Storia del Palio

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1750: il Palio a luglio si fa correre di domenica

Messaggio  jabru il Dom Lug 02, 2017 10:56 pm



Nei secoli il Palio, in continua evoluzione e mai uguale a se stesso (questo è il segreto del suo attraversare il tempo), ha subito numerosi cambiamenti. Sono stati sempre cambiamenti, quelli che hanno resistito, di adeguamento a mutate situazioni sociali, cittadine, di costume.
Ma i cambiamenti che hanno toccato l’essenza di un rito (religioso e civile, profano e sacro al contempo) nel quale i senesi si identificano hanno avuto vita breve. Anche ad onta di leggi e dettami che venivano dall’alto di coloro che, in quel tempo, erano al governo.
Alla fine del 1749 l’imperatore Francesco II di Lorena, granduca di Toscana, stabilisce che, nell’intero Stato, sarebbe entrato in vigore un nuovo calendario in base al quale si sarebbe calcolato l’anno a partire dal 1° gennaio.
Fu questa una vera e propria rivoluzione anche per la storia paliesca perché il nuovo computo dei giorni portò con sé la decisione di abolire, se cadevano durante la settimana, tutte “le ferie e gironi feriati, ancorché statutari, votivi e di consuetudine”.


La Signoria che governava la città di Siena era tenuta a seguire un cerimoniale molto rigoroso, doveva risiedere esclusivamente a Palazzo Pubblico dal quale poteva uscire esclusivamente per celebrazioni e festività particolari. Di conseguenza, alla luce delle nuove disposizioni granducali, avrebbero potuto mettere “il naso fuori da Palazzo” solo nei giorni festivi e questo avrebbe avuto valore per ogni ricorrenza, comprese le feste religiose e “l’uscita a Provenzano per il dì 2 luglio”.
Stando a questo non avrebbe certo potuto assistere alla corsa del Palio per cui nel giugno 1750 “fu dalla Balia determinato che anco la festa della Visitazione di Maria Santissima, che si celebra nella chiesa di Provensano, fusse come tutte l’altre trasferita alla domenica dell’ottava, che v’intervenisse la Signoria, e che si corresse nella Piazza il premio colle Contrade”.


Il provvedimento, di fatto, durò pochi anni e venne abolito nel 1759, quando si tornò a correre il 2 luglio (era lunedì), dato che, “in quest’anno con rescritto del sovrano fu ritornata per sempre la festa nel giorno proprio della Visitazione”, come annota puntualmente Pecci nel “Giornale Sanese”.
Talvolta, sia durante ‘800 che all’inizio del ‘900 (l’ultima volta è accaduto nel luglio del 1910 quando la Carriera venne disputata il 3), sembra che quando il 2 luglio cadeva di venerdì o di sabato (ma valeva anche per il 16 agosto) si preferisse spostare il Palio alla domenica. Questo tipo di decisioni non è mai stato regolamentato e, dal luglio del 1910, non si è più verificato mantenendo le date del 2 e del 16 come punto fermo di un rito (e di una storia) che, con tali date, scandisce la vita di una città e dei suoi abitanti.
Roberto Cresti
Maura Martellucci da SienaNews
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MARTINO

Messaggio  jabru il Lun Lug 17, 2017 4:51 pm

Due volte scelto dai capitani, non ha mai corso la carriera.




La vicenda di Tornasol avrà fatto certamente tornare alla mente degli appassionati di Palio e di coloro che lo hanno vissuto in prima persona, il caso di un altro cavallo che, esattamente trent’anni fa tenne in scacco per oltre un’ora la Piazza con i suoi capricci, e che detiene altresì un record sicuramente ineguagliabile in futuro.

Martino, mezzosangue baio nato nel 1982, fece la sua prima apparizione in Piazza nelle batterie del luglio 1986 ma venne scartato dai capitani. Nelsuccessivo Palio di agosto fu invece scelto ed andò in sorte al Nicchio che fin dalla prima prova lo affidò all’allora astro nascente Massimino che aveva debuttato nel luglio precedente. Per il Nicchio non fu quella una carriera fortunata in quanto Massimino fu colpito da un calcio di Vipera durante le fasi di mossa, e si procurò una frattura che non permise alla contrada dei Pispini di partecipare. Nelle ore precedenti al Palio era arrivato anche il forfait del Montone per un problema alla cavalla Olympia Mancini così, per la prima volta nella storia, la carriera, vinta poi dalla Giraffa con Fenosu e Truciolo, fu corsa da sole 8 contrade.

Martino fu ripresentato ad agosto e stavolta toccò al Drago che scelse Falchino come sua monta. La sera del Palio la contrada di Camporegio fu chiamata di rincorsa e, mentre tra i canapi regnava una certa calma, Falchino traccheggiava in attesa del momento a lui favorevole per entrare. Con il passare del tempo però Martino cominciò ad innervosirsi e ad allontanarsi dai canapi, fino ad arrivare all’altezza del Casato e tutti i tentativi di riportarlo nella zona della mossa furono vani; per oltre un’ora ci provarono prima i vigili urbani, poi il barbaresco, i mangini ed il capitano Emilio Giannelli, ma Martino non ne voleva sapere. E quando, dopo un lungo tira e molla, un mangino riuscì in qualche modo a trascinare Martino nei pressi del verrocchino, Massimino nell’Oca ed Aceto nell’Istrice fiancarono costringendo il mossiere D’Inzeo ad abbassare il canape e ad azionare il mortaretto. Probabilmente quell’abbassamento fu il pretesto tanto atteso dal mossiere per sventolare la bandiera verde e rispedire tutti all’Entrone, come prescrive il regolamento. Per provare a risolvere la situazione, che era divenuta ormai ingestibile, fu allora deciso di cambiare busta; il Drago, stavolta chiamato al quarto posto, fu fatto entrare subito e senza fantino, con un’evidente quanto inevitabile violazione al regolamento, con Falchino che montò solo all’interno dei canapi. Quando la Selva, che nella prima mossa era al primo posto, dette la rincorsa, Martino scartò all’indietro e si impennò costringendo Falchino a scendere ed a rinunciare a correre quel Palio.

