Storia del Palio

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STORIA DEL PALIO: LE CARRIERE ALLA TONDA

Messaggio  jabru il Sab Giu 25, 2016 5:52 pm


STORIA DEL PALIO: LE CARRIERE ALLA TONDA
News inserita il 24-06-2016

Possiamo considerare il 1605 come data fondamentale per l’avvento delle carriere alla tonda nel Campo. In quell’anno infatti fu eletto al soglio pontificio Papa Paolo V della famiglia senese dei Borghesi. Per festeggiare l’evento venne organizzata una bufalata in Piazza del Campo. La corsa riscosse il gradimento del popolo, tant’è che i deputati per le festività dell’Assunta scrissero al segretario granducale Lorenzo Usimbardi, chiedendo di poter effettuare un Palio alla tonda al posto della consueta carriera alla lunga del 15 agosto. I firmatari della lettera sostenevano come nelle carriere alla lunga, gli spettatori potessero godere solo parzialmente dello spettacolo, in quanto i cavalli ad un certo punto scomparivano alla loro vista, mentre quello alla tonda poteva essere seguito per intero dai presenti. Usimbardi rimise la decisione alla Balia, “purché non si ammazzi gente”. Tuttavia non c’è traccia nei documenti di corse alla tonda disputate in quel preciso anno. Occorrerà attendere quasi un ventennio per trovare il primo Palio corso nel Campo. Gli effetti dell’epidemia di peste del 1630 si fecero sentire anche a Siena e nel 1631, stante il divieto di circolazione degli animali, fu annullato il tradizionale Palio alla lunga dell’Assunta e venne sostituito con una bufalata. La stessa cosa accadde l’anno successivo. Nel 1633, temendo di non poter correre nuovamente il Palio, venne fatto un sondaggio popolare per individuare un eventuale spettacolo alternativo. Il popolo a maggioranza scelse il Palio alla tonda con i cavalli. Il 15 agosto 1633 fu pertanto effettuata la prima carriera alla tonda di cui si abbia notizia e fu vinta dalla Tartuca. Altri Palii alla tonda furono svolti nel 1641, al ritorno del Principe Matias dei Medici dalla Guerra dei Trent’anni, nel 1643, per l’onomastico del già citato Principe, nel ’48 e nel ’55.

Nel 1656, i signori che organizzavano le feste per la Madonna di Provenzano, che si festeggiava nel giorno della Visitazione di Maria SS, decisero di far correre un Palio il 2 luglio. La corsa fu vinta dalla Torre, ed in un documento riassuntivo si obbligavano i signori delle feste ad organizzare in futuro un Palio ogni 2 luglio, al termine del quale la contrada vincitrice si sarebbe dovuta recare alla chiesa di Provenzano per cantare l’inno di ringraziamento. Fu istituito così il Palio di luglio in onore appunto della Vergine di Provenzano, che dal 1659 passò sotto l’egida totale della Biccherna, che nel 1660 ordinava ai camerlenghi dei comunelli delle masse di portare la terra per allestire la Piazza per la corsa di luglio, mentre nel 1671 si intimarono le contrade di non disturbare la corsa dei cavalli per garantirne il regolare svolgimento. Infine nel 1682 fu stabilito che le contrade che avessero voluto partecipare alla carriera di luglio, avevano come termine ultimo per la loro iscrizione il 20 giugno, pena la non ammissione.

Il giorno dell’Assunta proseguirono le corse alla lunga, alle quali, come è noto non prendevano parte le contrade, ma erano riservate ai cavalli della nobiltà. Nel 1689 l’Istrice, vincitore del Palio di Provenzano,decise di ricorrere a proprie spese il Palio di agosto in Piazza, stessa cosa accadde nel 1702 su iniziativa dell’Oca. La “ricorsa”fu spesso ripetuta negli anni a seguire e, se non provvedevano all’organizzazione le contrade vincitrici della carriera di Provenzano, ci pensavano altre contrade o istituzioni cittadine varie. Nel 1802 la comunità civica si fece interamente carico delle spese, rendendo così definitivo il Palio alla tonda di Agosto. Tutto ciò anche per eliminare il ricorso alla questua, praticato dagli organizzatori per raccogliere fondi necessari, che spesso risultava troppo gravoso per i cittadini ed anche per i forestieri. Nel 1805 i capitani delle contrade inviarono una lettera alle istituzioni con la quale si chiedeva di utilizzare, anche per il Palio d’agosto, lo stesso meccanismo di partecipazione già usato per il Palio di luglio, facendo correre d’obbligo le contrade che non avevano disputato la carriera dell’agosto precedente. Per tutto il XVIII secolo infatti il Palio di agosto venne considerato alla stregua di una carriera straordinaria e pertanto furono sempre estratte a sorte tutte e dieci le contrade. La stessa cosa accadde nel 1802, mentre nel 1803 non si corse il Palio dell’Assunta a causa della morte di Ludovico I d’Etruria. Nel 1804 il Palio di mezz’agosto fu corso alla presenza di Maria Luisa di Spagna, che rimase entusiasta dello spettacolo e chiese di rivederlo. Ne fu organizzato un altro il 20 agosto, poco prima della sua partenza. Siccome i tempi erano stretti per definire le partecipazioni delle contrade, per le quali era richiesto il parere delle assemblee, fu deciso di far ricorrere le stesse contrade utilizzando gli stessi cavalli e fantini. I capitani delle 7 contrade che rimasero escluse per due volte consecutive in pochi giorni protestarono e l’anno successivo fu avanzata questa richiesta che venne accolta. Così anche per la carriera di agosto si iniziò con l’avvicendamento delle contrade, che per il Palio di luglio era già in vigore dal 1721, anno di emanazione dello storico bando di Violante di Baviera che disciplinava lo svolgimento carriere alla tonda, di cui parleremo prossimamente.

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IL BANDO DEL 1721

Messaggio  jabru il Mar Giu 28, 2016 7:51 pm

Il 1721 segnò una svolta epocale nella plurisecolare storia della nostra festa. Fino ad allora infatti, la partecipazione delle contrade al Palio era volontaria ed inizialmente le adesioni furono scarse. Ma con il passare del tempo, crescendo la passione popolare, la presenza delle contrade aumentò notevolmente. Il Palio di luglio del 1720 fu corso da tutte e 17 le contrade ed al termine,l’oste Paci di Torrenieri, proprietario del cavallo del Bruco che vinse la carriera, fu travolto ed ucciso. L’anno successivo, stessa sorte capitò ad altri due giovani, mentre in precedenza si erano già verificati altri episodi simili, anche se senza vittime. Per porre un rimedio definitivo, la Balia nominò un’apposita commissione ed il 7 maggio 1721 fu emanato il bando di Violante di Baviera che regolava le corse del Palio. Anzitutto fu stabilita la limitazione a 10 delle contrade partecipanti, sia per motivi di sicurezza, ma anche perché, come si legge nel testo, risultava impossibile trovare cavalli di medesima potenza per tutti. Venne creato un meccanismo di rotazione nella partecipazione delle contrade: quelle non estratte nel Palio di luglio precedente, sarebbero state preferite alle altre nel Palio di luglio successivo (da ricordare come il Palio di agosto era allora considerato alla stregua di uno straordinario, in quanto fatto ricorrere dalla contrade vincitrici o da soggetti privati). Il bando statuiva che entro il mese di maggio le contrade avrebbero dovuto riunirsi in assemblea per deliberare sulla partecipazione alla carriera di luglio, mentre il primo giugno si sarebbe svolta l’adunanza dei capitani per il sorteggio. Ma queste novità non furono ben accette da tutti come si evince da una lettera inviata dall’Onda, rimasta “nel bossolo” nel Palio di luglio del 1726, che chiedeva ugualmente di correre, avendo ottenuto il consenso di molte altre consorelle. L’Oca fece opposizione alla richiesta, sostenendo che tra coloro che appoggiavano le richieste della contrada di Malborgheto ci fossero contrade che non correvano quel Palio e quindi non interessate alla vicenda. La Biccherna, chiamata a risolvere la questione, si astenne dal farlo. Fu allora interpellata direttamente Violante di Baviera che dette ragione all’Oca. Un’ulteriore protesta avverso le innovative regole fu quella sollevata nel 1730 con un documento firmato da tutti i capitani che chiedevano che le contrade potessero tornare a scegliere i cavalli liberamente senza ricorrere più al sorteggio. La Balia anche in questo caso respinse le richieste in quanto ciò poteva creare problemi ad alcune contrade e, fatte salve quelle economicamente più forti, le altre non avrebbero potuto trovare cavalli di uguale forza e qualità, con il rischio sempre più crescente che le contrade meno danarose, perdendo la speranza della vittoria, potessero astenersi dal correre, con pregiudizio per lo svolgimento della festa che, così continuando, ammoniva la Balia avrebbe rischiato di finire.

Altre norme contenute nel bando sono quelle che fissavano a 10 lire più scudi in caso di vittoria il compenso ai fantini, quella che istituiva la figura del soprallasso ("nel venire in Piazza i fantini…..devono comparire a cavallo, in altro cavallo fuori da quello descritto per la corsa….."), nonché quella che obbligava le contrade che volevano entrare in Piazza ad essere rappresentata da una comparsa di almeno 24 soldati vestiti civilmente, potendo le contrade non partecipanti aggregarsi a quelle che correvano per rendere più numerose le comparse. Questa norma, che ad una prima lettura poteva risultare di poca importanza, assunse invece rilevanza notevole tant’è che nel luglio 1722 l’Aquila fu fermata dalle altre contrade alla Bocca del Casato in quanto presentava una comparsa numericamente non regolamentare e quel Palio fu pertanto corso in 9.

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LA CUFFIA

Messaggio  jabru il Mer Lug 06, 2016 6:56 pm

Con la vittoria nell’ultimo Palio di Provenzano, la Lupa, oltre ad aver interrotto il lungo digiuno che durava dal 1989, ha anche ceduto all’Aquila la cuffia, indesiderato simbolo che spetta alla contrada da più tempo a digiuno e termine evidentemente ironico entrato nel glossario paliesco a partire dagli anni ’50. Era il 3 luglio 1992 quando la contrada di Via del Poggio giunse prima al bandierino con Galleggiante (cavallo recentemente scomparso alla veneranda età di 32 anni) ed Aceto che proprio in quell’occasione conquistò il suo quattordicesimo ed ultimo successo. Nel nuovo millennio, questo è il terzo passaggio della cuffia: la Torre, vittoriosa dopo 44 anni, il 16 agosto 2005, la cedette alla Civetta, che se la tolse, passandola alla Lupa, il 16 agosto 2009. Così la contrada di Vallerozzi ha indossato il poco ambito copricapo per 7 anni, per un totale 13 carriere effettive di cui 7 disputate. L’Aquila è quindi divenuta la “nonna” del Palio, ed a tal proposito possiamo notare come questa contrada possa vantare un poco invidiabile record, essendo l’unica tra le diciassette contrade ad essere divenuta nonna per 4 volte e più precisamente dall’agosto 1794 al luglio 1796, dal luglio 1852 all’agosto 1871, dal luglio 1904 all’agosto 1906 ed oggi. La seguono in questa particolare graduatoria Pantera, Giraffa, Drago, Lupa e Leocorno con 3, mentre Oca e Tartuca non hanno mai avuto la cuffia. La contrada nonna per un periodo di tempo più lungo è stata il Leocorno che ha detenuto l’ingrato appellativo per ben 55 carriere tra l’agosto 1744 ed ill luglio 1776, mentre il record di velocità nello scuffiare spetta alla Pantera, divenuta nonna il 16 agosto 1962 a seguito della vittoria del Drago, ma vincitrice nel successivo Palio di luglio ’63 con Tolpolone e Canapino. Infine una curiosità: erano ben 43 anni che una contrada non scuffiava a luglio. Correva infatti il 1973 quando, proprio la Lupa, imponendosi con Panezio e Tristezza, cedette la cuffia al Leocorno. Da allora, e fino allo scorso sabato, le scuffiate del Leocorno nel 1980, del Bruco nel 1996, della Torre nel 2005 e della Civetta nel 2009, sono avvenute tutte ad agosto.

