bruco che la Tartuca furono quasi costrette a fermarsi.
Grande trionfo per l’Onda a distanza di cinque anni dall’ultima vittoria, nuova enorme delusione per il Bruco e per Aceto già alle prese con “la maledizione del Meloni” che lo costringerà allo strenuo inseguimento della quattordicesima vittoria per sette lunghi anni costellati di clamorosi insuccessi.


Roberto Filiani da OKSIENA

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Il fantino perfetto

Messaggio  jabru il Ven Giu 06, 2014 7:50 pm


STORIA DEL PALIO: PAOLACCINO, IL FANTINO PERFETTO?

News 05-06-2014




Esiste il fantino perfetto?
Probabilmente no visto che anche i più blasonati hanno regalato qualche dispiacere alle loro contrade di riferimento.
Bazza per la Selva potrebbe essere un esempio con due vittorie su due presenze in Vallepiatta: nell’agosto 1965 su Arianna e due anni dopo su Selvaggia.
Ma a capeggiare questa particolare classifica è sicuramente Pietro Locchi detto “Paolaccino”: trentuno presenze, dal 1850 al 1874, impreziosite da tredici trionfi in cui spicca il poker servito nella Chiocciola.
Paolaccino sbarcò per la prima volta in San Marco in occasione della sua quarta presenza sul tufo il 16 agosto 1853 con alle spalle già il successo del luglio 1851 per il Leocorno.
Il fantino chiocciolino, chiamato a sostituire dopo la terza prova l’infortunato Gobbo Saragiolo, vinse una carriera molto contrastata che vide come protagonisti Francesco Bianchini detto “Campanino” ed il figlio Leopoldo che, in barba alla parentela, si massacrarono di nerbate favorendo il Drago, l’Istrice e la Chiocciola che si contesero la vittoria fino all’ultimo metro.
Questo successo fu il primo di quattro consecutivi per Paolaccino, ormai vero dominatore della piazza, a chiudere questa marcia trionfale la seconda vittoria conquistata per la Chiocciola nel luglio 1855.
Pietro Locchi, nel Palio passato alla storia per il tradimento del Gobbo Saragiolo ai danni della Selva, vinse di prepotenza respingendo a nerbate i ripetuti attacchi di Bonino figlio nella Torre.
Con cinque vittorie in sole sette presenze fu inevitabile che l’invidia ed il rancore degli altri fantini si abbattessero come un ciclone su Paolaccino che nel luglio 1856 fu letteralmente preso in consegna da altri quattro colleghi che non gli risparmiarono una pesante “punizione”.
La vendetta, però, non si fece attendere e nel luglio 1857, per la terza volta nella Chiocciola, Paolaccino si impose in un Palio davvero incredibile in cui praticamente corse da solo!
Come in altre occasioni, per i ben noti motivi politici, la Tartuca fu ostacolata in ogni modo: prima le fu tolto il nerbo dal fantino del Nicchio, poi Partino minore, nella Lupa, trascinò il povero Gano di Catera addirittura fino al centro della piazza.
Nella confusione generale, con molti capitani scesi irregolarmente sul tufo, le contrade partite al galoppo si fermarono, nonostante il mortaretto non fosse esploso, solo la Chiocciola proseguì come le cronache dell’epoca ben sintetizzano: “…Fermatisi tutti i fantini sembrava finito il Palio quando quel della Chiocciola proseguì solo la corsa ed in mezzo agli evviva di alcuni compiè le tre girate e così rimase vincitore del Palio che ottenne senza alcun contrasto …”
Con questa vittoria conquistata d’astuzia il rapporto tra la Chiocciola e Paolaccino si consolidò ulteriormente e nell’agosto 1858 questo binomio imbattibile si ripresentò sul tufo.
La vittoria arrivò senza problemi con una corsa lineare dominata sin dai primi metri, dopo il sorpasso decisivo sul Nicchio, mentre gli altri si massacravano di nerbate quasi a suggellare la loro impotenza verso un fantino giunto al suo settimo successo su quattordici partecipazioni.
Alla gloria di Paolaccino si abbinò, ovviamente, quella della Chiocciola che, dal cappotto di Folaghino del 1850, chiuse un decennio da record difficilmente ripetibile.
Da quel momento in poi, anche in maniera non del tutto spiegabile, le strade di Paolaccino e della Chiocciola si divisero.
Pietro Locchi continuò a mietere successi orbitando in particolare tra l’Oca e l’Onda a cui andarono due Palii a testa, le altre due vittorie furono conquistate nella Pantera nel 1863 e nella Tartuca nel 1872, tredicesima ed ultima.
La Contrada di San Marco, dopo l’abbuffata descritta, tornò a vincere nel luglio 1864 con l’altro big di quell’epoca Mario Bernini detto “Bachicche”.
A distanza di 156 anni viene difficile pensare che qualche altro “assassino” possa battere il record della Chiocciola e di Paolaccino il “fantino perfetto” che in San Marco seppe solo vincere!

Roberto Filiani - OKSIENA

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