Storia del Palio

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1750: il Palio a luglio si fa correre di domenica

Messaggio  jabru il Dom Lug 02, 2017 10:56 pm



Nei secoli il Palio, in continua evoluzione e mai uguale a se stesso (questo è il segreto del suo attraversare il tempo), ha subito numerosi cambiamenti. Sono stati sempre cambiamenti, quelli che hanno resistito, di adeguamento a mutate situazioni sociali, cittadine, di costume.
Ma i cambiamenti che hanno toccato l’essenza di un rito (religioso e civile, profano e sacro al contempo) nel quale i senesi si identificano hanno avuto vita breve. Anche ad onta di leggi e dettami che venivano dall’alto di coloro che, in quel tempo, erano al governo.
Alla fine del 1749 l’imperatore Francesco II di Lorena, granduca di Toscana, stabilisce che, nell’intero Stato, sarebbe entrato in vigore un nuovo calendario in base al quale si sarebbe calcolato l’anno a partire dal 1° gennaio.
Fu questa una vera e propria rivoluzione anche per la storia paliesca perché il nuovo computo dei giorni portò con sé la decisione di abolire, se cadevano durante la settimana, tutte “le ferie e gironi feriati, ancorché statutari, votivi e di consuetudine”.


La Signoria che governava la città di Siena era tenuta a seguire un cerimoniale molto rigoroso, doveva risiedere esclusivamente a Palazzo Pubblico dal quale poteva uscire esclusivamente per celebrazioni e festività particolari. Di conseguenza, alla luce delle nuove disposizioni granducali, avrebbero potuto mettere “il naso fuori da Palazzo” solo nei giorni festivi e questo avrebbe avuto valore per ogni ricorrenza, comprese le feste religiose e “l’uscita a Provenzano per il dì 2 luglio”.
Stando a questo non avrebbe certo potuto assistere alla corsa del Palio per cui nel giugno 1750 “fu dalla Balia determinato che anco la festa della Visitazione di Maria Santissima, che si celebra nella chiesa di Provensano, fusse come tutte l’altre trasferita alla domenica dell’ottava, che v’intervenisse la Signoria, e che si corresse nella Piazza il premio colle Contrade”.


Il provvedimento, di fatto, durò pochi anni e venne abolito nel 1759, quando si tornò a correre il 2 luglio (era lunedì), dato che, “in quest’anno con rescritto del sovrano fu ritornata per sempre la festa nel giorno proprio della Visitazione”, come annota puntualmente Pecci nel “Giornale Sanese”.
Talvolta, sia durante ‘800 che all’inizio del ‘900 (l’ultima volta è accaduto nel luglio del 1910 quando la Carriera venne disputata il 3), sembra che quando il 2 luglio cadeva di venerdì o di sabato (ma valeva anche per il 16 agosto) si preferisse spostare il Palio alla domenica. Questo tipo di decisioni non è mai stato regolamentato e, dal luglio del 1910, non si è più verificato mantenendo le date del 2 e del 16 come punto fermo di un rito (e di una storia) che, con tali date, scandisce la vita di una città e dei suoi abitanti.
Roberto Cresti
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MARTINO

Messaggio  jabru il Lun Lug 17, 2017 4:51 pm

Due volte scelto dai capitani, non ha mai corso la carriera.




La vicenda di Tornasol avrà fatto certamente tornare alla mente degli appassionati di Palio e di coloro che lo hanno vissuto in prima persona, il caso di un altro cavallo che, esattamente trent’anni fa tenne in scacco per oltre un’ora la Piazza con i suoi capricci, e che detiene altresì un record sicuramente ineguagliabile in futuro.

Martino, mezzosangue baio nato nel 1982, fece la sua prima apparizione in Piazza nelle batterie del luglio 1986 ma venne scartato dai capitani. Nelsuccessivo Palio di agosto fu invece scelto ed andò in sorte al Nicchio che fin dalla prima prova lo affidò all’allora astro nascente Massimino che aveva debuttato nel luglio precedente. Per il Nicchio non fu quella una carriera fortunata in quanto Massimino fu colpito da un calcio di Vipera durante le fasi di mossa, e si procurò una frattura che non permise alla contrada dei Pispini di partecipare. Nelle ore precedenti al Palio era arrivato anche il forfait del Montone per un problema alla cavalla Olympia Mancini così, per la prima volta nella storia, la carriera, vinta poi dalla Giraffa con Fenosu e Truciolo, fu corsa da sole 8 contrade.