Si concluse così l’avventura in Piazza di Martino, sfortunato cavallo che non ha corso alcuna carriera pur essendo stato scelto per due volte dai capitani.

Davide Donnini da OKSiena

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MISCELLANEA PALIESCA TRA 700 ED 800

Messaggio  jabru il Lun Lug 24, 2017 7:19 pm

Fatti curiosi della nostra festa tra il XVIII ed il XIX secolo.



Il Palio del 16 agosto 1752 ebbe un esito a dir poco clamoroso. Partì prima dai canapi l’Aquila con il fantino Bechino che ben presto guadagnò diverse lunghezze di vantaggio sugli inseguitori. Al terzo Casato alcuni contradaioli che sostavano in pista presero per le redini il cavallo aquilino, fermandolo. A costoro si unì pure Ministro, fantino della Pantera che si trovava in seconda posizione, che lasciò così via libera alla Torre che vinse la carriera. Le protesta degli aquilini giunsero fino all’autorità giudiziaria. Dopo le indagini di rito fu riconosciuto responsabile principale del gesto tale Giuseppe Vichi detto Gigiaccio che fu processato, e due anni dopo condannato a risarcire l’Aquila con 40 talleri nonché a far realizzare a sue spese un drappellone simile all’originale da consegnare alla contrada del Casato. Per festeggiare, ma anche per vendicarsi dell’autore del gesto, gli aquilini fecero costruire un fantoccio delle sembianze di Gigiaccio da ardere in Piazza Postierla. Operazione che fu però proibita dalle autorità.

Nell’agosto 2002, le piogge torrenziali che si abbatterono sulla nostra città quando il tufo era stato steso da poche ore provocarono lo slittamento della tratta al giorno 14. Anche nel 1795 l’assegnazione dei cavalli fu spostata al giorno successivo, non certamente per motivi meteorologici ma a causa di una protesta dei proprietari dei cavalli che ritenevano inadeguata la “vettura”, vale a dire il prezzo per il nolo dei barberi nei giorni della festa. Il 13 mattina furono presentati meno di 10 cavalli e la tratta fu posticipata di un giorno.

Al Palio del 16 agosto 1818 presenziò il Granduca Ferdinando III. Il sovrano giunse a Siena la mattina del 10 agosto alle 6.30 per evitare la calura del giorno, e le contrade furono esentate dal recarsi ad accoglierlo in quanto “il popolo non doveva venir meno alle proprie abitudini né perdere ore di lavoro”. Così l’omaggio delle consorelle a Ferdinando avvenne il giorno 14 in Piazza del Duomo. Il 16 egli assistette alla carriera vinta dal Leocorno con Piaccina, e rimase così entusiasta dello spettacolo che espresse la volontà di rivederlo prima della sua partenza. I senesi, incoraggiati anche dalle 100 lire elargite dal sovrano a ciascuna contrada, furono ben lieti di esaudire i desiderata del Granduca, così il 19 si corse lo straordinario. La corsa fu condotta dalla Chiocciola, ma al terzo San Martino il suo fantino “per un’improvvisa avviligione”cadde. Passò così Ferrino Maggiore nell’Istrice che vinse la carriera.

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ANEDDOTICA PALIESCA

Messaggio  jabru il Lun Lug 31, 2017 9:03 pm

Una delle tante “invenzioni” dei nostri concittadini dell’ottocento per prolungare le festività di mezz’agosto, assieme alle corse di scossi alle perette o alle carriere alla romana delle quali abbiamo trattato in precedenti articoli, furono i Palii con tutte e 17 le contrade. Il Bando del 1721 regolava in dieci il numero massimo delle contrade partecipanti, ciò onde “ovviare a gravissimi sconcerti che sono succeduti per lo passato… e per provvedere che non ne seguano appresso altri”. Gli sconcerti di cui parla il Bando sono quelli del dopo Palio del luglio 1720, vinto dal Bruco e corso da 17 contrade, quando l’oste Paci fu travolto ed ucciso dal cavallo della Tartuca appena terminata la corsa. Nel 1841 però il Palio con 17 contrade fu riproposto grazie ad una questua popolare e fu vinto dal Nicchio. Lo spettacolo, sebbene ai fantini non venne consegnato il nerbo e fu proibito di tenersi vicendevolmente per rendere la gara più libera, risultò insoddisfacente e assai caotico nello svolgimento, ma l’anno successivo fu ugualmente ripetuto grazie ai contributi dei bottegai di Piazza. Vinse l’Istrice con il fantino Saltatore, ed al bandierino giunsero solo 3 cavalli montati. Tutti gli altri fantini caddero o scesero volontariamente. Al primo San Martino ci fu una vera e propria ecatombe causata, secondo le cronache del tempo, non dal gran numero dei cavalli partecipanti, ma dall’introduzione dei materassi a protezione della curva di San Martino che, sempre secondo il dubbioso cronista, riducevano il raggio di girata rendendo più facili gli incidenti. Dopo tutti questi inconvenienti le autorità pubbliche capirono finalmente che la Piazza non era idonea per far correre così tanti cavalli tutti insieme, e queste corse furono definitivamente abolite.