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QUANDO SI VINCEVA ANCHE...ANDANDO A DRITTO

Messaggio  jabru il Ven Lug 15, 2016 7:02 pm

La storia del Palio è piena di episodi clamorosi e non mancano casi di vittorie conquistate dalle contrade dopo che il loro cavallo era andato a dritto, cosa assolutamente impensabile al giorno di oggi (anche perché i cavalli a dritto non ci vanno più…..), ma frequente nei secoli passati.

Nel luglio 1745, per esempio, vinse la Giraffa con il fantino Barbarisco. Il suo cavallo, il baio del Bonucci, era così difficoltoso che per tutte e tre le girate andò a dritto a S. Martino, ma la sua forza era tale che riuscì lo stesso a sorpassare tutti gli altri. E ciò deve far riflettere su quale fosse la qualità e la potenza dei barberi allora utilizzati. In un documento datato 1770 si legge addirittura che il Palio di luglio durò quasi cinque minuti!

Il 20 agosto 1804 fu corso un Palio straordinario per esaudire il desiderio della regina Maria Luisa che voleva rivedere una carriera prima della sua partenza. Vinse la Tartuca con il fantino Giuseppetto. Ed anche in questo caso il cavallo, il sauro del Ricci, non gradì la curva di S. Martino, tanto da infilare a dritto. Ma Giuseppetto non si dette per vinto e ricomparve in Piazza tenendo il proprio barbero per le redini, vi risalì sopra con un balzo e superò tutte la altre contrade andando così a vincere la carriera.

Infine, per tornare ad epoche ben più recenti, come dimenticarsi dell’incredibile e rocambolesco Palio di agosto 1968 vinto da Livietta ed Aceto nell’Oca. Data la mossa scattarono davanti l’Onda con il rientrante Gentili su Ringo, la Chiocciola e l’Oca che a S. Martino era già in testa. Il primo colpo di scena al secondo passaggio da S. Martino: Livietta si rifiutò di curvare e passò così a condurre l’Onda seguita dal Leocorno con Ercole e Guanto, poi Istrice e Torre con Sambrina e Bazza mentre nelle retrovie Aceto riprese la sua corsa, ultimo e staccatissimo. Al terzo S. Martino, la traiettoria troppo bassa di Bazza causò la caduta di Torre, Onda e Chiocciola. Il Leocorno passò in prima posizione e, mentre Guanto già assaporava il gusto della vittoria, il bisbetico Ercole non curvò al Casato, cosa che ripeterà più volte negli anni successivi. Ciò che successe dietro ha del clamoroso: seguirono infatti il cavallo del Leocorno, la scossa Sambrina, il Montone con Canapino e Danubio che incredibilmente si fermarono e lo scosso della Chiocciola. Dopo alcuni secondi sopraggiunse Aceto che, al piccolo trotto e totalmente ignaro dell’accaduto, tagliò per primo il bandierino tra l’incredulità degli ocaioli e lo sconforto dei monturati del Leocorno che già si erano precipitati sotto il palco dei giudici per ricevere il drappellone.

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Brandano

Messaggio  jabru il Lun Lug 18, 2016 7:23 pm

La storia che raccontiamo oggi non è a lieto fine anzi, il finale è drammatico, ma vogliamo proporvela lo stesso per dare il giusto tributo ad uno sfortunato eroe della Piazza. Parliamo di Brandano, anglo arabo grigio nato nel 1977 e scomparso il 2 luglio 1987, 9 carriere disputate e 2 vinte. Non il cavallo più veloce del mondo, ma un soggetto estremamente preciso, duttile e tranquillo ai canapi, insomma le caratteristiche del “piazzaiolo” ideale. Eppure servì un po’ di tempo a Brandano per far breccia tra i capitani. Scartato nelle prime 4 tratte a cui prese parte, debuttò finalmente nell’agosto 1983 quando, montato da Cianchino per i colori dell’Aquila, disputò un gran Palio, arrendendosi solo di fronte allo strapotere del quindicenne Panezio all’ultimo trionfo in carriera. Nonostante la bella corsa, Brandano continuò a non convincere i fantini, tant’è che nel 1984 fu montato da due debuttanti: Rino a luglio nella Torre ed il suo proprietario ed allenatore Falchino ad agosto per il Leocorno, concludendo in entrambe le occasioni scosso. Ma l’anno successivo il grigio si prese la rivincita e montato da Aceto nell’Oca riportò, dopo soli 12 mesi di distanza, il Palio in Fontebranda, conducendo agilmente per i tre giri, mentre ad agosto nella Giraffa con il modesto Castangia in groppa, tornò nell’anonimato. Ma era già diventato un big della Piazza e nel 1986 ebbe la sua consacrazione definitiva. Dopo due carriere sfortunate, nel Nicchio a luglio con l’allora inesperto Massimino, ma soprattutto ad agosto nella Lupa con Acetoche cadde clamorosamente dopo aver urato il colonnino della mossa, gettando al vento una vittoria probabile, a settembre Brandano trovò la gloria nel Montone con il Pesse in un Palio straordinario di nome e di fatto, recuperando posizioni dopo una partenza difficile, superando al secondo San Martino Figaro e Bastiano nel Nicchio e concludendo vittorioso per il tripudio del popolo dei Servi. Brandano entrava così nell’olimpo del Palio ed i paragoni con Gaudenzia, non solo per il suo candido mantello, si sprecavano. Da brenna era diventato un bombolone, di quelli che i contradaioli sognano nelle lunghe notti invernali. Ma la gloria durò poco e si infranse in un attimo. Nel luglio 1987, quando difendeva con Bastiano i colori della Chiocciola, in un’intruppata al primo S. Martino, calò definitivamente il sipario sulla storia di Brandano. L’ultima immagine che abbiamo di lui è quella di un cavallo fermo davanti alla bocca dell’Onda circondato dai chiocciolini e dai senesi tutti in lacrime. Quelle lacrime che sempre si tributano per la perdita di un amico, di un eroe amato da tutti. Ma nei cuori e nelle menti dei senesi rimarrà per sempre la leggenda di Brandano, il bel grigio fermato solo dalla sfortuna.

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MISCELLANEA DI SCORRETTEZZE PALIESCHE

Messaggio  jabru il Gio Lug 21, 2016 5:53 pm

Il 1747 non fu un’annata fortunata per la Torre. Nel Palio di luglio aveva avuto in sorte un cavallo di proprietà del cappellaio Bomba, ritenuto da tutti il migliore del lotto, che venne affidato all’espertoBechino. Tale barbero era considerato talmente superiore agli altri che era pensiero comune che la Torre avrebbe vinto facilmente quella carriera, tant’è che i torraioli avevano già allestito i preparativi per la vittoria. Ma in Salicotto non avevano fatto i conti con Carnaccia, fantino della Pantera, che durante la corsa trattenne prolungatamente per le redini il cavallo della Torre, e neppure con Ministro, fantino dell’Oca, che scavallò Bechino, andando a vincere la carriera. Delusi dall’esito della corsa ma vogliosi di rivalsa, i torraioli organizzarono la ricorsa ad agosto, cosa che solitamente spettava alla contrada vincitrice di luglio. Pur uscendo nuovamente sconfitta dal Campo, la Torre fece fare, la sera dopo il Palio, grandi festeggiamenti in Piazza. Fu allestita un’enorme torre di cartapesta e fu fatto un grande falò in cuivennero bruciati due fantocci che dovevano rappresentare proprio Carnaccia e Ministro. Non è da escludere che qualche contradaiolo ad ardere al posto dei fantocci, avrebbe preferito vedere i due fantini in carne ed ossa….

E se nel 1827, l’Istrice che era in testa, fu rovesciato al secondo San Martino da un individuo che venne in seguito punito (ma non sappiamo come) dal tribunale, nel 1864 Bachicche e Pilesse, rispettivamente fantini di Montone e Torre, dettero vita ad un vero show di scorrettezze. Durante la corsa infatti, Bachicche prese per il collo Pilesse, il quale rispose trattenendo violentemente per le redini il cavallo del Montone. Questa mossa provocò la caduta di entrambi i fantini, ma alla fine a godere fu il solo Pilesse, il cui cavallo tagliò da scosso per primo il bandierino. La leggenda però vuole che la caduta fosse stata causata da una torraiola che, sporgendosi da dietro i materassi trattenne Bachicche facendolo cadere e coinvolgendo nel capitombolo anche il malcapitato Pilesse.

La conclusione di questo articolo la vogliamo però dedicare alla leggendaria panterina Grifi detta la Grifa, definita dalle cronache audacissima e fanatica che, nello straordinario dell’ottobre 1745, non esitò a scendere in pista e colpire a bastonate il cavallo della Selva che era in testa per fermarlo, favorendo così la vittoria della sua Pantera. Ma la gioia per la Grifa fu effimera: mentre i panterini festeggiavano, lei era a riflettere sul suo gesto nelle patrie galere in quanto venne immediatamente arrestata. E’ questa la testimonianza palese che il detto che vuole i contradaioli disposti a tutto pur di vincere il Palio era in voga anche allora.

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IL 1896

Messaggio  jabru il Ven Lug 22, 2016 6:49 pm

Il 1896 fu un’annata particolare per Siena, infatti si disputarono ben 4 carriere tra il 2 luglio ed il 23 settembre. La prima in ordine di tempo fu quella di Provenzano. Partì in testa dai canapi la Chiocciola, mentre la favorita Torre rimase ferma nerbata fortemente dall’Onda, ma il suo cavallo era talmente superiore al resto della compagnia che al terzo Casato, dopo una gran rimonta, infilò in un colpo Chiocciola e Civetta, venendo a vincere. Fantino vittorioso fuDomenico Fradiacono detto Scansino.

Il 16 agosto fu disputato il palio straordinario per omaggiare il passaggio da Siena dell’ VIII Corpo d’Armata, mentre la carriera ordinaria fu spostata al 25 agosto. La Torre, nuovamente in Campo, sfiorò il cappotto in quanto il suo fantino Ansano Giovannelli detto Ansanello, mantenne la testa fino all’ultimo Casato. A quel punto Ansanello, evidentemente venduto, fece passare l’acerrima rivale Oca che però fu superata all’ultimo tuffo dalBruco che si aggiudicò il Palio con il fantino Fiammifero. Il dopo Palio di Ansanello non fu semplice. Rincorso dai torraioli che organizzarono una vera a propria caccia all’uomo, prima si rifugiò tra la forza pubblica, poi scappò in San Marco. Ma i chiocciolini non gradirono la sua presenza e lo “spedirono” nel Bruco. Ma anche qui non era al sicuro e fu condotto per precauzione nella vicina caserma di carabinieri. Questi, a notte fonda lo scortarono fino alconvento dell’Osservanza. Famosa restò la frase del Padre guardiano che aprì la porta e che rivolgendosi al superiore esclamò con sorpresa disse vedendo Ansanello: “c’è un uomo vestito di ceralacca che chiede di dormire”. Per vendicarsi dell’accaduto, la Torre chiese ed ottenne la squalifica per il fantino.

Dopo la delusione del Palio del 16, la Torre voleva fortemente i cappotto, tant’è che per la carriera straordinaria del 25 agosto la dirigenza operò alacremente: un mangino di Salicotto, chiese al suo fantinoScansino di avvicinare Genesio, fantino della Civetta, considerato il rivale più ostico. A Genesio furono offerte 800 lire a vendersi, che il mangino avrebbe depositato presso l’osteria del Porrione. Bastava un cenno durante la Passeggiata storica e l’accordo era fatto. Il cenno arrivò ed il mangino scese dal palco imboccando il Porrione. La Civetta partì prima ma quando vide arrivare la Torre, Genesio nulla fece per ostacolarla, favorendo così il cappotto torraiolo. Nella nottata Genesio si recò all’osteria del Porrione dove, con sommo stupore e, probabilmente, con tante imprecazioni, apprese che per lui non era stato depositato nulla, in quanto il mangino era entrato solo per bere un gotto. Sappiamo per certo che l’unica cosa che Genesio riscosse in quel Palio fu una bella serie di manate dai civettini, inferociti per il tradimento.