Martino fu ripresentato ad agosto e stavolta toccò al Drago che scelse Falchino come sua monta. La sera del Palio la contrada di Camporegio fu chiamata di rincorsa e, mentre tra i canapi regnava una certa calma, Falchino traccheggiava in attesa del momento a lui favorevole per entrare. Con il passare del tempo però Martino cominciò ad innervosirsi e ad allontanarsi dai canapi, fino ad arrivare all’altezza del Casato e tutti i tentativi di riportarlo nella zona della mossa furono vani; per oltre un’ora ci provarono prima i vigili urbani, poi il barbaresco, i mangini ed il capitano Emilio Giannelli, ma Martino non ne voleva sapere. E quando, dopo un lungo tira e molla, un mangino riuscì in qualche modo a trascinare Martino nei pressi del verrocchino, Massimino nell’Oca ed Aceto nell’Istrice fiancarono costringendo il mossiere D’Inzeo ad abbassare il canape e ad azionare il mortaretto. Probabilmente quell’abbassamento fu il pretesto tanto atteso dal mossiere per sventolare la bandiera verde e rispedire tutti all’Entrone, come prescrive il regolamento. Per provare a risolvere la situazione, che era divenuta ormai ingestibile, fu allora deciso di cambiare busta; il Drago, stavolta chiamato al quarto posto, fu fatto entrare subito e senza fantino, con un’evidente quanto inevitabile violazione al regolamento, con Falchino che montò solo all’interno dei canapi. Quando la Selva, che nella prima mossa era al primo posto, dette la rincorsa, Martino scartò all’indietro e si impennò costringendo Falchino a scendere ed a rinunciare a correre quel Palio.

Si concluse così l’avventura in Piazza di Martino, sfortunato cavallo che non ha corso alcuna carriera pur essendo stato scelto per due volte dai capitani.

Davide Donnini da OKSiena

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MISCELLANEA PALIESCA TRA 700 ED 800

Messaggio  jabru il Lun Lug 24, 2017 7:19 pm

Fatti curiosi della nostra festa tra il XVIII ed il XIX secolo.



Il Palio del 16 agosto 1752 ebbe un esito a dir poco clamoroso. Partì prima dai canapi l’Aquila con il fantino Bechino che ben presto guadagnò diverse lunghezze di vantaggio sugli inseguitori. Al terzo Casato alcuni contradaioli che sostavano in pista presero per le redini il cavallo aquilino, fermandolo. A costoro si unì pure Ministro, fantino della Pantera che si trovava in seconda posizione, che lasciò così via libera alla Torre che vinse la carriera. Le protesta degli aquilini giunsero fino all’autorità giudiziaria. Dopo le indagini di rito fu riconosciuto responsabile principale del gesto tale Giuseppe Vichi detto Gigiaccio che fu processato, e due anni dopo condannato a risarcire l’Aquila con 40 talleri nonché a far realizzare a sue spese un drappellone simile all’originale da consegnare alla contrada del Casato. Per festeggiare, ma anche per vendicarsi dell’autore del gesto, gli aquilini fecero costruire un fantoccio delle sembianze di Gigiaccio da ardere in Piazza Postierla. Operazione che fu però proibita dalle autorità.

Nell’agosto 2002, le piogge torrenziali che si abbatterono sulla nostra città quando il tufo era stato steso da poche ore provocarono lo slittamento della tratta al giorno 14. Anche nel 1795 l’assegnazione dei cavalli fu spostata al giorno successivo, non certamente per motivi meteorologici ma a causa di una protesta dei proprietari dei cavalli che ritenevano inadeguata la “vettura”, vale a dire il prezzo per il nolo dei barberi nei giorni della festa. Il 13 mattina furono presentati meno di 10 cavalli e la tratta fu posticipata di un giorno.