Sfilano nel nono gruppo del corteo storico ed i loro cavalieri hanno la celata dell’elmo abbassata; sono, come li ha definiti il Pepi, "il poetico e malinconico ricordo delle contrade oggi non più esistenti". Ma come sono scomparse Gallo, Leone, Orso, Quercia, Spadaforte e Vipera? Secondo la leggenda la loro soppressione avvenne a seguito degli eventi del palio di luglio 1675. In quella carriera giunsero appaiate al bandierino la Lupa e la Spadaforte. I giudici della vincita, non sapendo a chi assegnare la vittoria, decisero così di donare il drappellone ed il premio di 60 tolleri alla chiesa di Provenzano, scatenando l’ira dei contradaioli della Spadaforte, spalleggiati da quelli delle alleate Gallo, Leone, Orso, Quercia e Vipera. I tumulti che ne seguirono furono così gravi che, secondo la leggenda, sarebbero stati addirittura puniti con la soppressione delle 6 contrade. Studi ben più approfonditi mostrano invece che nel 1675 non fu corsa alcuna carriera a luglio, pertanto il motivo della soppressione delle citate contrade non si deve ai comportamenti sopra le righe dei propri contradaioli, ma alla cessazione nel corso degli anni della loro attività ed al conseguente assorbimento dei rispettivi territori da parte delle contrade confinanti.



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2 LUGLIO 1945

Messaggio  jabru il Ven Ago 04, 2017 7:19 pm

La vittoria della Lupa e la vicenda di Renzino.

La storia della carriera che racconteremo oggi, quella del 2 luglio 1945 detto anche Palio della Liberazione, comincia molto tempo prima. Il 9 giugno 1940 furono estratte le contrade partecipanti al Palio di luglio di quell’anno. La sorte baciò Pantera, Lupa e Giraffa, ma le tre estratte assieme alle altre 7 ebbero poco da festeggiare.Il giorno successivo, Mussolini dichiarò guerra alla Francia ed all’Inghilterra ed il 18 giugno il podestà Socini Guelfi dispose l’annullamento di ogni manifestazione paliesca per tutta la durata delle ostilità. Solo nel 1945 si tornò a respirare aria di Palio e per dare continuità con il passato, fu deciso di ripartire da dove ci si era fermati, vale a dire dal lotto delle 10 partecipanti al Palio dell’ormai lontano luglio 1940. Il 29 mattina furono presentati all’Entrone 16 cavalli di cui 15 nuovi ed il solo Folco, già vincitore 5 volte sul tufo che aveva superato indenne la guerra. Le favorite dopo la tratta furono la Giraffa che ebbe in sorte proprio Folco, il Leocorno con Stella, il Bruco con Salomè. Alla Lupa toccò Mughetto, cavallo considerato dagli esperti difettoso e problematico. La contrada di Vallerozzi, che già doveva fare i conti con la grana del capitano (il Marchese Bargagli Petrucci si era infatti dimesso lasciando tutto nelle mani del giovane bersagliere Giulio Cinquini), ebbe problemi anche nel trovare una monta. Tripolino con il quale era stato raggiunto un accordo, si rifiutò di montare Mughetto preferendogli Folco, così fu scelto per la prima prova l’inesperto Leandro Fè, la cui prestazione fu disastrosa e si concluse con una goffa caduta al Casato dopo che il barbero gli aveva preso la mano. All’assemblea straordinaria convocata la sera stessa, il dottor Mario Bracci propose come monta il fattore della sua villa a Pontignano, Lorenzo Provvedi, abile cavallerizzo ma a digiuno di ogni dinamica paliesca, tant’è che fu addirittura chiamato Don Vittorio Bonci, allora parroco a Pontignano, ad insegnargli i colori delle contrade. Con il Provvedi in groppa, Mughetto migliorò di prova in prova, e le speranze dei lupaioli crescevano sempre di più. La sera del Palio, Renzino fu chiamato di rincorsa ed egli, per ben due volte, pensò bene di entrare al passo provocando altrettante cadute al canape. A farne le spese furono prima Ciambella e Pisano, rispettivamente fantini di Oca e Tartuca, poi Pietrino della Selva. Al terzo tentativo, Tripolino, che era al nono posto, invitò Renzino a seguirlo e la mossa fu finalmente valida. La corsa fu una questione a due tra Giraffa e Lupa, con Tripoli intento a controllare facilmente gli attacchi del Provvedi fino all’ultimo San Martino, quando Renzino, violando probabilmente il patto del nerbo legato che vigeva tra le due contrade, prese un’improbabile traiettoria all’esterno della Giraffa, ma incredibilmente riuscì a girare e passare in testa venendo a vincere il Palio tra l’incredultà dei contradaioli della Lupa, ma anche dei giraffini che sentivano ormai la vittoria in tasca.

La carriera di Renzino, fantino vincitore al debutto, si interruppe lì: ad agosto infatti fu scelto dalla Civetta per correre su Folco, ma la sera della prima prova fu sceso dai contradaioli dell’Istrice e da questi malmenato. Renzino decise così di fuggire a Pontignano e di non correre la carriera che la Civetta poi vincerà, allontanandosi definitivamente dall’ambiente del Palio. Nonostante la sua breve avventura, Renzino detiene tutt’ora un record difficilmente battibile, essendo l’unico fantino della storia che ha chiuso la sua carriera da imbattuto.