L’ultima carriera del 1896 fu lo straordinario del 22 settembre, corso per onorare l’inaugurazione del monumento a Garibaldi alla Lizza. Il Palio fu rinviato al giorno 23 a causa della pioggia ed il Municipio decise di far disputare la corsa alle ore 13, sia perché il tempo rimaneva minaccioso, ma anche per far godere dell’intero spettacolo ai forestieri che così riuscendo a prendere l’ultimo treno del giorno, potevano usufruire del biglietto andata/ritorno. Per la cronaca quel Palio fu vinto dall’Istrice con Febo montato da Montieri.

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16 AGOSTO 1907 E 16 AGOSTO 1952

Messaggio  jabru il Mar Lug 26, 2016 6:45 pm

Il Palio del 16 agosto 1907 ebbe uno svolgimento abbastanza usuale per l’epoca, ma proprio a causa delle vicende che si verificarono durante la carriera, venne introdotta una nuova norma nel regolamento del Palio che restò in vigore per molti decenni. Quel Palio fu vinto dal Bruco con il fantino Ermanno Menichetti detto Popo. Il Bruco, per tutta la corsa in seconda posizione, superò, all’ultimo tuffo e tra gli evviva del pubblico, come racconta la cronaca, l’Aquila il cui giubbetto era vestito da Alfonso Menichetti detto Nappa, fratello del fantino del Bruco. Fu sostenuto da più parti che Alfonso nulla fece per ostacolare Ermanno, anzi lo favorì nel raggiungere la vittoria. Dalla carriera successiva fu allora introdotta la regola che impediva la partecipazione allo stesso Palio a due o più fantini appartenenti alla stessa famiglia o legati tra loro da rapporti di sangue.

Un’altra carriera che provocò importanti modifiche regolamentari fu quella dell’agosto 1952. Il Bruco, a digiuno da 30 anni, aveva avuto in sorte il potente Miramare e lo affidò ad Amaranto, che cadde al canape durante una mossa falsa. Le contrade furono rimandate all’Entrone ma le condizioni fisiche di Amaranto erano pessime e non gli consentivano di rimontare a cavallo. In Piazza scoppiò il caos: in mancanza di una norma ben precisa, il sindaco ed il mossiere non sapevano che fare mentre i brucaioli minacciavano di invadere la pista. Le ipotesi che vennero avanzate in quei concitati momenti furono le più disparate: chi voleva l’allontanamento del Bruco, chi chiedeva la sostituzione del fantino, chi addirittura propose di far allineare al canape Miramare scosso. Nella confusione più totale, scese da un palco il vecchio Ganascia, in quel Palio semplice spettatore, che chiese il permesso di montare. La sua richiesta venne accolta ma, inspiegabilmente, Ganascia non salì sul cavallo del Bruco bensì quello della Chiocciola, la claudicante Bruna che si era infortunata durante una prova ed era al canape solo per far numero, ed il cui fantino Imolo Naldi detto Falchetto sostituì Amaranto nel Bruco. Si assistette così ad una scena curiosa e sicuramente unica nella storia del Palio, con Ganascia che corse con il giubbetto della Chiocciola ma con i pantaloni “borghesi”, mentreil Falchi indossò il giubbetto del Bruco ed i pantaloni della Chiocciola, in quanto i pantaloni giallo verdi erano rimasti addosso ad Amaranto. A seguito di questi eventi, fu inserito nel regolamento l’ultimo comma dell’articolo 58 che impedisce alle contrade la sostituzione del fantino dopo la segnatura ufficiale in Comune.

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PAOLACCINO, L'INDOMABILE

Messaggio  jabru il Gio Lug 28, 2016 7:17 pm

Tra i miti del Palio del XIX secolo un posto spetta di diritto a Pietro Paolo Locchi detto Paolaccino, fantino 13 volte vittorioso sul Campo. Paolaccino, nato a Chiusi nel 1830, debuttò ventenne nel 1850 nel Leocorno, raggiungendo, l’anno successivo, la prima vittoria per i colori della Lupa. La sua carriera proseguì per 24 anni, durante i quali vestì in totale quindici giubbetti (tutti tranne quelli di Aquila e Civetta) e condusse al successo per 4 volte la Chiocciola, 2 volte l’Oca e l’Onda, una volta ciascuno Pantera, Leocorno, Lupa, Nicchio e Tartuca. Ma Paolaccino è ricordato anche per la sua audacia e per la caparbietà nel cercare la vittoria anche di fronte alle avversità come, per esempio, nel Palio di luglio 1857 o in quello di luglio 1868.

Nel luglio 1857 alla Tartuca era stato assegnato un buon cavallo ma, nei giorni precedenti la corsa, furono fatti una serie di accordi tra le altre contrade per impedirne la vittoria, in quanto la contrada di Castelvecchio innalzava allora gli odiati colori giallo nero dell’impero austriaco. Avendo intuito il pericolo, Gano di Catera, fantino della Tartuca, aveva studiato uno stratagemma per ingannare i rivali, vestendo il suo barbero con una triplice redine, due delle quali erano di cartapesta che simulavano la pelle. Data la mossa gli altri malintenzionati “colleghi” andarono a cercare Gano che si svincolò dalla morsa degli avversari, ma giunto a S. Martino fu afferrato e gettato a terra da Partino, fantino della Lupa, mentre il suo cavallo proseguì a galoppare. I capitani delle altre contrade scesero allora dal palco loro riservato, tendendo il canape, in modo da impedire al barbero taruchino di continuare la corsa. Tutti i fantini si fermarono tranne Paolaccino che vestiva i colori della Chiocciola e che compì i tre giri in solitaria conquistando il successo. E, mentre Partino fu premiato con 45 franchi per il suo gesto, i capitani che avevano issato il canape furono processati e condannati ad alcuni giorni di carcere.

Il Palio di luglio 1868 ebbe uno svolgimento non molto diverso a quello sopra narrato. Data la mossa partirono solo 5 contrade mentre le altre rimasero ferme. Il mortaretto non scoppiò ed i fantini proseguirono la carriera, mentre dalla Piazza si alzava forte la protesta del popolo che riteneva la partenza falsa. Allora le Guardie Municipali, contravvenendo palesemente al regolamento, si misero nel mezzo alla pista fermando le contrade. Paolaccino nell’Onda, a suon di nerbate, riuscì a superare lo sbarramento umano, compiendo i tre giri regolamentari più uno ulteriore, non avendo udito il mortaretto, uscendo successivamente da Piazza seguito dagli ondaioli in festa per la vittoria. Ma il drappellone non fu subito consegnato all’Onda, in quanto le altre nove contrade furono richiamate al canape. Le operazioni di partenza furono gestite dalle Guardie, in quanto i mossieri se ne erano andati ritenendo buona la prima mossa. Una forzatura causata dall’inesperienza degli improvvisati mossieri provocò la caduta di diverse contrade, ed i cavalli di Torre e Selva morirono sul colpo. A seguito di questo incidente il drappellone fu condotto in comune e dato all’Onda il giorno successivo. Le Guardie che avevano dato la mossa furono in seguito sospese dal servizio e condannate a risarcire i proprietari dei cavalli morti.

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PILLOLE DI ANEDDOTI PALIESCHI

Messaggio  jabru il Sab Lug 30, 2016 6:56 pm

Nel luglio 1773, Sorba vinse il Palio nell’Aquila facendo solo un giro e mezzo. Dopo il secondo S. Martino, infatti, vistosi tagliato fuori dai giochi per la vittoria, si nascose tra le carrozze che erano parcheggiate di fronte al Palazzo Comunale, sfruttando anche la nuvola di polvere che si alzava a causa del tufo non ben annaffiato, per riapparire in pista all’ultimo passaggio delle contrade. Con il cavallo più fresco, Sorba non ebbe alcuna difficoltà a precedere gli altri ed a vincere. A quanto pare, nel momento nessuno si accorse della sua “furbata” ed il Palio fu assegnato all’Aquila senza contestazioni, ma dall’anno successivo fu vietato il parcheggio delle carrozze in Piazza nei giorni del Palio e fu disposto di innaffiare costantemente la pista per evitare gli inconvenienti causati al polverone.

Nel luglio 1806 il barbero della Tartuca, nei giorni precedenti alla carriera, ebbe dei seri problemi di salute. Il Palio fu rinviato al 3 a causa della pioggia, ed il cavallo morì nella notte tra il 2 ed il 3. I deputati allo spettacolo ordinarono allora alla Tartuca di presentarsi al canape con un altro cavallo solo per far presenza. Questo fu montato da un vecchio carbonaio vestito con i colori della contrada. All’abbassarsi del canape cavallo e fantino di Castelvecchio furono trattenuti dai militari ed allontanati dalla pista.

Molto movimentata fu la carriera dell’agosto 1814. Data la mossa, il fantino della Chiocciola Belloccio, prese per un intero giro le redini del cavallo della Tartuca estromettendolo così dalla corsa. Partì primo il Nicchio, raggiunto poi al secondo giro dall’Oca e dalla Torre. Ci fu un fitto scambio di nerbate tra le tre contrade, finché il fantino dei Pispini,Cicciolesso, non saltò sopra il cavallo dell’Oca che continuò la corsa con due fantini in groppa, favorendo così la vittoria della Torre. A fine carriera, mentre gli ocaioli presi da “scapigliati furori” malmenarono Cicciolesso, i tartuchini “diedero sfogo ai loro sentimenti con l’abbruciare lo stemma della Chiocciola”, che fino ad allora consideravano come alleata.

Nel luglio 1835 accadde un fatto inconsueto: il fantino della Civetta cadde ed il suo cavallo fu fermato da un certo Stecco, ex fantino del Palio che assisteva alla corsa che con un balzo saltò sullo scosso cavalcando con i suoi abiti contadini. A S.Martino però il barbero non curvò e Stecco rovinò goffamente sul tufo e fu prima ricoverato in ospedale poi condotto in carcere. Ma la punizione più dura la ebbe in seguito: gli fu infatti impedito, vita natural durante, di farsi vedere in Piazza per i giorni del Palio.

La carriera di luglio 1930 è ricordata, tra le altre cose, per un aneddoto curioso. Alla Pantera toccò una brenna, che fu affidata al giovane ed inesperto Primetto Cortigiani. Durante la terza prova il Cortigiani, che fin da subito non riscontrò le simpatie dei contradaioli, cadde ed i panterini chiesero a gran voce di scenderlo. Fu perciò montato Alfredo Jacopini detto Grattapassere, che aveva già corso un Palio nel ’25 per il Drago. Tutto ciò scatenò la rabbia del Cortigiani che non digerì l’umiliazione della sostituzione. Allora la dirigenza decise di ricorrere alla sorte per stabilire chi avrebbe dovuto difendere i colori di Stalloreggi. Ma il sorteggio fu tutt’altro che regolare, in quanto in entrambi i biglietti predisposti vi era scritto il nome di Grattapassere che corse il Palio raggiungendo il suo obiettivo cioè quello di non arrivare ultimo. Costui non fece certamente la storia del Palio, in quanto dopo quella carriera non ne corse altre ma, il suo ricordo è rimasto ben vivo nella mente dei panterini che gli hanno dedicato il famoso stornello “Pantera ultima non può mai essere”, e dal 1974, Grattapassere è il titolo del giornalino di contrada della Pantera.