Al Palio del 16 agosto 1818 presenziò il Granduca Ferdinando III. Il sovrano giunse a Siena la mattina del 10 agosto alle 6.30 per evitare la calura del giorno, e le contrade furono esentate dal recarsi ad accoglierlo in quanto “il popolo non doveva venir meno alle proprie abitudini né perdere ore di lavoro”. Così l’omaggio delle consorelle a Ferdinando avvenne il giorno 14 in Piazza del Duomo. Il 16 egli assistette alla carriera vinta dal Leocorno con Piaccina, e rimase così entusiasta dello spettacolo che espresse la volontà di rivederlo prima della sua partenza. I senesi, incoraggiati anche dalle 100 lire elargite dal sovrano a ciascuna contrada, furono ben lieti di esaudire i desiderata del Granduca, così il 19 si corse lo straordinario. La corsa fu condotta dalla Chiocciola, ma al terzo San Martino il suo fantino “per un’improvvisa avviligione”cadde. Passò così Ferrino Maggiore nell’Istrice che vinse la carriera.

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ANEDDOTICA PALIESCA

Messaggio  jabru il Lun Lug 31, 2017 9:03 pm

Una delle tante “invenzioni” dei nostri concittadini dell’ottocento per prolungare le festività di mezz’agosto, assieme alle corse di scossi alle perette o alle carriere alla romana delle quali abbiamo trattato in precedenti articoli, furono i Palii con tutte e 17 le contrade. Il Bando del 1721 regolava in dieci il numero massimo delle contrade partecipanti, ciò onde “ovviare a gravissimi sconcerti che sono succeduti per lo passato… e per provvedere che non ne seguano appresso altri”. Gli sconcerti di cui parla il Bando sono quelli del dopo Palio del luglio 1720, vinto dal Bruco e corso da 17 contrade, quando l’oste Paci fu travolto ed ucciso dal cavallo della Tartuca appena terminata la corsa. Nel 1841 però il Palio con 17 contrade fu riproposto grazie ad una questua popolare e fu vinto dal Nicchio. Lo spettacolo, sebbene ai fantini non venne consegnato il nerbo e fu proibito di tenersi vicendevolmente per rendere la gara più libera, risultò insoddisfacente e assai caotico nello svolgimento, ma l’anno successivo fu ugualmente ripetuto grazie ai contributi dei bottegai di Piazza. Vinse l’Istrice con il fantino Saltatore, ed al bandierino giunsero solo 3 cavalli montati. Tutti gli altri fantini caddero o scesero volontariamente. Al primo San Martino ci fu una vera e propria ecatombe causata, secondo le cronache del tempo, non dal gran numero dei cavalli partecipanti, ma dall’introduzione dei materassi a protezione della curva di San Martino che, sempre secondo il dubbioso cronista, riducevano il raggio di girata rendendo più facili gli incidenti. Dopo tutti questi inconvenienti le autorità pubbliche capirono finalmente che la Piazza non era idonea per far correre così tanti cavalli tutti insieme, e queste corse furono definitivamente abolite.

Sfilano nel nono gruppo del corteo storico ed i loro cavalieri hanno la celata dell’elmo abbassata; sono, come li ha definiti il Pepi, "il poetico e malinconico ricordo delle contrade oggi non più esistenti". Ma come sono scomparse Gallo, Leone, Orso, Quercia, Spadaforte e Vipera? Secondo la leggenda la loro soppressione avvenne a seguito degli eventi del palio di luglio 1675. In quella carriera giunsero appaiate al bandierino la Lupa e la Spadaforte. I giudici della vincita, non sapendo a chi assegnare la vittoria, decisero così di donare il drappellone ed il premio di 60 tolleri alla chiesa di Provenzano, scatenando l’ira dei contradaioli della Spadaforte, spalleggiati da quelli delle alleate Gallo, Leone, Orso, Quercia e Vipera. I tumulti che ne seguirono furono così gravi che, secondo la leggenda, sarebbero stati addirittura puniti con la soppressione delle 6 contrade. Studi ben più approfonditi mostrano invece che nel 1675 non fu corsa alcuna carriera a luglio, pertanto il motivo della soppressione delle citate contrade non si deve ai comportamenti sopra le righe dei propri contradaioli, ma alla cessazione nel corso degli anni della loro attività ed al conseguente assorbimento dei rispettivi territori da parte delle contrade confinanti.



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2 LUGLIO 1945

Messaggio  jabru il Ven Ago 04, 2017 7:19 pm

La vittoria della Lupa e la vicenda di Renzino.