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I PALCHI

Messaggio  jabru il Lun Ago 07, 2017 7:45 pm


Come sono cambiati dal 700 ad oggi




I palchi sono i primi a comparire in Piazza quando questa comincia a vestirsi a festa, e nel momento del loro montaggio (o smontaggio, a Palio finito), il Campo si trasforma in un vero e proprio cantiere, con palcaioli ed operai obbligati al rispetto delle norme di sicurezza tipiche dei luoghi di lavoro. Ovviamente in passato non era così. Nei vari dipinti che raffigurano il Palio o le altre feste in Piazza svolte tra 700 ed 800, vediamo palchi costruiti un po’ovunque lungo il perimetro dei palazzi o sopra le tettoie delle botteghe. Si accedeva a tali strutture mediante scale che potevano essere spostate a seconda del posto da raggiungere ed erano rivestiti da drappi o panneggi. La loro costruzione era lasciata alla libertà dei proprietari, con la Biccherna che effettuava delle semplici ispezioni la mattina della corsa, e la loro stabilità certe volte lasciava a desiderare; per risparmiare denari infatti, i palcaioli dell’epoca, spesso usavano legnami di scarsa qualità e crolli o cedimenti strutturali erano frequenti. Per questi motivi, nel 1788 ci fu una prima e significativa svolta in materia: prendendo spunto dall’ordine di demolizione delle tettoie delle botteghe, il provveditore a strade e piazze Bernardino Fantastici, presentò alla Magistratura Civica uno studio sulla ristrutturazione dei palchi, avvalendosi di un disegno che è in uso anche oggi e che fu successivamente sottoposto al giudizio di una commissione composta dal Gonfaloniere Giulio Bargagli e da Fausto Sani. Nel giugno 1789 fu così notificato a tutti i bottegai di Piazza il nuovo regolamento per la costruzione dei palchi che, oltre ad indicare le modalità di erezione delle singole strutture, fissava a 5 il numero massimo dei gradini di ogni palco, i quali dovevano tassativamente essere allo stesso livello. Il regolamento obbligava altresì all’omogeneità nella pittura dei parapetti. Tutti i palcaioli dovevano conformarsi al disegno del Fantastici; coloro che non avessero voluto adeguarsi sarebbero stati puniti con la revoca della licenza. Per evitare eventuali spazi vuoti fu poi deciso che la costruzione dei palchi mancanti sarebbe stata affidata ad un legnaiolo individuato che acquisiva tutti i diritti sul palco, compresi ovviamente i profitti.

La questione palchi tornò di attualità nel 1806 quando, a seguito della consueta ispezione, il provveditore alle strade e piazze Francesco Tanini evidenziò tutta una serie di lacune e carenze organizzative nella fase di costruzione: il Tanini nella sua relazione segnalò come la stabilità dei palchi era messa a forte rischio a causa del comportamento dei proprietari che, per aumentare il guadagno, moltiplicavano i posti a sedere nei palchi a pagamento, e che per la loro erezione facevano ricorso a persone inesperte (garzone del calzolaio, linaiolo, fruttarolo). Inoltre i controlli erano spesso parziali a causa dell’assenza dei proprietari al momento dell’ispezione. Frequenti erano anche le minacce subite dai membri della commissione quando questi rilevavano delle infrazioni, come nel caso del luglio 1806 quando i membri di tale commissione sequestrarono dei gradini pericolanti di un palco, ricevendo dai proprietari insulti ed intimidazioni. Così il Tanini invitava il Gonfaloniere a disporre una notificazione aggiuntiva a quella del 1788 in cui si definissero i veri obblighi per i palcaioli: far costruire il palco da soggetti esperti ed entro e 11 del giorno del Palio per provvedere al controllo, rimuovere i pezzi pericolanti e presenziare al momento dell’ispezione, pena l’abbattimento del palco.

Oggi i palchi di Piazza sono 53, molti di proprietà di privati, alcuni del Comune o del Magistrato delle Contrade e possono ospitare circa 2940 spettatori. Il cinquantaquattresimo palco presente è quello delle comparse, costruito sotto Palazzo Pubblico e che ospita i circa 600 monturati del corteo storico. Fino ad una trentina di anni fa era presente un ulteriore palco posto dietro i materassi di San Martino e conosciuto anche come palco del Manicni, dal nome dello storico negozio presente in quella zona. Il palco, che era costruito con tubi innocenti, fu definitivamente rimosso a partire dal luglio 1987. L’ultima innovazione in tema di palchi è stato l’innalzamento del parapetto di un palco del Casato e la conseguente riduzione dei posti a sedere, per evitare pericolosi incidenti con gli spettatori lì presenti in caso di impatto del cavallo in corsa sul palco stesso.

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2 LUGLIO 1980

Messaggio  jabru il Sab Ago 19, 2017 5:53 pm

La recente carriera dell’Assunta ha confermato tutta l’imprevedibilità della corsa del Palio, che talvolta può regalare risultati lontani da ogni previsione. La vittoria dell’Onda con Porto Alabe e Brigante non era certamente pronosticata, soprattutto in presenza di un lotto di soggetti livellato verso l’alto con la presenza di tanti bomboloni. Ma la contrada di Malborghetto non è nuova a simili exploit. Il successo di Marasma su Miura del luglio 1980 fu forse ancora più sorprendente di quello del 16 agosto scorso. Nell carriera di Provenzano di 37 anni fa, i capitani optarono per un lotto molto basso: assenti i grandi Rimini, Panezio ed Urbino, furono scelti cavalli esperi ma mai vincitori sul tufo, oltre ad un gran numero di debuttanti (ben 6). Tra di essi c’era Miura, cavallina di Remo Carli alla sua prima apparizione assoluta in Piazza che, nonostante la mediocrità generale, non riscontrava i favori degli addetti ai lavori e neppure degli ondaioli, non molto contenti al momento dell’assegnazione. Come monta, capitan Novello Inglesi puntò sul rientrante Mauro Matteucci detto Marasma. Viterbese classe 1956, Marasma fece il suo debutto nell’agosto 1976 nel Bruco su Rimini, sfiorando di un soffio la vittoria dopo essere caduto al secondo San Martino. Successivamente disputò altre 3 carriere senza brillare, l’ultima delle quali nell’agosto 1977.