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BACHICCHE

Messaggio  jabru il Dom Ago 07, 2016 6:48 pm

Uno dei migliori fantini dell’800 è stato senza dubbio Mario Bernini detto Bachicche, genio e sregolatezza della Piazza. Bachcche debuttò addirittura da adolescente, in quanto vestì il suo primo giubbetto, quello dell’Onda, a soli 13 anni nel 1850. I suoi primi passi sul tufo furono alquanto travagliati, vuoi per l’inesperienza, vuoi per la giovane età, ed infatti per trovare un suo trionfo occorrerà attendere fino al 1861, quando si impose per la Tartuca, vittoria che però non poté festeggiare a pieno, in quanto dopo la corsa dovette scappare dalla folla che lo voleva linciare, in un periodo storico in cui i colori della politica avevano la prevalenza sui colori delle contrade. Che Bachicche fosse un predestinato lo si capì l’anno successivo, quando conquistò il suo primo cappotto personale, portando al successo la Giraffanella carriera del 15 agosto e l’Onda nello straordinario del 28 settembre. Il secondo cappotto fu nel 1867, quando portò la gloria nel Nicchio a luglio e nellaLupa ad agosto, respingendo a suon di nerbate Paolaccino, di fronte ad un entusiasta Giuseppe Garibaldi che ricompensò il fantino con una sua foto autografa, oggi conservata nel museo della contrada di Vallerozzi.

Bachicche corse fino all’età di 52 anni, conquistando 13 vittorie per 9 contrade differenti ed indossando 16 giubbetti (tranne quello del Leocorno). Ma Bachicche è noto pure per i suoi tradimenti e per le sue fughe rocambolesche dalla Piazza per sfuggire alla furia dei contradaioli. Se nell’agosto 1873, dopo una carriera incolore nella Pantera, rischiò addirittura di essere arso vivo dal contradaiolo Momo Giovannelli che, evidentemente insoddisfatto dell’operato del suo fantino, gli rovesciò addosso una latta di benzina, nel 1877 il Bernini tradì pesantemente la Lupa, disinteressandosi della vittoria, favorendo Pirrino nell’Oca e nerbando per tutti e tre i giri la Torre che inseguiva. Per sfuggire alle ire dei torraioli e dei lupaioli, Bachicche si rifugiò in Fontebranda, mentre i suoi abiti furono appesi al campanile dell’oratorio lupaiolo e qui lasciati appesi per alcuni giorni.

Clamoroso lo sgarbo fatto alla Chiocciola nel 1882. A luglio Bachicche trionfò per i colori di S. Marco, approfittando dell’aiuto fornitogli da Leggerino; ad agosto invece le parti si invertirono. La Chiocciola aveva avuto in sorte il forte Lupetto che vinse tutte le prove con disarmante facilità. I chiocciolini, assaporando la vittoria, avevano già tirato fuori i cappotti dagli armadi e preparavano già i festeggiamenti, ma dovettero fare i conti con l’indole traditrice del Bernini. Durante la corsa infatti Bachicchetrattenne palesemente il suo Lupetto favorendo la vittoria di Leggerino nell’Oca. Le doti di gran galoppatore di Lupetto furono utili al suo fantino nel dopo corsa, quando Bachicche lo spronò a più non posso per sfuggire all’inseguimento dei suoi contradaioli delusi ed arrabbiati per il tradimento. In seguito la Chiocciola perdonò Bachicche, affidandogli nuovamente il giubbetto nel 1887. Due anni dopo, nel Montone, calò definitivamente il sipario sulla sua carriera paliesca.

Mario Bernini morì a Siena il 27 dicembre 1902.

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2 LUGLIO 1855 E 16 AGOSTO 1889

Messaggio  jabru il Lun Ago 08, 2016 6:55 pm

La carriera del 2 luglio 1855 ebbe, per la Selva e per il suo fantino, Francesco Santini detto Gobbo Saragiolo, degli strascichi giudiziari. La dirigenza selvaiola, insoddisfatta dell’operato del Santini che era andato a dritto a S. Martino, si rifiutò di pagare parte del compenso pattuito, ed il fantino si rivolse così al Pretore per ottenere le spettanze.

In giudizio, mentre il Gobbo Saragiolo sosteneva di essere andato a dritto a causa delle ripetute nerbate subite dal fantino della Torre, la contrada obiettò che il Santini, sicuramente venduto, entrò a S. Martino di proposito, ed una volta fermatosi, scese da cavallo e fuggì, ma prima si tolse il giubbetto ed indossò i suoi abiti, ricevuti da un figlio che, a detta della Selva, non poteva essersi trovato lì per caso. Ad aggravare la posizione del Gobbo Saragiolo, la testimonianza di due contradaioli, i quali asserirono che il giorno successivo al Palio, chiedendo conto al fantino del suo comportamento, ricevettero una risposta secca ed eloquente: “che dovevo vincere per voi miserioni che mi davi 140 monete, mentre ne ho guadagnate 170?”.

Il Pretore assolse la Selva e condannò il Santini al pagamento delle spese processuali pari a 200£, sentenza confermata poi dal tribunale di appello. Gobbo Saragiolo pagò così a caro prezzo la propria ingordigia di danaro.

Nell’agosto 1889 alla Torre toccò un buon cavallo che fu in principio affidato a Vincenzo Terzuoli detto Tagatta. Ma la dirigenza torraiola non restò soddisfatta del rendimento del fantino e pensarono di sostituirlo con Pirrino che correva per la Pantera. I panterini rifiutarono lo scambio ed allora la Torre passò alle maniere forti. Dopo la prova generale, i torraioli raggiunsero in gran numero la taverna dove Pirrino cenava con i dirigenti della Pantera e, fattolo uscire con una scusa, lo “rapirono”, portandolo in Salicotto. A nulla valsero le veementi proteste della Pantera, contrariate per il sopruso subito: Pirrino corse quel palio con il giubbetto della Torre, mentre la contrada di Stalloreggi dovette ripiegare sul bistrattato Tagatta. L’audace gesto dei torraioli non fu però premiato, in quanto Pirrino condusse la corsa per oltre due giri, venendo poi superato dalla Lupa, mentre il buon Tagatta disputò un gran Palio, giungendo terzo e difendendosi a suon di nerbate e con gran grinta dagli attacchi degli avversari, dimostrando di non essere così scarso come nella Torre volevano far credere.

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LA RIVALITÀ ONDA-TORRE

Messaggio  jabru il Mar Ago 09, 2016 6:02 pm

La rivalità tra Onda e Torre, sebbene oggi sia sentita solo dai contradaioli di Malborghetto, è probabilmente la più antica di Siena ed affonda le sue radici addirittura alla fine del ‘500 per i classici motivi di confine. Nel ‘600 l’inimicizia si accentuò, ed il Mercato Vecchio fu teatro di frequenti, e talvolta cruenti, scontri tra le due contrade. Uno scritto del Bernardini ci testimonia di un violento parapiglia dopo il Palio di luglio 1641, “che se non interveniva la nobiltà sarebbe finito molto male”. Altri tumulti si registrano il 2 luglio 1655, durante i quali” morì uno sbirro”, e pure il 2 luglio 1679. Nel Palio di luglio 1688 i fantini di Onda e Torre si danneggiarono a vicenda. Al Casato, un alfiere della Torre che era nel frattempo sceso dal palco, prese per le redini il cavallo dell’Onda. Questo gesto fu pagato a caro prezzo dal figurante torraiolo, in quanto finita la corsa, un ondaiolo afferrò un’alabarda e colpì a morte l’alfiere di Salicotto. Tutto ciò portò a conseguenze gravissime, con i negozianti delle due contrade che licenziarono i commessi della rivale, così come i proprietari delle abitazioni che sfrattarono gli inquilini dell’altra contrada. Ancora sangue nel 1713. Nel giorno della patrona S. Anna, la Torre organizzò dei festeggiamenti, durante i quali nacquero discussioni con gli ondaioli per futili motivi che culminarono con l’omicidio del capitano della Torre Orazio Mannotti da parte dell’ondaiolo Santi Pierucci. Quella notte, per vendicarsi del grave atto, decine di torraioli muniti di coltelli e bastoni, invasero le strade dell’Onda, con lo scopo di cercare il Pierucci, che nel frattempo era fuggito via da Siena. Tutta questa tensione convinse l’Auditore Generale Aurelio Sozzifanti a convocare, il 10 agosto 1713, i dirigenti delle due contrade davanti al notaio Grisaldi Tai per firmare una pace “da durarsi in perpetuo”. Sozzifanti fu aiutato nel suo compito anche dal castellano di Fortezza Cesare Doni e da Evangelista Borgia, i quali ottennero il voto favorevole delle due assemblee di contrada, purché la pace in questione, come tenne a precisare un ondaiolo nell’adunata generale, non portasse ad “un patto di confederazione con la Torre”. Da allora i rapporti tra Onda e Torre rimasero per oltre due secoli piuttosto pacifici. Rari furono i casi di tensione tra le due contrade. Schermaglie si registrarono solo dopo la carriera del luglio 1811 conquistata dalla Torre, la cui vittoria fu contestata dall’Onda che sosteneva come il cavallo di Salicotto montato da Pettiere avesse compiuto solo due dei tre giri canonici. Gli ondaioli, certi delle loro argomentazioni, si recarono in Provenzano a cantare il Te Deum dove trovarono anche i torraioli festanti, ma senza il drappellone, che venne trattenuto dalle autorità comunali e consegnato soltanto la mattina successiva alla Torre su decisione del sindaco. Altre minime scaramucce a seguito delle nerbate di Beppino, fantino dell’Onda a Scansino della Torre nel Palio di agosto 1897. I rapporti tra le due contrade si compromisero definitivamente a seguito del Palio del 3 luglio 1930. La tratta aveva favorito proprio l’Onda e la Torre rispettivamente con i potenti Luna e Burattino. E mentre Burattino fu affidato a Smania, Lina venne inizialmente montata dallo Sgonfio. Per la prova generale però, l’Oca, per impedire la vittoria alla rivale Torre, cedette all’Onda il suo fantino Angelo Meloni detto Picino, con lo Sgonfio che passò in Fontebranda. Durante le prova Smania ed il Meloni vennero più volte a contatto e la susseguente rissa tra contradaioli fu inevitabile. La sera del Palio Picino, pur essendo di rincorsa, con una grande progressione prese la testa e conquistò la vittoria. Questa serie di episodi portò così alla nuova, e stavolta definitiva interruzione dei rapporti tra le due contrade che si è protratta nel tempo, fino ai giorni nostri.

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IL 1730

Messaggio  jabru il Gio Ago 11, 2016 6:14 pm

Nel 1730 sappiamo con certezza che fu disputato solo il Palio di luglio, vinto dalla Selva con il fantino Pettinaio. Un alone di mistero avvolge invece la carriera di agosto. Il 14 di quel mese infatti venne trafugata dalla Basilica di S. Francesco, una pisside contenente 351 ostie consacrate, ritrovate poi la sera del 17 in una cassetta delle elemosine nella collegiata di Provenzano, e che tutt’oggi intatte, costituiscono il miracolo eucaristico senese venerato in tutto il mondo. La mestizia per il furto sacrilego non poteva lasciare spazio ai festeggiamenti del Palio, quindi si ritiene che la carriera dell’Assunta fosse stata annullata. Un documento dell’epoca parla però di un Palio corso il pomeriggio del 15 agosto e vinto dal cavallo del Granduca di Firenze. Appare evidente come si tratti di un Palio alla lunga, ancora disputato in quegli anni. Nel documento infatti non si fa menzione delle contrade, ma solo di 6 cavalli partecipanti. Quelle carriere erano infatti riservate ai migliori destrieri delle famiglie nobili e solo in sporadici casi intervennero le contrade.