La storia della carriera che racconteremo oggi, quella del 2 luglio 1945 detto anche Palio della Liberazione, comincia molto tempo prima. Il 9 giugno 1940 furono estratte le contrade partecipanti al Palio di luglio di quell’anno. La sorte baciò Pantera, Lupa e Giraffa, ma le tre estratte assieme alle altre 7 ebbero poco da festeggiare.Il giorno successivo, Mussolini dichiarò guerra alla Francia ed all’Inghilterra ed il 18 giugno il podestà Socini Guelfi dispose l’annullamento di ogni manifestazione paliesca per tutta la durata delle ostilità. Solo nel 1945 si tornò a respirare aria di Palio e per dare continuità con il passato, fu deciso di ripartire da dove ci si era fermati, vale a dire dal lotto delle 10 partecipanti al Palio dell’ormai lontano luglio 1940. Il 29 mattina furono presentati all’Entrone 16 cavalli di cui 15 nuovi ed il solo Folco, già vincitore 5 volte sul tufo che aveva superato indenne la guerra. Le favorite dopo la tratta furono la Giraffa che ebbe in sorte proprio Folco, il Leocorno con Stella, il Bruco con Salomè. Alla Lupa toccò Mughetto, cavallo considerato dagli esperti difettoso e problematico. La contrada di Vallerozzi, che già doveva fare i conti con la grana del capitano (il Marchese Bargagli Petrucci si era infatti dimesso lasciando tutto nelle mani del giovane bersagliere Giulio Cinquini), ebbe problemi anche nel trovare una monta. Tripolino con il quale era stato raggiunto un accordo, si rifiutò di montare Mughetto preferendogli Folco, così fu scelto per la prima prova l’inesperto Leandro Fè, la cui prestazione fu disastrosa e si concluse con una goffa caduta al Casato dopo che il barbero gli aveva preso la mano. All’assemblea straordinaria convocata la sera stessa, il dottor Mario Bracci propose come monta il fattore della sua villa a Pontignano, Lorenzo Provvedi, abile cavallerizzo ma a digiuno di ogni dinamica paliesca, tant’è che fu addirittura chiamato Don Vittorio Bonci, allora parroco a Pontignano, ad insegnargli i colori delle contrade. Con il Provvedi in groppa, Mughetto migliorò di prova in prova, e le speranze dei lupaioli crescevano sempre di più. La sera del Palio, Renzino fu chiamato di rincorsa ed egli, per ben due volte, pensò bene di entrare al passo provocando altrettante cadute al canape. A farne le spese furono prima Ciambella e Pisano, rispettivamente fantini di Oca e Tartuca, poi Pietrino della Selva. Al terzo tentativo, Tripolino, che era al nono posto, invitò Renzino a seguirlo e la mossa fu finalmente valida. La corsa fu una questione a due tra Giraffa e Lupa, con Tripoli intento a controllare facilmente gli attacchi del Provvedi fino all’ultimo San Martino, quando Renzino, violando probabilmente il patto del nerbo legato che vigeva tra le due contrade, prese un’improbabile traiettoria all’esterno della Giraffa, ma incredibilmente riuscì a girare e passare in testa venendo a vincere il Palio tra l’incredultà dei contradaioli della Lupa, ma anche dei giraffini che sentivano ormai la vittoria in tasca.

La carriera di Renzino, fantino vincitore al debutto, si interruppe lì: ad agosto infatti fu scelto dalla Civetta per correre su Folco, ma la sera della prima prova fu sceso dai contradaioli dell’Istrice e da questi malmenato. Renzino decise così di fuggire a Pontignano e di non correre la carriera che la Civetta poi vincerà, allontanandosi definitivamente dall’ambiente del Palio. Nonostante la sua breve avventura, Renzino detiene tutt’ora un record difficilmente battibile, essendo l’unico fantino della storia che ha chiuso la sua carriera da imbattuto.