Favorite dalla tratta del 29 giugno furono la Tartuca con Uana de Lechereo che venne affidata al giovane di belle speranze Legno ed il Montone con Zalia de Ozieri e Tremoto, ma non erano affatto tagliate fuori il Bruco con Volturno e Cianchino e la Selva con Speranza II e Bastiano. Le altre accoppiate furono l’Istrice con Valet e Canapino, la Lupa con Udienza e Gringo, l’Aquila con Lalage e Tavoletta, la Torre con Ariana de Santana e Spillo e la Pantera con Vittorina e Valente. Anche sul verrocchio, dopo la negativa parentesi di Carlo Palmieri, salì un esordiente, il pisano Ulrico Ricci, che per la prima prova ebbe subito l’occasione di testare sulla sua pelle il clima paliesco. Una forzatura al canape causò infatti la caduta simultanea di Liscio nell’Istrice, che si infortunò seriamente, e dello Zedde nella Pantera. I panterini inferociti scesero dal palco e provarono ad aggredire il Ricci che venne portato via dalla Piazza e fu sostituito da Wilson Pesciatini, riprendendo regolarmente il suo posto solo la mattina seguente.

La sera del 2 luglio le contrade furono chiamate in questo ordine: Lupa, Torre, Aquila, Selva, Onda, Tartuca, Istrice, Bruco, Pantera e Montone di rincorsa. Dopo una prima mossa falsa, la partenza valida vide lo scatto perentorio di Miura che guadagnò subito la testa seguita da Pantera, Selva e Montone, mentre per Lupa ed Aquila, che erano rimaste girate, il Palio terminò subito. Al secondo San Martino, Selva e Montone, che nel frattempo aveva preso la terza posizione, superarono quasi contemporaneamente l’Onda, ma l’impostazione del successivo Casato fu fatale per Bastiano che girò stretto e cadde urtando il colonnino, trascinandosi dietro anche Tremoto. Per Marasma fu allora gioco facile riprendere la testa e mantenerla fino al bandierino mentre, nelle retrovie, la veemente ma inutile rimonta della Tartuca fu fermata solo dalla presenza dei numerosi scossi.

Questo insperato successo non consentì però né a Marasma né a Miura di spiccare il volo sul Campo. La cavallina corse infatti solo le restanti due carriere del 1980 (ad agosto con Cianchino nel Bruco, venendo lasciata al canape dalla Giraffa di rincorsa, ed a settembre nell’Istrice ancora con Marasma) prima di sparire dall’orbita paliesca, mentre il Matteucci disputò il successivo Palio di agosto ancora nell’Onda sul problematico Nibbio, riuscendo nel compito di ostacolare la favorita Torre, il già citato straordinario nell’Istrice ed infine la carriera di agosto 1981 nell’Onda sull’allora debuttante Baiardo IV, concludendo la sua esperienza di fantino di Piazza così come la aveva iniziata 6 anni prima, vale a dire con una caduta.

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IL CORTEO STORICO NEL NOVECENTO

Messaggio  jabru il Mar Set 26, 2017 8:55 pm

L'evoluzione della "passeggiata" nel secolo scorso.




I costumi che vediamo sfilare nel corteo storico attuale sono datati 2000 e fecero il loro primo ingresso in Piazza in occasione dello straordinario del 9 settembre di quell’anno, e per tanto lo scorso 16 agosto hanno sfilato sul tufo per la trentacinquesima volta. Queste monture, riferite al periodo a cavallo tra 400 e 500 furono realizzate previa approvazione di una commissione nominata dalla Giunta che aveva il compito di verificare la corrispondenza dei bozzetti agli anni di riferimento. Fondamentale per la riuscita del lavoro fu l’apporto economico della Fondazione del Monte dei Paschi che contribuì con oltre 200 milioni di lire per ogni contrada, mentre i costumi comunali ebbero un costo superiore al miliardo e mezzo.

Guardando la storia del Palio, notiamo come in media le monture sono state sostituite ogni 20/25 anni, e che nel corso del XX secolo ben 4 siano stai i rinnovi (1904, 1928, 1955, 1981). In alcuni casi si è poi provveduto ad una revisione dello schema del corteo.

1904: l’occasione giusta per inaugurare i nuovi costumi fu lo straordinario del 17 aprile, indetto in occasione dell’apertura della mostra dell’arte antica senese, al quale presenziò il Re. Ma l’ufficialità della venuta del Sovrano giunse in città solo pochi giorni prima della carriera, cosicché alcune contrade si fecero trovare impreparate per l’evento, tant’è che l’inaugurazione vera e propria dei costumi avvenne solo nel successivo Palio di agosto. In quel corteo si potevano trovare figure oggi non più presenti, come la rappresentanza del Magistrato delle Contrade con tanto di labaro, mentre il Carroccio, riproduzione di un carro da battaglia medievale, era trainato da 4 cavalli con gualdrappe integrali che coprivano pure la testa del cavallo stesso. Da notare inoltre come numerosi cavalli da parata, compresi i soprallassi delle contrade partecipanti alla corsa, venissero condotti direttamente dal loro cavaliere, non essendo prevista in molti casi la presenza del palafreniere. Il corteo veniva chiuso da un ulteriore carro, trainato anch’esso da cavalli e scortato da 4 armigeri, raffigurante l’allegoria del Buon Governo, rappresentata da un uomo barbuto con una lunga veste bianca e nera. Questo carro, come ebbe a dire Alessandro Falassi, “introduce il mito dell’età dell’oro del medio evo senese, ed è uno degli elementi che avrebbe contribuito a fissare nel mito della repubblica il sistema che è alla base del corteo ed in qualche misura della festa”.

Se nei vari musei di contrada sono conservate numerose monture del 1904, la stessa cosa non si può dire per quelle del Comune. Fino a pochi anni fa infatti si ritenevano interamente perdute sinché, nel 2012, non furono ritrovate quasi casualmente tre di esse, quelle dei capitani dei Terzi, in una cassapanca di un magazzino comunale.