Il mistero si infittisce però se consideriamo la presenza di un drappellone datato 1730 e conservato nel museo dell’Imperiale contrada della Giraffa. Nel drappellone in questione è rappresentata la Madonna Assunta nella parte superiore, mentre nella parte bassa, appena sopra la data, troviamo dipinta una quercia con arnesi da caccia, probabilmente l’emblema della Selva (che allora non presentava l’attuale rinoceronte) che risultò vincitrice a luglio e che avrebbe potuto organizzare la “ricorsa” di agosto, fino ai primo anni del XIX secolo di competenza delle contrade. Solo dal 1802 infatti, l’organizzazione del Palio alla tonda di agosto divenne totalmente a carico della comunità civica.
Ma nei registri del Comune non risulta nessuna contrada vincitrice nell’agosto 1730, ed anche la Giraffa non si attribuisce vittorie in quell’anno. Per tutte queste ragioni, si ritiene che l’unica carriera alla tonda disputata in quel fatidico 1730 fu quella di luglio. Come sia arrivato quel drappellone nel museo giraffino è un enigma ancora tutto da risolvere.

Non possiamo chiudere il nostro articolo senza raccontare il più volte citato Palio di luglio 1730, che fu caratterizzato, come molte carriere dell’epoca, da un finale incredibile e dalla solita scazzottata tra contradaioli nel dopo corsa. Partì in testa il Nicchio e conquistò un vantaggio tale che sembrava facile vincitore, ma, tra lo stupore generale, il suo cavallo si fermo a pochi passi dal bandierino, impuntandosi e rifiutandosi di avanzare nonostante i ripetuti incitamenti del fantino Capanna. Sopraggiunse così laSelva con Pettinaio che superò il Nicchio ed andò a vincere. A fine corsa si scatenò un violento parapiglia tra i selvaioli che reclamavano il Palio ed i nicchiaioli che non accettarono la beffa subita. I due popoli si scambiarono “pugni e bastonate fitti come gragnola” ed il drappellone fu fatto a brandelli dal “furore dei contendenti”.

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La processione d’offerta dei Ceri e dei Censi

Messaggio  jabru il Dom Ago 14, 2016 7:50 pm

LA PROCESSIONE DEI CERI E DEI CENSI FU INTERROTTA NEL 1864, IN PIENO CLIMA ANTICLERICALE, PER POI ESSERE RIPRISTINATA NELLA FORMA ATTUALE A PARTIRE DALL’AGOSTO DEL 1924.

Il corteo d’offerta dei Ceri e dei Censi, che ancora oggi si ripete ogni anno alla vigilia della festività dell’Assunta, ha origini antichissime, e anzi potremmo affermare che la corsa di cavalli nasce in conseguenza di questa cerimonia, non viceversa.

La prima, sparuta, documentazione che attesta l’esistenza del Palio alla lunga in onore della Madonna di mezz’agosto, infatti, risale al 1239 e da essa si evincono chiaramente due elementi. Intanto che il “gioco” aveva già una sua regolamentazione scritta, purtroppo non pervenuta, dunque era in uso ormai da tempo e ricadeva sotto l’egida comunale. E poi che si inseriva a pieno titolo nel quadro dei festeggiamenti di quella che senz’altro era la solennità religiosa più importante della Siena medievale, all’interno del quale, peraltro, doveva rivestire un ruolo subalterno rispetto al momento cruciale e più partecipato, costituito appunto dalla processione d’offerta dei Ceri e dei Censi in Cattedrale.

Una cerimonia dal profondo significato liturgico, con la quale Siena confermava ogni anno la propria devozione alla Vergine, ma che a partire dal XIII secolo assunse sempre più marcatamente anche un valore politico e simbolico, che finì per diventare preponderante. Perché la processione si tramutò in un momento di straordinaria autocelebrazione civica, dove Siena affermava la propria grandezza e supremazia, imponendo a tutte le comunità del contado soggette alla Repubblica di omaggiare la Madonna mediante l’offerta di cera in Duomo. Omaggio, ovviamente, che altro non era se non la conferma di un rinnovato e rinsaldato atto di sottomissione e fedeltà al Comune, oltre che una ghiotta occasione per dimostrare, anche ai forestieri presenti, la forza e la capacità organizzativa del governo cittadino.

Il rituale di sudditanza dei feudatari del contado mediante l’offerta di cera alla Cattedrale senese affonda le proprie radici alla metà del XII secolo. Il 1 maggio 1147, infatti, tre fratelli, signori di Montepescali, si sottomisero a Siena in una solenne cerimonia tenutasi in piazza San Cristoforo (l’attuale piazza Tolomei), donando al Vescovo Ranieri e al Comune varie parti e aree del loro castello. E tra gli obblighi che assunsero nei loro confronti, spicca per la prima volta quello di offrire ogni anno due ceri del valore di 5 lire lucchesi.

Formulazione che rintracciamo anche in successivi atti di sottomissione, come quello dei conti della Scialenga nel 1175 e dei conti di Frosini nel 1178. Interessante e inedita, invece, l’obbligazione assunta dalla chiesa e dagli uomini di Paurano nel 1193: il cero di 12 libbre che annualmente avrebbero portato a Siena nella festività di mezz’agosto, era destinato “alle opere dell’Opera del Duomo”, segno che forse già esisteva ed era definito istituzionalmente l’organismo preposto a gestire i lavori alla Cattedrale.

Nel 1198, poi, ancora quattro conti Scialenghi promisero di donare un cero di 6 libbre per Monte Sante Marie, uno di 8 per Chiusure, un altro di 6 per Rapolano e così via per Petroio, Asinalonga, Torre a Castello, Montegisi, Poggio Santa Cecilia e altri, recandosi ogni anno in Cattedrale per la festività dell’Assunta.

E dopo che anche gli uomini di Montelaterone (1205) e Montalcino (1212) avevano giurato di ottemperare ad obblighi simili, nell’incipit del “Memoriale delle Offese” si annotò un elenco di censuari cui fu imposto, tra il 1223 e il 1227, di offrire un cero “in festo Sancte Marie de augusto”.

Di fatto era il primo passo per la formalizzazione di quella che ormai stava diventando la principale cerimonia politico-religiosa della città medievale. Di lì a poco, infatti, essa venne rigorosamente regolamentata dagli Statuti comunali. Se ne trova traccia già in un paio di rubriche del Costituto del 1262, e più o meno le stesse disposizioni furono ribadite nel Costituto volgarizzato del 1309-10, dove balza agli occhi l’ingerenza delle magistrature comunali nella sua organizzazione.

L’offerta doveva avvenire in due momenti diversi. Il giorno della vigilia tutti i cittadini senesi e gli “abitatori assidui” tra i 18 e i 70 anni dovevano recarsi in Duomo, ognuno con la propria “contrada”, offrendo ceri e non doppieri, di giorno e non di notte. Chi avesse contravvenuto, sarebbe stato punito con un’ammenda di 20 soldi. Somma che ascendeva fino a 40 soldi per chi non partecipava alla processione, ed era a carico dei “Sindaci” delle singole contrade scovare gli assenti e denunciarli al Podestà. Le uniche categorie giustificate erano “li povari et li gravati d’odio et d’infermità”.

I rappresentanti delle comunità soggette a Siena, invece, dovevano recarsi in Duomo la mattina del 15 agosto, donando tante libbre di cera per quante centinaia di lire ognuna di loro era allirata. Il peso della cera da offrire era dunque direttamente proporzionale all’importanza della comunità. Si disponeva, inoltre, che con tre quarti di essa si dovesse realizzare un “cero fogliato”, cioè dipinto a fiori e foglie, mentre per il restante quarto si dovessero fare tanti ceri da una libbra. Spettava ai Quattro di Biccherna nominare, un mese prima della festa, un notaio e tre “buoni et leali huomini”, uno per Terzo, incaricati di diffondere l’ordinanza alle comunità e controllare che ognuna partecipasse, denunciando al Podestà le assenti. La multa da versare era pari a 20 soldi per ogni libbra di cera non donata. Infine si stabiliva che i ceri fogliati dovessero essere deposti “in alto ne la detta chiesa, si che per uno anno si debiano guardare, et ne la seconda festa si levino et pongansi li nuovi ceri”.

Grazie ad un’annotazione di spesa del 1281 è anche possibile ricostruire il corteo che si snodava per le vie cittadine. In testa c’era il cero offerto dal Comune (che ad esempio nel 1298 pesava ben 100 libbre, quasi 3.400 Kg), accompagnato da musici di palazzo. Seguivano poi le alte cariche cittadine e i rappresentanti delle comunità sottomesse con i propri gonfaloni.

La processione, insomma, non si discostava molto da quella dei giorni nostri, e anche altri dettagli lo confermano: i ceri non erano portati a mani nude, bensì all’interno di contenitori dipinti, mentre quello del Comune era issato su un specie di carretto, in qualche modo antesignano del carro odierno; la Signoria e gli altri funzionari venivano adornati con fili di ghirlande. Diversamente da oggi, invece, c’era l’usanza di banchettare nella sagrestia del Duomo al termine della cerimonia, mentre all’esterno si distribuiva vino a volontà e probabilmente anche cibarie.

Riguardo al percorso, non abbiamo testimonianze precise. Tuttavia una disposizione del Costituto del 1262 ordinava la demolizione di tutti gli archi e ballatoi nelle due strade principali, affinché la processione riuscisse solenne e perfetta. Si trattava delle vie che da porta Camollia e San Maurizio (ancora porta Romana non era stata costruita) portavano a quella di Stalloreggi (le Due Porte di oggi), attraverso le quali, pertanto, doveva transitare. Evidentemente la gran quantità di stendardi e gonfaloni necessitava di ampi spazi in altezza per poter sfilare. Sembra, dunque, verosimile che inizialmente il corteo si dividesse in tre spezzoni che confluivano in un unico punto, per poi recarsi tutti assieme in Cattedrale.

Una volta all’interno, si assolveva all’offerta più o meno come oggi: ogni gruppo, fosse esso una contrada cittadina o una comunità del contado, aveva i propri gonfaloni che lo rendeva riconoscibile; uno per volta venivano chiamati al pulpito a deporre la cera, che venendo impilata, al termine doveva raggiungere quasi il tetto della Cattedrale. E proprio questa altezza era la più palese testimonianza della potenza senese. In qualche occasione si raggiunse il peso complessivo di 30.000 libbre, dunque oltre 10.000 kg.

Perduto il suo significato politico dopo la caduta della Repubblica di metà Cinquecento, quando furono anzi i rappresentanti senesi a doversi recare a Firenze per la festività di San Giovanni, la cerimonia dell’Assunta fu comunque proseguita, mantenendo quantomeno il significato religioso e di sentita festa cittadina. L’offerta dei Ceri e dei Censi fu interrotta nel 1864, in pieno clima anticlericale, per poi essere ripristinata nella forma attuale a partire dall’agosto del 1924.

Roberto Cresti
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QUELLA RISSA TRA FANTINI A COSTALPINO

Messaggio  jabru il Gio Ago 25, 2016 5:48 pm

Erano passati solo pochi giorni dal Palio di mezz’agosto; e anche se, nell’aria, risuonavano ancora gli ultimi echi della carriera appena conclusa, a Siena, come si suole dire, era già inverno. Eppure, in città, si tornò subito a parlare di fantini. Stavolta però non erano le loro gesta sul tufo, eroiche o pavide che fossero, a riaccendere i riflettori sui “dieci assassini”, quanto un fatto di cronaca; una rissa che si scatenò alla “Grotta” di Costalpino.