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I PALCHI

Messaggio  jabru il Lun Ago 07, 2017 7:45 pm


Come sono cambiati dal 700 ad oggi




I palchi sono i primi a comparire in Piazza quando questa comincia a vestirsi a festa, e nel momento del loro montaggio (o smontaggio, a Palio finito), il Campo si trasforma in un vero e proprio cantiere, con palcaioli ed operai obbligati al rispetto delle norme di sicurezza tipiche dei luoghi di lavoro. Ovviamente in passato non era così. Nei vari dipinti che raffigurano il Palio o le altre feste in Piazza svolte tra 700 ed 800, vediamo palchi costruiti un po’ovunque lungo il perimetro dei palazzi o sopra le tettoie delle botteghe. Si accedeva a tali strutture mediante scale che potevano essere spostate a seconda del posto da raggiungere ed erano rivestiti da drappi o panneggi. La loro costruzione era lasciata alla libertà dei proprietari, con la Biccherna che effettuava delle semplici ispezioni la mattina della corsa, e la loro stabilità certe volte lasciava a desiderare; per risparmiare denari infatti, i palcaioli dell’epoca, spesso usavano legnami di scarsa qualità e crolli o cedimenti strutturali erano frequenti. Per questi motivi, nel 1788 ci fu una prima e significativa svolta in materia: prendendo spunto dall’ordine di demolizione delle tettoie delle botteghe, il provveditore a strade e piazze Bernardino Fantastici, presentò alla Magistratura Civica uno studio sulla ristrutturazione dei palchi, avvalendosi di un disegno che è in uso anche oggi e che fu successivamente sottoposto al giudizio di una commissione composta dal Gonfaloniere Giulio Bargagli e da Fausto Sani. Nel giugno 1789 fu così notificato a tutti i bottegai di Piazza il nuovo regolamento per la costruzione dei palchi che, oltre ad indicare le modalità di erezione delle singole strutture, fissava a 5 il numero massimo dei gradini di ogni palco, i quali dovevano tassativamente essere allo stesso livello. Il regolamento obbligava altresì all’omogeneità nella pittura dei parapetti. Tutti i palcaioli dovevano conformarsi al disegno del Fantastici; coloro che non avessero voluto adeguarsi sarebbero stati puniti con la revoca della licenza. Per evitare eventuali spazi vuoti fu poi deciso che la costruzione dei palchi mancanti sarebbe stata affidata ad un legnaiolo individuato che acquisiva tutti i diritti sul palco, compresi ovviamente i profitti.

La questione palchi tornò di attualità nel 1806 quando, a seguito della consueta ispezione, il provveditore alle strade e piazze Francesco Tanini evidenziò tutta una serie di lacune e carenze organizzative nella fase di costruzione: il Tanini nella sua relazione segnalò come la stabilità dei palchi era messa a forte rischio a causa del comportamento dei proprietari che, per aumentare il guadagno, moltiplicavano i posti a sedere nei palchi a pagamento, e che per la loro erezione facevano ricorso a persone inesperte (garzone del calzolaio, linaiolo, fruttarolo). Inoltre i controlli erano spesso parziali a causa dell’assenza dei proprietari al momento dell’ispezione. Frequenti erano anche le minacce subite dai membri della commissione quando questi rilevavano delle infrazioni, come nel caso del luglio 1806 quando i membri di tale commissione sequestrarono dei gradini pericolanti di un palco, ricevendo dai proprietari insulti ed intimidazioni. Così il Tanini invitava il Gonfaloniere a disporre una notificazione aggiuntiva a quella del 1788 in cui si definissero i veri obblighi per i palcaioli: far costruire il palco da soggetti esperti ed entro e 11 del giorno del Palio per provvedere al controllo, rimuovere i pezzi pericolanti e presenziare al momento dell’ispezione, pena l’abbattimento del palco.

Oggi i palchi di Piazza sono 53, molti di proprietà di privati, alcuni del Comune o del Magistrato delle Contrade e possono ospitare circa 2940 spettatori. Il cinquantaquattresimo palco presente è quello delle comparse, costruito sotto Palazzo Pubblico e che ospita i circa 600 monturati del corteo storico. Fino ad una trentina di anni fa era presente un ulteriore palco posto dietro i materassi di San Martino e conosciuto anche come palco del Manicni, dal nome dello storico negozio presente in quella zona. Il palco, che era costruito con tubi innocenti, fu definitivamente rimosso a partire dal luglio 1987. L’ultima innovazione in tema di palchi è stato l’innalzamento del parapetto di un palco del Casato e la conseguente riduzione dei posti a sedere, per evitare pericolosi incidenti con gli spettatori lì presenti in caso di impatto del cavallo in corsa sul palco stesso.