1928: del secondo rinnovo del secolo abbiamo già parlato nel recente articolo sul Palio di luglio 1928, ed a quello rimandiamo. Ricordiamo solo come nell’occasione fu rivisto interamente lo schema della sfilata e fu rinnovato il Carroccio, costruito su progetto di Riccardo Meacci ed abbellito con gli intarsi di Fulvio Corsini e con pannelli con le allegorie delle contrade, opera di Federigo Joni. Questo lo schema del corteo: precederà il Vessillifero del Comune con i musici di Palazzo ed i Portainsegne delle Città, Terre e Castelli formanti l’antico Stato senese. Seguiranno il Capitano del Popolo, i rappresentanti dei Terzieri di Siena e delle Masse e le comparse delle contrade partecipanti alla corsa. Dopo i paggi del Comune recanti festoni di alloro verranno le comparse delle contrade che non prendono parte alla corsa. Faranno seguito le rappresentanze delle corporazioni delle arti. Scortato dal Capitano di Giustizia e dai Cavalieri rappresentanti Contrade non più esistenti (Gallo, Leone, Orso, Quercia, Spadaforte,Vipera) seguirà infine il Carro trionfale recante i Trombettieri, i Quattro Provveditori della Biccherna, ed il Palio destinato alla Contrada vincitrice. Chiuderanno il Corteo gli armigeri del Comune.

1955: le monture che furono rinnovate il 2 luglio di quell’anno, le prime realizzate grazie al contributo del Monte dei Paschi, pur non discostandosi da quelli del ’28 se non per alcune modifiche nei tessuti e nei particolari, furono particolarmente apprezzate sia dal punto di vista stilistico che sotto il profilo qualitativo, risultando valide anche negli ultimi anni di utilizzo, nonostante l’usura del tempo. Le cronache di quel Palio di luglio ’55 parlano in modo entusiastico dei nuovi costumi definiti “da mille e una notte, da fiaba delle meraviglie per la ricchezza dei costumi dal valore incalcolabile, eseguiti con ricercatezza e precisione”. Piccole modifiche all’ordine di sfilata furono fatte in corso d’opera ed una novità riguardò l’ultimo atto del corteo, la sbandierata finale, introdotta nel 1919 in onore dei reduci della Grande Guerra. Nel 1955 fu deciso di far effettuare tale sbandierata da entrambi gli alfieri di ogni contrada, ma a partire dall’anno successivo si tornò ad impiegare un solo alfiere.

1981: eccoci infine all’ultimo rinnovo dello scorso secolo datato luglio 1981. In questo anno ci fu una svolta epocale nella storia della passeggiata, che fu profondamente rivoluzionata nello schema e nei numeri. La commissione di studio sulla riforma del corteo, nominata dal sindaco Barzanti nel 1970, lavorò per oltre 10 anni, e tra i vari argomenti di discussione ci fu anche quello dell’ammissione al corteo delle donne. I costumi comunali, realizzati su bozzetti di Sebastiano Morichelli, Pier Luigi Olla ed Ezio Pollai, furono ispirati ad un lasso temporale che andava tra la metà del 400 e gli inizi del 500 mentre quelli delle contrade furono in stile quattrocentesco. Tra i bozzettisti che realizzarono le monture delle 17 consorelle, oltre ai già citati Morichelli, Olla e Pollai, si ricordano anche Bruno Marzi, Gino Giusti, Anna Anni, Ilio Lorenzini, M. Pia Zani, e Donato Martelli. Il numero dei figuranti crebbe fino a quasi 600, circa 150 elementi in più rispetto al passato, e di conseguenza si ebbe un ampliamento del palco delle comparse, che fu ingrandito per ospitare tutti i monturati. Ciò comportò uno spostamento del Carroccio, che fino al 1980, una volta terminato il proprio giro di Piazza, veniva “parcheggiato” proprio dietro il grande palco ai piedi del Comune, mentre a partire dal 1981, si optò per la sua uscita dalla Bocca del Casato, così come accade anche oggi. Furono introdotte nel corteo figure nuove quali i Comandatori, previsti nel corteo del 55 ma mai inseriti, i tamburini di palazzo, il gruppo dello Studio senese, i gonfalonieri dei terzi, le rappresentanze di Massa Marittima e Montalcino, i vessilliferi di ogni contrada con l’insegna della corporazione delle arti, i balestrieri, che andarono a sostituire gli alabardieri, ed i cavalieri delle famiglie nobili. Nuovo fu anche il Carroccio, realizzato su disegno di Pier Luigi Olla che riprendeva quello del 1928 ma con piccole modifiche, quali la sostituzione dei pannelli dello Joni con frappe rosse con al centro gli stemmi delle contrade e sormontate dal altre più piccole con i colori bianco e nero. Sopra il carro, scortato de 8 fanti con roncone, i quattro provveditori di Biccherna del vecchio corteo, vennero sostituiti dai quattro di Balia, organismo nato con poteri e competenze limitate ma che nel corso dei secoli divenne una vera e propria magistratura permanente.

Anche in questa occasione vennero fatte delle lievi modifiche già a partire dall’agosto 1981, con l’eliminazione definitiva dei soprallassi delle 7 contrade non partecipanti (che riapparvero eccezionalmente nel corteo del settembre del 2000 per mostrare al pubblico le loro nuove monture) e lo spostamento in avanti nell’ordine di sfilata del gruppo del Capitano del Popolo e dei cavalieri delle contrade non più esistenti.

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IL CORTEO STORICO TRA 400 ED 800

Messaggio  jabru il Lun Ott 02, 2017 6:32 pm

ome è cambiata la passeggiata nel corso dei secoli.