Era il 24 agosto del 1914. Come tradizione, si stavano celebrando i festeggiamenti per la celebrazione di Maria S.S. d’Agosto che si tenevano tutti gli anni nella terza domenica del mese, quando, poco prima della corsa dei cavalli, che rappresentava un po’ il momento clou della festa, si accese una baruffa che vide coinvolti alcuni dei fantini partecipanti.
Secondo le cronache dell’epoca protagonisti di questa rissa furono Nello Magnelli, trentunenne vetturino residente in Castelvecchio, e Aldo Mantovani detto Bubbolo (vetturino anche lui), fantino che aveva trionfato in Piazza del Campo con i colori della Tartuca proprio nell’ultimo palio corso la settimana precedente.
Poco si sa sulle cause che furono all’origine della rissa. Quello che sappiamo però è che il Magnelli riportò delle serie ferite alla testa e alla mano destra.
Difficile quindi ricostruire i fatti per meglio descrivere la dinamica e le responsabilità dell’accaduto, tanto più ad oltre un secolo di distanza. Quello che però è certo è che Nello Magnelli non era la prima volta che si ritrovava coinvolto in episodi al limite della legalità. In precedenza infatti aveva già avuto modo di farsi conoscere dalle forze dell’ordine; quantomeno in un altro paio di occasioni.
La prima, nel 1907, quando fu “pizzicato” a rubare dell’uva a Fontebecci, in un terreno di proprietà dell’Istituto delle Sorelle dei Poveri; e l’altra, 4 anni più tardi, quando fu arrestato per aver aggredito verbalmente delle guardie municipali che lo avevano fermato perché, contravvenendo a quello che allora era il regolamento del comune, andava in giro per la città con la sua vettura vuota.
Quanto a Bubbolo, il suo nome viene ricordato forse ancor più delle quattro vittorie riportate sul tufo, per un altro episodio di cronaca nera che lo vide protagonista in occasione del Palio del 16 agosto 1919.
Nel pomeriggio di quel giorno infatti, nel territorio della contrada della Selva, durante una rissa nella quale rimase coinvolto, si prese una coltellata al ventre che per poco non lo uccise. Sarà proprio il rione di Vallepiatta a vincere quel palio, ma la festa per la vittoria sarà rovinata dall’arrivo dei Carabinieri sopraggiunti in serata per scoprire i responsabili di quanto avvenuto.
E la vicenda della coltellata a Bubbolo, con il tempo, anziché rimanere nei ricordi dei protagonisti dell’epoca per poi venire definitivamente dimenticata, assumerà contorni quasi leggendari, venendo “fissata” nel tempo, a perdurante memoria, dalla locuzione “Occhio, perché se non fai il tuo dovere, ti si fa quello che fecero i selvaioli a Bubbolo nel ’19, ti si mettono le budella in mano”. Un detto che diversi contradaioli, da quel giorno, non hanno mancato di rivolgere, minacciosi, a quei fantini ritenuti inaffidabili o poco leali.

Andrea Verdiani da OKSiena
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IL PRIMO CAPPOTTO DELLA LUPA

Messaggio  jabru il Ven Ago 26, 2016 6:48 pm

C’è un comune denominatore che lega il 1785 al 2016 ed è il cappotto della Lupa. Se della recente doppia vittoria di Preziosa Penelope e Scompiglio si è già detto tutto, vediamo adesso di scoprire cosa successe in quelle due carriere di 231 anni fa.

Nel Palio di luglio la Lupa trionfò con il fantino Dorino che montò il sauro del Palagi (occorre ricordare come a quell’epoca i cavalli non avessero un nome e venivano pertanto identificati con il colore del mantello e con il cognome del proprietario). Data la mossa scattò in testa il Leocorno con il debuttante fantino Uccellino seguita proprio dalla Lupa. Ma nei piani di Uccellino non c’era la gloria ma solo la sconfitta di Dorino, la cui vittoria non era gradita ai fantini poiché avrebbe portato ben pochi quattrini nelle loro tasche. Perciò, poco prima di San Martino, il fantino del Leocorno rallentò l’andatura, si fece raggiungere dalla Lupa e cercò in ogni modo di scavallare Dorino. Ma tutti i suoi tentativi andarono a vuoto; Dorino con grande maestria riuscì a superare il Leocorno ed a concludere indisturbato la corsa fino al bandierino.

La carriera di agosto ebbe un prologo clamoroso. Adriano Sofri nel suo libro “Machiavelli, Tupac e la Principessa”, riferendosi alla nostra festa sostiene che: “nessun Palio si vince contro la Fortuna, ma la Fortuna bisogna meritarla”. Nella tratta di quel Palio qualcuno provò a meritarsela con l’inganno. Erano infatti rimasti nel bossolo due cavalli, il numero 2 uno dei più ambiti, ed il numero 7, una brenna e due contrade il Nicchio e l'Istrice. La sorte assegnò quest’ultimo al Nicchio ma, con un abile colpo di mano e ribellandosi al volere beffardo della dea bendata, il barbaresco dei Pispini afferrò l’altro cavallo, il bombolone, uscendo da Piazza con il popolo al seguito, lasciando sbigottiti gli istriciaioli che ingiustamente si ritrovarono con il brocco tra le mani. La cosa non poteva poi passare inosservata per un semplice motivo cromatico: il cavallo numero 2 era un sauro, il numero 7 un grigio! Dopo un primo attimo di smarrimento, i contradaioli dell’Istrice invasero le strade del Nicchio per riottenere il maltolto, mentre in Piazza, come segno di protesta, il barbaresco di Camollia lasciò libero il malcapitato cavallo grigio che continuò a vagare tra la folla finché non fu catturato dalle guardie.

L’accoglienza dei nicchiaioli verso gli inferociti istriciaioli non fu delle più benevole, tant’è che questi ultimi dovettero chiedere l’intervento delle autorità. Dopo una nottata di trattative e discussioni (con la prima prova che non vide la partecipazione delle due contrade litiganti e fu corsa in Cool, solo all’ora di pranzo del giorno successivo il Nicchio restituì all’Istrice il proprio cavallo, ricevendo in cambio il tanto bistrattato grigio.

La carriera però non vide protagonista l’Istrice che non viene mai menzionato nelle cronache. Il Palio fu lottato tra la Torre con il fantino Dorino, la Chiocciola con Biggeri, l’Onda con Annibale e la Lupa che, al termine di tre giri entusiasmanti in cui non mancarono nerbate, parate e trattenute, tagliò per prima il bandierino con il fantino Pacchiano, conosciuto anche come Maremmano perché natio di Massa Marittima, ed il cavallo morello del Fanciulli. Era il primo cappotto per la Lupa. Il secondo è storia di oggi.

Davide Donnini da OKSiena
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Annullato l’appuntamento con L’eco delle Fonti per lutto nazionale

Messaggio  jabru il Ven Ago 26, 2016 6:50 pm

A seguito del lutto nazionale indetto per le vittime del terremoto che ha colpito l’Italia centrale, la Contrada del Leocorno ha deciso di annullare la cena e il concerto di domani sera, sabato 27 Agosto, con i Forrò Mior. La Società sarà regolarmente aperta dalle ore 21.30. Con l’occasione si invita chi può contribuire attivamente a contattare la Commissione Solidarietà.
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5 SETTEMBRE 1954 E 4 SETTEMBRE 1960

Messaggio  jabru il Sab Set 03, 2016 6:56 pm

Comincia oggi questa rubrica che racconterà tutti i Palii straordinari che si sono disputati nel mese di settembre. In questo articolo ci occuperemo delle carriere del 5 settembre 1954 e del 4 settembre 1960.

Nel 1954 fu deciso di effettuare un Palio straordinario per celebrare l’anno Mariano indetto da Papa Pio XII. Vi parteciparono Civetta (Pinocchio e Falchetto), Tartuca (Buriana e Ciancone), Selva (Ravi II e Il Biondo), Drago (Rosella e Veleno), Pantera (Uria e Tirone), Giraffa (Uganda e Terribile), Oca (Saturnia e Strigolo), Aquila (Botticella e Rondone), Lupa (Forletto II e Mezz’etto), Leocorno (Gaudenzia e Vittorino). Della corsa, la fotocopia del Palio di luglio che confermò lo strapotere di Gaudenzia che, partendo nuovamente di rincorsa come nella carriera di Provenzano e portando via il canape, prese fin da subito la testa disperdendo gli avversari e centrando un leggendario tris nell’annata (a luglio aveva vinto nell’Onda, ad agosto nella Giraffa scossa), c’è poco altro da dire. Meritano però di essere citate due curiosità tratte da alcune cronache del tempo: per le batterie di selezione, alcuni cavalli corsero inspiegabilmente senza il numero pitturato sulla coscia, rendendo così difficile il loro riconoscimento per i non addetti ai lavori. Infine, per la seconda prova, la cavalla della Pantera Uria, che tanto scompiglio creò la sera precedente con le sue ripetute bizze, fu fatta uscire dall’Entrone con la testa incappucciata per evitare che si innervosisse. Non è dato però sapere se questo particolare escamotage abbia funzionato o meno….

Il 4 settembre 1960 fu invece disputato un Palio straordinarionel 7° centenario della battaglia di Montaperti. Nel bel cencio di Aldo Marzi c’è però anche un piccolo riferimento (i cinque cerchi olimpici in basso tra gli stemmi delle contrade) ai Giochi della XVII Olimpiade che furono ospitati quell’anno da Roma. Per quel Palio, il drappellone fu portato nella Chiesa di S. Cristoforo, luogo dove si radunarono in preghiera i soldati senesi prima della partenza per la grande battaglia.

Corsero la Pantera (Rosella II e Guanto), il Leocorno (Capriola e Tristezza), la Tartuca (Marisa e Solitario), la Civetta (Uberta de Mores e Ciancone), la Torre (Archetta e Vittorino), l’Onda (zitella e Mezz’etto), la Chiocciola (Bolivia e Rompighiaccio), la Giraffa (Salomè de Mores e Rondone), la Lupa (Elena de Mores e Canapetta), l’Aquila (Tanaquilla II e Giove).

Le prove furono caratterizzate dal maltempo (la seconda prova saltò a causa della pioggia) e da tanti cambi di monta. La Chiocciolascelse prima Guanto, poi Canapino, per affidarsi infine a Rompighiaccio che aveva disputato le prime prove nella Giraffa, dove arrivò Rondone che abbandonò la Tartuca lasciando il posto a Solitario. La Pantera invece disputò solo la prima prova con Biba, fu esentata per le restanti prove a causa di seri problemi fisici a Rosella II, per presentarsi al Palio con Guanto. Oltre alla giumenta della Pantera, altri cavalli non erano in grandi condizioni, tant’è che la terza prova fu addirittura corsa in 6 per la contemporanea assenza di Aquila Lupa, Civetta ed appunto Pantera. La carriera non ebbe storia: Ubertanella Civetta prese subito la testa, mentre l’altra favorita, la Torre, fu ostacolata al canape da Mezz’etto. Ciancone poté gestire tranquillamente i tre giri venendo a vincere davanti al Leocorno. Per Uberta fu la seconda delle quattro vittorie consecutive conquistate tra l’agosto ’60 ed il luglio ’61. Da ricordare come gli sfottò dei civettini nei confronti dei lecaioli, provocarono la rottura definitiva dei rapporti tra Civetta e Leocorno, già tesi dopo lo straordinario del 1954, dando vita alla rivalità ancor’oggi esistente tra le due contrade.

Davide Donnini da OKSiena
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13 SETTEMBRE 1986

Messaggio  jabru il Lun Set 12, 2016 7:25 pm

Quella del 13 settembre 1986, disputata per celebrare il bicentenario della nascita della Comunità Civica senese, può senz’altro essere considerata una delle più belle carriere degli ultimi 30 anni, una corsa cha ha inserito di diritto nell’olimpo del Palio un cavallo, Brandano, vincitore l’anno precedente nell’Oca, ma non considerato ancora alla pari degli altri bomboloni, in quanto a detta degli esperti carente del terzo giro, e Giuseppe Pes detto Il Pesse, giovane fantino vittorioso al debutto nel 1982 con il giubbetto rosa dei Servi, ma che stava attraversando un periodo paliescamente sfortunato.