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2 LUGLIO 1980

Messaggio  jabru il Sab Ago 19, 2017 5:53 pm

La recente carriera dell’Assunta ha confermato tutta l’imprevedibilità della corsa del Palio, che talvolta può regalare risultati lontani da ogni previsione. La vittoria dell’Onda con Porto Alabe e Brigante non era certamente pronosticata, soprattutto in presenza di un lotto di soggetti livellato verso l’alto con la presenza di tanti bomboloni. Ma la contrada di Malborghetto non è nuova a simili exploit. Il successo di Marasma su Miura del luglio 1980 fu forse ancora più sorprendente di quello del 16 agosto scorso. Nell carriera di Provenzano di 37 anni fa, i capitani optarono per un lotto molto basso: assenti i grandi Rimini, Panezio ed Urbino, furono scelti cavalli esperi ma mai vincitori sul tufo, oltre ad un gran numero di debuttanti (ben 6). Tra di essi c’era Miura, cavallina di Remo Carli alla sua prima apparizione assoluta in Piazza che, nonostante la mediocrità generale, non riscontrava i favori degli addetti ai lavori e neppure degli ondaioli, non molto contenti al momento dell’assegnazione. Come monta, capitan Novello Inglesi puntò sul rientrante Mauro Matteucci detto Marasma. Viterbese classe 1956, Marasma fece il suo debutto nell’agosto 1976 nel Bruco su Rimini, sfiorando di un soffio la vittoria dopo essere caduto al secondo San Martino. Successivamente disputò altre 3 carriere senza brillare, l’ultima delle quali nell’agosto 1977.

Favorite dalla tratta del 29 giugno furono la Tartuca con Uana de Lechereo che venne affidata al giovane di belle speranze Legno ed il Montone con Zalia de Ozieri e Tremoto, ma non erano affatto tagliate fuori il Bruco con Volturno e Cianchino e la Selva con Speranza II e Bastiano. Le altre accoppiate furono l’Istrice con Valet e Canapino, la Lupa con Udienza e Gringo, l’Aquila con Lalage e Tavoletta, la Torre con Ariana de Santana e Spillo e la Pantera con Vittorina e Valente. Anche sul verrocchio, dopo la negativa parentesi di Carlo Palmieri, salì un esordiente, il pisano Ulrico Ricci, che per la prima prova ebbe subito l’occasione di testare sulla sua pelle il clima paliesco. Una forzatura al canape causò infatti la caduta simultanea di Liscio nell’Istrice, che si infortunò seriamente, e dello Zedde nella Pantera. I panterini inferociti scesero dal palco e provarono ad aggredire il Ricci che venne portato via dalla Piazza e fu sostituito da Wilson Pesciatini, riprendendo regolarmente il suo posto solo la mattina seguente.

La sera del 2 luglio le contrade furono chiamate in questo ordine: Lupa, Torre, Aquila, Selva, Onda, Tartuca, Istrice, Bruco, Pantera e Montone di rincorsa. Dopo una prima mossa falsa, la partenza valida vide lo scatto perentorio di Miura che guadagnò subito la testa seguita da Pantera, Selva e Montone, mentre per Lupa ed Aquila, che erano rimaste girate, il Palio terminò subito. Al secondo San Martino, Selva e Montone, che nel frattempo aveva preso la terza posizione, superarono quasi contemporaneamente l’Onda, ma l’impostazione del successivo Casato fu fatale per Bastiano che girò stretto e cadde urtando il colonnino, trascinandosi dietro anche Tremoto. Per Marasma fu allora gioco facile riprendere la testa e mantenerla fino al bandierino mentre, nelle retrovie, la veemente ma inutile rimonta della Tartuca fu fermata solo dalla presenza dei numerosi scossi.

Questo insperato successo non consentì però né a Marasma né a Miura di spiccare il volo sul Campo. La cavallina corse infatti solo le restanti due carriere del 1980 (ad agosto con Cianchino nel Bruco, venendo lasciata al canape dalla Giraffa di rincorsa, ed a settembre nell’Istrice ancora con Marasma) prima di sparire dall’orbita paliesca, mentre il Matteucci disputò il successivo Palio di agosto ancora nell’Onda sul problematico Nibbio, riuscendo nel compito di ostacolare la favorita Torre, il già citato straordinario nell’Istrice ed infine la carriera di agosto 1981 nell’Onda sull’allora debuttante Baiardo IV, concludendo la sua esperienza di fantino di Piazza così come la aveva iniziata 6 anni prima, vale a dire con una caduta.