Sin dal 400 le feste senesi furono solitamente precedute da sfarzosi cortei durante i quali le contrade comparivano in Piazza (da qui il termine “comparsa”) con figuranti in costume che sfilavano dietro grandi carri raffiguranti episodi storici o mitologici. Una prima precisa descrizione di queste magnifiche parate si ebbe con la celeberrima caccia ai tori del 1546, raccontata con dovizia di particolari nella cronaca di Cecchino Cartajo. Aprivano la sfilata i carri zoomorfi, riproducenti l’emblema della contrada, dietro ai quali sfilavano dei figuranti a piedi o a cavallo e l’alfiere che sventolava la bandiera. Tali carri avevano un ruolo determinante anche durante la caccia, costituendo il riparo per i cacciatori dalla furia dei tori o degli altri animali selvatici che venivano liberati in Piazza. Alle cacce ai tori, abolite con il Concilio di Trento, fecero seguito bufalate ed asinate, ed i cortei che anticipavano le corse risultarono ancor più belli, grazie anche all’introduzione del Masgalano (dallo spagnolo mas – galan, più elegante), un piatto d’argento ambito dalle contrade quanto, e forse anche di più del Palio stesso e che, così come riporta un documento del 1632, andava in premio alla contrada che ”sarà comparsa meglio con più lindura e minore spesa”. I carri costruiti in quel periodo dalda un capitano, due alfieri con bandiera ed 8 uomini in arme, tutti vestiti alla greca. le contrade persero la loro funzione difensiva, trasformandosi in stupende macchine allegoriche, al cui seguito si trovavano schiere di figuranti, alfieri e suonatori di tromba.
Con l’introduzione del Palio alla tonda si assistette ad un impoverimento nella presenza delle comparse, ed il Comune corse quindi ai ripari fissando un numero minimo di figuranti per ciascuna contrada (da prima 20, poi saliti, con il bando del 1721, a 24).

La situazione cambiò radicalmente nel corso dell’800, quando le grandi macchine allegoriche furono sostituite da comparse di figuranti vestiti alla greca, alla romana o in stile militaresco, il cui numero variava a seconda della disponibilità di ogni contrada. La vera svolta fu però nel 1813, quando il Comune ordinò a tutte le contrade di sfilare con lo stesso numero di monturati, con una comparsa composta In questa occasione fu introdotto nel corteo il Carroccio, dipinto in verde, recante mascheroni con un anello in bocca e trainato da cavalli che ospitava al suo interno i trombi della comunità. Nel pilone centrale veniva issato il drappellone, affiancato dalle bandiere delle 7 contrade non partecipanti. Questo carro sfilò sul tufo per oltre un secolo e fu sostituito nel 1928 dal Carroccio progettato dal Meacci. Nel 1822 furono ammesse al corteo anche le contrade che non correvano, e ciascuna consorella doveva sfilare con 3 alfieri. Un primo rinnovo dei costumi si ebbe nel 1826, con la creazione delle monture alla “spagnuola”, mentre nel 1839 venne dato al corteo un nuovo assetto con l’introduzione dei costumi all’italiana forniti in uso ad ogni contrada dalla Magistratura Civica per 20 anni, dopodiché sarebbero passati nella loro proprietà. Fu riformata anche la composizione della comparsa: un tamburino, due alfieri, il duce con 4 paggi, il barbaresco con il cavallo ed il fantino sul cavallo da parata. A causa di difficoltà finanziarie fu possibile realizzare solo le monture delle dieci contrade partecipanti al Palio di agosto; per il rinnovo delle altre si dovette attendere l’anno successivo. Inoltre, visti i grossi costi per la realizzazione dei costumi e per evitare un rapido logorio delle vesti, fu ordinato di utilizzare le nuove monture solo per i palii di agosto, mentre a luglio si sarebbero dovute usare costumi più vecchi. Con l’avvento del Risorgimento cominciarono a comparire sul Campo monture in stile piemontese, il cui uso durò fino al 1870, anno in cui il Bruco fu la prima contrada a presentarsi vestita alla medievale, con il tamburino che fu sostituito da un trombettiere. Anche altre contrade (Lupa, Montone, Onda) seguirono l’esempio del Bruco, tant’ è che nel 1876 furono realizzati, grazie al coordinamento ed al contributo del Comune che compartecipò alle spese delle contrade, i nuovi costumi che fecero il loro debutto nel 1879. Essi si riferivano al periodo tra il 300 ed il 500 e si rifacevano ai dettami della scuola purista, sorta a Siena nella seconda metà del XIX secolo e che si ispirava alle opere dei grandi artisti rinascimentali. Ultime, ma non meno importanti modifiche ottocentesche, furono quella del 1885 che introduceva nel corteo la fanfara di Palazzo che intonava le note della marcia del Palio, suonata per la prima volta dalla banda comunitativa nel 1837, ed un accrescimento, del numero totale dei figuranti, datato 1887, che prevedeva l’inserimento del figurin maggiore nelle comparse delle contrade e delle rappresentanze comunali che avevano il compito di aprire e chiudere il corteo.

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16 AGOSTO 1958

Messaggio  jabru il Lun Ott 09, 2017 6:19 pm

Gaudenzia scossa vince per l’Istrice. Era montata da Biba.




Il racconto del Palio del 16 agosto 1958 è l’occasione giusta per ricordare la figura di Umberto Castiglionesi detto Biba, vincitore di quella carriera per l’Istrice e scomparso pochi giorni or sono a Santo Domingo all’età di 81 anni. Biba, nato il 22 ottobre 1936 a Castiglione del Lago, debuttò in Piazza nel luglio ’56 montando Signorina per la Lupa, ed in totale disputò, sino al luglio 1964, 12 carriere, vestendo i giubbetti di 9 contrade (Lupa, Istrice, Torre, Civetta, Selva, Aquila, Oca, Leocorno e Tartuca).