Il 1986 fu un anno fino a quel momento assai atipico, che aveva visto la vittoria di due cavalli outsider (Ogiva nel Drago e Fenosu nella Giraffa), montati da due fantini fin lì inespressi (Falchino e Truciolo), ma soprattutto caratterizzata da due carriere disputate rispettivamente da 9 ed 8 contrade a causa di problematiche varie a cavalli e fantini. Ed anche a settembre gli eventi fecero sì che non si potesse correre in 10.

La tratta del 10 settembre favorì la Pantera che ebbe in sorte il forte Baiardo per il quale fu scelto Cianchino, l’Oca con il più volte vincitore Benito, che fu affidato ad Aceto, il Drago con quella Vipera (montata nell'occasione da Falchino), sfortunata protagonista sia a luglio che ad agosto, il Nicchio con Figaro e Bastiano ed ovviamente il Montone. Le altre partecipanti furono l’Onda (Goldrake e Rondine), l’Istrice (Diavolo e Silvio), la Giraffa che sognava il cappotto con Amore e Truciolo e la Torre con il problematico Bizzarro condotto dal vecchio Canapino, alla sua ultima presenza sul tufo. La decima contrada estratta a sorte fu la Lupa che non poté però partecipare a causa di un infortunio nella stalla che mise fuori gioco il cavallo Emiro Benni, montato per le prime due prove da Spillo.

Le prove videro un solo cambio di monta rilevante: Cianchino che per la prima prova corse nell’Istrice approdò in Pantera, mentre Silvio che partì da Stalloreggi, fece il percorso inverso.

La mossa del Palio fu lunga e difficile; molti cavalli erano agitati e la vicinanza di Torre ed Oca non facilitò le cose. Il mossiere Piero D’Inzeo abbassò il canape quando il Drago di rincorsa era abbondantemente entrato. Questa mossa così vecchia costò caro a Cianchino che fiancò troppo presto e cadde. Per la Pantera il Palio era già finito. Dal primo posto scattò in testa il Nicchio, seguito da Oca, Istrice e Giraffa. A S. Martino la Giraffa passò in seconda posizione, ma la troppa irruenza di Truciolo nel cercare la testa fu fatale per il fantino con il giubbetto bianco rosso che al Casato urtò il colonnino senza cadere, ma permise al Montone, che nel frattempo aveva recuperato posizioni dopo una partenza infelice, di passare al secondo posto. Al secondo S. Martino la svolta del Palio. Figaro allargò notevolmente permettendo al Pesse di infilarsi in un varco interno ed affiancare l’accoppiata rivale. Bastiano, con la forza della disperazione, provò in ogni modo a difendersi. Ne scaturì uno scambio di nerbate davanti al palco delle comparse, ma, girato il Casato,il Montone si era già involato verso la vittoria. Il terzo giro, quello che doveva essere il tallone di Achille del barbero dal manto grigio, si trasformò in una passerella per Il Pesse e Brandano e allo scoppio del mortaretto, incontenibile fu la gioia dei montonaioli che si precipitarono a prendere il cencio di Salvatore Fiume, consapevoli di aver vinto un Palio straordinario di nome e di fatto.

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ROMPICOLLO

Messaggio  jabru il Dom Set 18, 2016 6:20 pm


STORIA DEL PALIO: ROMPICOLLO
News inserita il 16-09-2016

Interrompiamo quest’oggi il racconto delle carriere straordinarie settembrine per celebrare un grande personaggio della storia del Palio. Domenica verrà infatti consegnato il Masgalano alla Contrada Sovrana dell’Istrice offerto, per questo 2016, da Rosanna Bonelli, per celebrare, con un anno di anticipo, il 60° anniversario della sua partecipazione al Palio. Vogliamo anche noi ricordare la figura di Rompicollo, raccontando la carriera che la vide protagonista il 16 agosto 1957.

La tratta di quel Palio favorì il Leocorno con la mitica Gaudenzia, montata dal Terribile, la Lupa con Archetta e Romanino, la Torre con Tanaquilla e Tristezza. Le altre al canape furono il Nicchio con Belfiore e Vittorino, l’Oca con Ravi II e Biba, il Drago con Capriola e Bazza, la Civetta con Marta e Giove la Selva con Raffica e Falchetto. La Tartuca, che ebbe in sorte Welka, non corse quel Palio a causa di un infortunio alla cavalla. All’Aquila, infine, era toccata la modesta Percina del sor Ettore Fontani che per le prime tre prove fu affidata a Biba. Dalla quarta prova in poi capitan Mario Masoni decise di affidarsi a Rosanna Bonelli. Nata a Siena il 10 agosto 1924, la Bonelli era all’epoca una delle poche amazzoni professioniste patentate, impegnata ed ammirata nei maggiori ippodromi italiani. Nei giorni del Palio di luglio in città si giravano le scene del non indimenticabile film “La ragazza del Palio” di Luigi Zampa, con Vittorio Gassman e Diana Dors. Rosanna, approfittando della complicità dell’ex fantino Ganascia, incaricato di trovare le controfigure a cavallo, riuscì, all’insaputa della produzione, a girare alcune scene della corsa con il giubbetto della Pantera ma, una volta scoperta l’intrusa che tra l’altro aveva montato senza assicurazione, i produttori la rispedirono a casa con una ramanzina. Successivamente la controfigura della Dors cadde da cavallo e così Rosanna ottenne l’agognato contratto per registrare e poté così simulare i tre giri, vestendo stavolta i colori della Chiocciola, su Gaudenzia. L’appetito vien mangiano, così Rosanna chiese allozio Umberto, capitano della Selva, una chance per correre il Palio, quello vero. Ma lo zio, preoccupato per l’incolumità della nipote, rispose negativamente, cercando di convincere anche gli altri capitani a non montarla. L’Aquila aveva vinto l’anno precedente e le spese sostenute furono cospicue, tant’è che le casse di contrada erano semi vuote. Per questo motivo capitan Masoni, che nei giorni precedenti la festa non era in città e pertanto non poté essere contattato dal Bonelli, cedette alle lusinghe (ed ai quattrini) della casa produttrice della pellicola, che spingeva per far disputare il Palio alla Bonelli, in modo da ottenere un lancio del film a livello mondiale. Così Rosanna,tra lo scetticismo iniziale degli aquilini, indossò il giubbetto giallo per la quarta prova, e la vittoria di quella mattina, dimostrando tra l’altro maestria nel cavalcare a pelo, trasformò i dubbi e la diffidenza in certezze. Rosanna Bonelli arrivò così al Palio e fu ribattezzata, sempre su imposizione dei produttori del film, Diavola, soprannome ancora oggi da lei non gradito, in quanto voleva essere soprannominata Rompicollo, dal nome della celebre operetta scritta dal babbo Luigi.

La mossa di quel Palio fu lunga e complessa con molte contrade che non rispettavano l’ordine e con Rompicollo che faticava a farsi rispettare dai colleghi uomini. Quando la rincorsa entrò scattò primo ilNicchio seguito da Lupa, Oca e Leocorno, mentre Aquila Torre e Selva partirono in ritardo. A S. Martino l’Aquila e la Torre si ostacolarono, ma ciò non scoraggiò Rosanna che rimontò posizioni tanto da girare terza il secondo S. Martino. Ma quella curva le fu fatale in quanto cadde rovinosamente assieme alla Lupa, mentre davanti il Nicchio procedeva indisturbato verso la vittoria. Il dopo Palio di Rompicollo fu turbolento: i torraioli la accusarono di aver danneggiato la loro accoppiata, ricompensandola con qualche ceffone; ed il mazzo di fiori preparato dagli aquilini per festeggiarla fu trasformato in un’arma impropria per difendere la sfortunata fantina.

La carriera paliesca di Rompicollo finisce qui, ma la sua partecipazione al Palio suscitò l’interesse di molti giornali e riviste dell’epoca, mentre l’Aquila la nominò fantino di contrada onorario. Ma il riconoscimento più bello venne dato a Rosanna nel 1999 dal Comune di Siena che la insignì con la medaglia d’oro di civico riconoscimento.

Dopo Rosanna Bonelli, pochissime donne hanno tentato l’avventura in Piazza e solo per le batterie. Tra queste si ricordano Maria De Dominicis che nel luglio ’88 montò l’ormai ventenne Panezio,all’ultima presenza sul tufo, Spinella Pianetti e, più recentemente, Claudia Costantino. Chissà se in futuro qualche altra fantina avrà la possibilità di indossare un giubbetto di una contrada, o se Rompicollo rimarrà l’unica e la sola “ragazza del Palio”.

Davide Donnini da OKSiena
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21 SETTEMBRE 1969

Messaggio  jabru il Gio Set 22, 2016 6:43 pm

Il 21 luglio 1969 fu una data fondamentale per la storia dell’umanità: per la prima volta, quattro astronauti americani approdarono sulla luna, ed anche Siena volle celebrare l’evento indicendo un Palio straordinario che fu corso il 21 settembre. Il “Palio della luna” sarà ricordato anche perché segnò la svolta per ciò che riguarda l’iconografia dei drappelloni: il cencio commissionato a Mario Bucci detto Marte, fu rivoluzionario rispetto ai drappelloni visti fino ad allora. L’artista infatti, ispirandosi alla pop art, utilizzò le più innovative tecniche della grafica e della fotografia, ottenendo un risultato senza precedenti.

La mattina del 18 settembre furono condotti all’Entrone solo 14 cavalli. Tre furono le batterie disputate; tra le curiosità, da registrare la seconda apparizione sul tufo di un personaggio che, a modo suo, diverrà un protagonista nelle tratte dei successivi 20 anni e cioè Luciano Tarlao detto il Polacco, che in quell’occasione montò Denver, cadendo. Sempre in tema di cadute, nella seconda batteria fatale fu il primo S. Martino dove assaggiarono il tufo ben 4 fantini su 5 partecipanti e per la precisione Peppiniello, Pel di carota, Biba e Lenticchia. L’assegnazione favorì l’Oca con Topolone, che il Dottor Cinotti, allora capitano di Fontebranda, non esitò ad affidare ad Aceto. Speravano anche la Tartuca con Livietta, vincitrice proprio con Aceto di una carriera rocambolesca l’anno precedente, montata da Pizzighetto, l’Istrice con Macchina II e Rondone, e la Civetta con il lunatico Ercole e Capretto. Erano invece considerate outsider la Pantera con Linda e Giove, il Drago con Vandala e Canapino, il Bruco con Venere e Baino, la Lupa con Samanta e Bazza, il Leocorno con Zorro e Peppiniello, e la Chiocciola con Morgan e Canapetta.

Anche in quest’occasione Giove Pluvio ci mise lo zampino, costringendo all’annullamento delle prime 3 prove e per questo motivo le dirigenze definirono fin da subito le loro accoppiate. L’unico cambio di monta si registrò nel Leocorno che per la prova generale preferì Peppiniello a Frasca, caduto nella prova del mattino.

La carriera fu un monologo ocaiolo, sebbene la sorte avesse relegato di rincorsa Topolone ed Aceto. Partì in testa la Civetta con dietroDrago e Pantera, ma a S. Martino l’Oca aveva già guadagnato la testa mettendo un’ipoteca sul Palio. Di lì in poi infatti la carriera non avrà più storia; Topolone, seguito a debita distanza dalla sola Civetta, si involerà così verso la sua sesta e penultima vittoria, mentre Andrea conquisterà il terzo alloro, il secondo consecutivo per Fontebranda. Nelle retrovie da segnalare le cadute del Drago al primo S. Martino, del Leocorno al Casato, dell’Istrice al secondo S. Martino e della Tartuca al secondo Casato. L’unico brivido ad Aceto lo portò….Topolone. Il forte mezzosangue era infatti un cavallo duro di bocca e difficile da fermare anche per un fantino esperto, così l'accoppiata di Fontebranda fu protagonista di un quarto giro, durante il quale Aceto rischiò addirittura la caduta, girando troppo stretto a S. Martino e battendo nel colonnino. Da ricordare infine come Topolone fece registrare in questa carriera il tempo record della Piazza( 1 minuto e 15 secondi) destinato a restare imbattuto per molti anni.