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IL CORTEO STORICO NEL NOVECENTO

Messaggio  jabru il Mar Set 26, 2017 8:55 pm

L'evoluzione della "passeggiata" nel secolo scorso.




I costumi che vediamo sfilare nel corteo storico attuale sono datati 2000 e fecero il loro primo ingresso in Piazza in occasione dello straordinario del 9 settembre di quell’anno, e per tanto lo scorso 16 agosto hanno sfilato sul tufo per la trentacinquesima volta. Queste monture, riferite al periodo a cavallo tra 400 e 500 furono realizzate previa approvazione di una commissione nominata dalla Giunta che aveva il compito di verificare la corrispondenza dei bozzetti agli anni di riferimento. Fondamentale per la riuscita del lavoro fu l’apporto economico della Fondazione del Monte dei Paschi che contribuì con oltre 200 milioni di lire per ogni contrada, mentre i costumi comunali ebbero un costo superiore al miliardo e mezzo.

Guardando la storia del Palio, notiamo come in media le monture sono state sostituite ogni 20/25 anni, e che nel corso del XX secolo ben 4 siano stai i rinnovi (1904, 1928, 1955, 1981). In alcuni casi si è poi provveduto ad una revisione dello schema del corteo.

1904: l’occasione giusta per inaugurare i nuovi costumi fu lo straordinario del 17 aprile, indetto in occasione dell’apertura della mostra dell’arte antica senese, al quale presenziò il Re. Ma l’ufficialità della venuta del Sovrano giunse in città solo pochi giorni prima della carriera, cosicché alcune contrade si fecero trovare impreparate per l’evento, tant’è che l’inaugurazione vera e propria dei costumi avvenne solo nel successivo Palio di agosto. In quel corteo si potevano trovare figure oggi non più presenti, come la rappresentanza del Magistrato delle Contrade con tanto di labaro, mentre il Carroccio, riproduzione di un carro da battaglia medievale, era trainato da 4 cavalli con gualdrappe integrali che coprivano pure la testa del cavallo stesso. Da notare inoltre come numerosi cavalli da parata, compresi i soprallassi delle contrade partecipanti alla corsa, venissero condotti direttamente dal loro cavaliere, non essendo prevista in molti casi la presenza del palafreniere. Il corteo veniva chiuso da un ulteriore carro, trainato anch’esso da cavalli e scortato da 4 armigeri, raffigurante l’allegoria del Buon Governo, rappresentata da un uomo barbuto con una lunga veste bianca e nera. Questo carro, come ebbe a dire Alessandro Falassi, “introduce il mito dell’età dell’oro del medio evo senese, ed è uno degli elementi che avrebbe contribuito a fissare nel mito della repubblica il sistema che è alla base del corteo ed in qualche misura della festa”.

Se nei vari musei di contrada sono conservate numerose monture del 1904, la stessa cosa non si può dire per quelle del Comune. Fino a pochi anni fa infatti si ritenevano interamente perdute sinché, nel 2012, non furono ritrovate quasi casualmente tre di esse, quelle dei capitani dei Terzi, in una cassapanca di un magazzino comunale.

1928: del secondo rinnovo del secolo abbiamo già parlato nel recente articolo sul Palio di luglio 1928, ed a quello rimandiamo. Ricordiamo solo come nell’occasione fu rivisto interamente lo schema della sfilata e fu rinnovato il Carroccio, costruito su progetto di Riccardo Meacci ed abbellito con gli intarsi di Fulvio Corsini e con pannelli con le allegorie delle contrade, opera di Federigo Joni. Questo lo schema del corteo: precederà il Vessillifero del Comune con i musici di Palazzo ed i Portainsegne delle Città, Terre e Castelli formanti l’antico Stato senese. Seguiranno il Capitano del Popolo, i rappresentanti dei Terzieri di Siena e delle Masse e le comparse delle contrade partecipanti alla corsa. Dopo i paggi del Comune recanti festoni di alloro verranno le comparse delle contrade che non prendono parte alla corsa. Faranno seguito le rappresentanze delle corporazioni delle arti. Scortato dal Capitano di Giustizia e dai Cavalieri rappresentanti Contrade non più esistenti (Gallo, Leone, Orso, Quercia, Spadaforte,Vipera) seguirà infine il Carro trionfale recante i Trombettieri, i Quattro Provveditori della Biccherna, ed il Palio destinato alla Contrada vincitrice. Chiuderanno il Corteo gli armigeri del Comune.