In quel Palio di agosto ’58 erano presenti tutti i bomboloni e dopo la tratta ben 5 contrade potevano nutrire grosse ambizioni di vittoria: la Lupa, nella cui stalla era tornata Archetta, stavolta affidata a Lazzero, il Drago con la vecchia Gaudenzia montata da Vittorino, il Bruco con Belfiore e Rondone, accoppiata vincitrice a luglio, la Pantera con la forte ma problematica Tanaquilla e Ciancone ed infine l’Istrice con la promettente Uberta de Mores e Biba, lo stesso binomio che nel Palio precedente aveva sfiorato la vittoria per i colori della Torre, conducendo per quasi un giro e facendosi superare dal Montone al primo Casato a causa di un’errata impostazione della curva da parte del fantino di Salicotto. Le altre al canape furono la Giraffa con Capriola e Solitario, il Montone con Stella III e Tristezza, l’Onda con Urbino e Terribile, il Nicchio con Serenata e Menghino e la Chiocciola con Zulima e Musingo. I tre giri furono un monologo della contrada dai quattro colori, ma nel finale non mancò il brivido. Dai canapi, le più veloci a scattare furono proprio l’Istrice e la Giraffa, mentre Vittorino forzò la mossa rimanendo attardato assieme al Bruco ed entrambe non entrarono mai nel vivo della corsa. Dopo il primo giro le posizioni sembravano già definite con l’Istrice in controllo, seguito da Giraffa, Lupa e Pantera. All’ultimo Casato, il momento che poteva cambiare la storia di quel Palio: così come accaduto nel luglio precedente, Biba sbagliò l’impostazione della curva, sbatté sui palchi, ma stavolta non riuscì a rimanere a cavallo e cadde. Uberta rimase per un attimo ferma in mezzo alla pista, ripartendo solo appena sentì gli altri cavalli galopparle a fianco; così facendo riuscì a tagliare per prima il bandierino davanti alla Pantera che si era buttata all’interno per cercare un varco che non si aprì mai, ed alla Giraffa, rimasta all’esterno.

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PILLOLE OTTOCENTESCHE

Messaggio  jabru Ieri alle 5:22 pm

Il XIX secolo si aprì con due carriere ricche di tensioni e polemiche. Il mattatore di quell’anno fu Francesco Sucini detto Polpettino, precedentemente noto solo per le sue illustri parentele (era infatti il figlio di Luigi, detto Nacche, 8 volte vincitore nel Campo) e per alcuni guai con la giustizia (più volte era stato processato per furto di stoffe o vestiari vari), cosa per altro frequente tra i fantini di allora, non certo conosciuti per essere degli stinchi di santo. In quel 1800 però, Polpettino passò alla storia conquistando ambedue i Palii, gli unici della sua breve carriera. Il Palio di luglio, corso il 3 a causa di un acquazzone abbattutosi durante il corteo storico, Polpettino lo vinse per i colori dell’Istrice, grazie anche all’aiuto del babbo Nacche che correva nella Torre. La corsa fu emozionante e vide alternarsi in testa la Tartuca con Biggeri, l’Oca con il Gobbo Chiarini e la Selva con Caino che cadde al secondo Casato. Passò così in testa la Torre, inseguita dall’Istrice che come cavallo aveva il morello del Ricci, considerato da tutti, ed anche dagli stessi istriciaioli, come si può leggere in alcuni documenti conservati nell’archivio della contrada di Camollia, una brenna. Quando la Torre sembrava ormai la vincitrice, Nacche (che per la verità poco fece per difendere la sua posizione) fu sorpassato dal figlio che vinse il suo primo Palio, scatenando così le proteste dei torraioli che pretendevano il drappellone che, solo dopo diversi minuti, fu consegnato ai legittimi vincitori.

Ad agosto, nel Palio corso grazie ad una sottoscrizione popolare il giorno 17 perché domenica, Polpettino fece il bis, stavolta per la Tartuca, montando il baio del Brecchi in una carriera combattuta, nella quale Lupa ed Oca provarono a contendere la vittoria al giovane Sucini. Non passarono certamente inosservate le schermaglie tra i fantini di Nicchio e Montone, rispettivamente Vecchia e Piaccina, definiti con grande eleganza da un cronista dell’epoca “due birbanti” che, rimasti fermi al canape, diedero vita ad uno scontro in pista a suon di pugni, schiaffi e graffi che perdurò anche durante i vari passaggi dei cavalli, per concludersi solo al termine del Palio, grazie all’intervento dei soldati che separarono i due contendenti traducendoli immediatamente in carcere. Come se non bastasse, anche il Palio alla lunga del 15 agosto diede vita a notevoli polemiche. Tra gli 11 partecipanti c’era anche la giumenta del fiorentino Giuseppe Montelatici, che i proprietari degli altri cavalli al via ritenevano di razza inglese e quindi da non ammettere alla corsa, in quanto il regolamento vietava la partecipazione di questi cavalli e di quelli di razza Berbera. I giudici della mossa, accompagnati da 3 periti, effettuarono un’ispezione sulla cavalla in questione, e non ritenendola di razza inglese la ammisero al Palio. Ma gli altri proprietari non si arresero ed il giorno della corsa fecero pervenire ai giudici un precetto del Tribunale del Vicario che imponeva loro di non consegnare il premio al Montelatici in caso di vittoria della sua cavalla. Ma questi non tennero conto di tale precetto, ritenendo il Tribunale del Vicario non competente in materia ma soprattutto perché i proprietari non sollevarono alcuna obiezione al momento del sorteggio dei posti di partenza. La cavalla del Montelatici corse quindi regolarmente il Palio alla lunga del 15 agosto 1800 ed essendo di qualità superiore agli altri, vinse agevolmente la corsa che si concluse senza ulteriori contestazioni.

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Re: Storia del Palio

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