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23 SETTEMBRE 1967

Messaggio  jabru il Sab Set 24, 2016 7:15 pm

Descrivere in poche righe gli accadimenti dello straordinario del 23 settembre 1967, corso in onore del 49° congresso della società per il progresso delle scienze, è cosa improba a causa dei tanti (e talvolta clamorosi) colpi di scena accaduti. Il primo di essi fu nella fase preliminare: l’Istrice infatti, contrario all’effettuazione del Palio, non diede la propria adesione ed a norma di regolamento fu considerato rinunciatario e nemmeno imbossolato per l’estrazione del 20 agosto.

Venendo alla cronaca dei quattro giorni, non poteva mancare il classico acquazzone autunnale che fece saltare la seconda e la terza prova. Il valzer delle monte riguardò soltanto tre contrade, e cioè Chiocciola e Torre che si scambiarono i fantini con Bazza che arrivò in S. Marco e Canapetta che vestì il giubbetto di Salicotto, ma anche la Pantera che per la prova generale scelse definitivamente Bozzolo preferendolo a Pizzighetto.

La mattina del Palio una notizia clamorosa rimbalzò in ogni angolo della città: il drappellone dipinto da Bruno Marzi era stato rubato! Nottetempo, infatti, ignoti erano penetrati nella chiesa di S. Vigilio dove il Palio era stato portato la sera precedente ed avevano trafugato il cencio, lasciando solo il piatto e l’asta. Solo successivamente, di fronte alle strampalate richieste di “riscatto”, si scoprì che l'atto fu una goliardata da parte di alcuni studenti bolognesi che, resisi poi conto della gravità del loro gesto, restituirono il Palio in un luogo segreto onde evitare le giuste ire dei senesi. Ma il tempo per realizzare un altro dipinto non c’era e quindi il Comune decise di issare sul carroccio un drappo bianco con inserito il piccolo bozzetto di Marzi, che tutt’oggi possiamo ammirare esposto nel museo della Giraffa accanto al Palio vero. In un clima tutt’altro che sereno si corse quindi la carriera degli scienziati, ma senza scienziati, che nel frattempo avevano fatto le valigie ed erano andati a Perugia.

Le contrade furono chiamate al canape nel seguente ordine:Onda (Pasquino e Mezz’etto), Selva (Flaminia e Morino IV), Lupa (Danubio della Crucca e Giove), Oca (Beatrice ed Aceto), Bruco (Fulgida e Baino), Leocorno (Sambrina e Canapino), Pantera (Bolero e Bozzolo), Giraffa (Ettore e Tristezza), Chiocciola (Selvaggia e Bazza) e Torre di rincorsa (Giuditta e Canapetta). Dopo una prima forzatura con seguente caduta del Bruco, la Torre entrò e uscirono prime Oca ed Onda. A S. Martino caddero Selva e Giraffa conEttore (uno dei tanti nomi con cui fu ribattezzato il grande Topolone), che restò pericolosamente incastrato con le zampe sotto materassi. Al Casato cadde anche l’Onda e Mezz’etto rimase svenuto in mezzo alla pista. Nel frattempo peròera scoppiato, con grave ritardo, il mortaretto ed i fantini, tra mille polemiche, vennero fatti fermare e rientrare nell’Entrone, dove arrivarono poi anche Ettore che, non senza fatica, si era liberato dalla trappola dei materassi, e Mezz’etto. Lì cavalli e fantini rimasero per oltre mezz’ora, mentre all’esterno la tensione saliva alle stelle. Quando le contrade rientrarono in Piazza fu deciso di cambiare la busta, ma sorse un altro contrattempo notevole:il mossiere Jago Fuligni si rifiutò di risalire sul verrocchio in quanto considerò valida la mossa precedente. Fu così deciso che a dare la mossa sarebbe stato il brigadiere dei vigili Fedro Valentini.

Stavolta di rincorsa finì il Bruco e quando Baino entrò, dopo l’ennesima forzatura che causò la caduta di Bazza, uscì prima dai canapi la Giraffa seguita da Lupa e Leocorno. Il vantaggio di Ettore divenne fin da subito incolmabile per le inseguitrici, e Tristezza si poté concedere pure il lusso di passare il bandierino a braccia alzate, come un ciclista che vince una tappa. Questa insolita esultanza diede spunto ai giraffini per il numero unico della vittoria che fu appunto intitolato “Senza mani”. Da ricordare infine che per la Giraffa questa non fu la prima vittoria in uno straordinario “degli scienziati: la contrada di Provenzano conquistò infatti il Palio del 25 settembre 1913 corso anche in questo caso in onore della società italiana per il progresso delle scienze.

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IL PALIO STRAORDINARIO DEL '67 E IL CENCIO RUBATO

Messaggio  jabru il Lun Set 26, 2016 5:05 pm




Un fatto curioso caratterizzò il palio straordinario del 24 settembre 1967, indetto per onorare il 49° Congresso della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che quell’anno si teneva proprio a Siena. Una scelta, quella di organizzare un palio straordinario per una gloriosa società che tra le sue fila aveva annoverato scienziati del calibro di Enrico Fermi, Camillo Golgi e Daniel Bovet, che non aveva trovato tutti d’accordo. La Contrada dell’Istrice, ad esempio, si manifestò sin da subito contraria e per questo non dette la sua adesione.

Comunque sia, all’inizio, i giorni della Festa si susseguirono come da copione. Dopo l’assegnazione dei cavalli che favorì Lupa, Giraffa e Oca, e dopo le prove sul tufo che si svolsero all’insegna della tranquillità, proprio alla vigilia della carriera, avvenne il fattaccio. Il drappellone, dipinto da Bruno Marzi, pittore senese che nel corso della sua lunga carriera dipingerà ben 25 cenci legando così indissolubilmente il suo nome a quello della festa senese, verrà trafugato nella notte dalla Chiesa di San Vigilio.

Gli organizzatori, non potendo ovviamente farne ridipingere un altro simile in fretta e furia, decisero allora di esporre sul Carroccio il minuscolo bozzetto sopra un telo bianco. Così, visto che nel frattempo anche gli scienziati riuniti al Congresso avevano già lasciato Siena, paradossalmente, il Palio Straordinario in loro onore si corse senza palio e senza...scienziati!

La carriera poi fu caratterizzato da altissima tensione, quasi a sottolineare ancora di più l’anomalia di un Palio senza cencio: mosse invalidate con rovinose cadute e persino un cambio di busta e di mossiere. Alla fine sarà comunque la Giraffa a trionfare sul tufo, con Rosario Pecoraro detto Tristezza che sul fortissimo Topolone giungerà primo a mani alzate (“Sono l'unico - dichiarerà anni dopo il fantino - ad aver vinto senza mani in Piazza del Campo”).

A sera, in Provenzano, quando oramai la festa della vittoria aveva messo in secondo piano il furto del giorno precedente, giunse inaspettata una telefonata. Dall’altra parte del filo erano proprio gli autori della “bravata”. Si trattava di un gruppo di studenti bolognesi, i quali ammisero candidamente di aver rubato loro il drappellone, ma di non averlo fatto per secondi fini, ma solo come uno scherzo, un gioco goliardico, e si dissero disponibili a restituirlo invitando gli stessi contradaioli a bere e fare festa insieme.

I “giraffini”, per tutta risposta “consigliarono” loro di lasciare il cencio in un luogo prestabilito, e di sparire il prima possibile, se non volevano incorrere in spiacevoli incidenti. E così infatti fecero.

E ancora oggi, nel museo di contrada, accanto al drappellone di Bruno Marzi, è esposto anche il suo minuscolo bozzetto, l’unico, nella storia del Palio, ad aver avuto l’onore di sfilare in una Passeggiata Storica.
Andrea Verdiani da OKSiena
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28 SETTEMBRE 1902 E 25 SETTEMBRE 1913

Messaggio  jabru il Mar Set 27, 2016 7:54 pm

Nel 1902 la Società Dante Alighieri tenne a Siena il proprio congresso nazionale e richiese l’effettuazione di una carriera straordinaria per celebrare degnamente l’evento. Le contrade non apparvero molto entusiaste della richiesta, tant’è che in principio solo in 13 dettero il loro consenso all’effettuazione. L’Istrice si aggiunse successivamente, mentre Aquila, Drago e Leocorno rinunciarono definitivamente, con l’Aquila decise di donare la cifra che avrebbe speso alle popolazioni delle terre irredente che rivendicavano la loro italianità. Anche i dirigenti del Montone erano contrari allo straordinario. Fu il popolo a far cambiare loro idea, ed ebbe ragione. La contrada dei Servi aderì, fu sorteggiata per decima, ed alla fine trionfò nella carriera del 28 settembre.

Il Palio fu organizzato in tempi record, assolutamente impensabili oggi. Il 20 settembre furono estratte le contrade, il 25 ci fu la tratta che favorì proprio il Montone assieme a Torre, Oca e Pantera che ebbe in sorte il cavallo vittorioso nel Palio di agosto precedente per la Tartuca. Il valzer delle monte fu frenetico, con tanti cambi di fantini e scambi tra contrade. Le più indecise nella scelta furono Chiocciola ed Istrice che trovarono una monta definitiva in Chiccone e Massimino rispettivamente per la prova generale e per la provaccia, mentre Zaraballe provò in tre contrade ma alla fine rimase clamorosamente a piedi. La carriera fu lineare. La Chioccioladi rincorsa entrò e si fermò immediatamente tra i canapi e ciò costò tre anni di squalifica a Chiccone. Il Montone, con un giovane Picino, al suo primo successo in carriera, tenne la testa fin dal via mentre dietro da rilevare la caduta dell’Oca al Casato che mise fine ad una bella rimonta, e le ripetute parate di Scansino, fantino della Pantera a Popo nella Torre. I torraioli non la presero bene ed inflissero una dura lezione a Scansino, per poi invadere le vie del rione di Stalloreggi, dando vita ad un’inevitabile scazzottata con i panterini.

Il 25 settembre 1913 l’occasione per correre lo straordinario fu il VII congresso della società per il progresso delle scienze. Fu un Palio particolare sia perché mancavano tutti i migliori cavalli e fu pertanto composto un lotto omogeneo che dava chance di vittoria a molte contrade, sia a causa del maltempo che costrinse all’annullamento delle prime due prove e della provaccia. Per questi motivi, le contrade definirono fin da subito le accoppiate; solo Onda e Bruco cambiarono più fantini prima di optare per Sciò e per Scansino.

Quattro furono le protagoniste della carriera: la Giraffa, che condusse per tutti e tre i giri grazie all’abilità di Testina che rintuzzò ogni attacco di Nicchio e Drago, ed anche la Selva, il cui fantino cadde malamente davanti al palco delle comparse ma lo scosso proseguì la corsa nelle prime posizioni. A fine Palio gli strali della giustizia si abbatterono sui fantini più scorretti: i duellanti Testina e Picino se la cavarono con un Palio di squalifica, peggio andò a Pioviscola e Zaraballe, sospesi rispettivamente per 5 e per 6 anni.

Da segnalare infine un aneddoto curioso: al terzo giro, l’alfiere del Leocorno, Lodovico Bianciardi, scagliò la sua bandiera contro Testina, senza però colpirlo. Ma il Leocorno non correva quella carriera. Allora cosa spinse il figurante ad un azione così plateale? Dalle cronache apprendiamo che il Bianciardi non era lecaiolo, bensì del Nicchio, e vedendo la sua contrada in seconda posizione pensò di favorirne la vittoria con metodi poco ortodossi. Il suo tentativo fallì miseramente e, oltre alla purga sul Campo, il Bianciardi subì una ben più grave denuncia alla Real procura e fu bandito in perpetuo dalla partecipazione al corteo storico.

Davide Donnini da OKSiena
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Re: Storia del Palio

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