1955: le monture che furono rinnovate il 2 luglio di quell’anno, le prime realizzate grazie al contributo del Monte dei Paschi, pur non discostandosi da quelli del ’28 se non per alcune modifiche nei tessuti e nei particolari, furono particolarmente apprezzate sia dal punto di vista stilistico che sotto il profilo qualitativo, risultando valide anche negli ultimi anni di utilizzo, nonostante l’usura del tempo. Le cronache di quel Palio di luglio ’55 parlano in modo entusiastico dei nuovi costumi definiti “da mille e una notte, da fiaba delle meraviglie per la ricchezza dei costumi dal valore incalcolabile, eseguiti con ricercatezza e precisione”. Piccole modifiche all’ordine di sfilata furono fatte in corso d’opera ed una novità riguardò l’ultimo atto del corteo, la sbandierata finale, introdotta nel 1919 in onore dei reduci della Grande Guerra. Nel 1955 fu deciso di far effettuare tale sbandierata da entrambi gli alfieri di ogni contrada, ma a partire dall’anno successivo si tornò ad impiegare un solo alfiere.

1981: eccoci infine all’ultimo rinnovo dello scorso secolo datato luglio 1981. In questo anno ci fu una svolta epocale nella storia della passeggiata, che fu profondamente rivoluzionata nello schema e nei numeri. La commissione di studio sulla riforma del corteo, nominata dal sindaco Barzanti nel 1970, lavorò per oltre 10 anni, e tra i vari argomenti di discussione ci fu anche quello dell’ammissione al corteo delle donne. I costumi comunali, realizzati su bozzetti di Sebastiano Morichelli, Pier Luigi Olla ed Ezio Pollai, furono ispirati ad un lasso temporale che andava tra la metà del 400 e gli inizi del 500 mentre quelli delle contrade furono in stile quattrocentesco. Tra i bozzettisti che realizzarono le monture delle 17 consorelle, oltre ai già citati Morichelli, Olla e Pollai, si ricordano anche Bruno Marzi, Gino Giusti, Anna Anni, Ilio Lorenzini, M. Pia Zani, e Donato Martelli. Il numero dei figuranti crebbe fino a quasi 600, circa 150 elementi in più rispetto al passato, e di conseguenza si ebbe un ampliamento del palco delle comparse, che fu ingrandito per ospitare tutti i monturati. Ciò comportò uno spostamento del Carroccio, che fino al 1980, una volta terminato il proprio giro di Piazza, veniva “parcheggiato” proprio dietro il grande palco ai piedi del Comune, mentre a partire dal 1981, si optò per la sua uscita dalla Bocca del Casato, così come accade anche oggi. Furono introdotte nel corteo figure nuove quali i Comandatori, previsti nel corteo del 55 ma mai inseriti, i tamburini di palazzo, il gruppo dello Studio senese, i gonfalonieri dei terzi, le rappresentanze di Massa Marittima e Montalcino, i vessilliferi di ogni contrada con l’insegna della corporazione delle arti, i balestrieri, che andarono a sostituire gli alabardieri, ed i cavalieri delle famiglie nobili. Nuovo fu anche il Carroccio, realizzato su disegno di Pier Luigi Olla che riprendeva quello del 1928 ma con piccole modifiche, quali la sostituzione dei pannelli dello Joni con frappe rosse con al centro gli stemmi delle contrade e sormontate dal altre più piccole con i colori bianco e nero. Sopra il carro, scortato de 8 fanti con roncone, i quattro provveditori di Biccherna del vecchio corteo, vennero sostituiti dai quattro di Balia, organismo nato con poteri e competenze limitate ma che nel corso dei secoli divenne una vera e propria magistratura permanente.

Anche in questa occasione vennero fatte delle lievi modifiche già a partire dall’agosto 1981, con l’eliminazione definitiva dei soprallassi delle 7 contrade non partecipanti (che riapparvero eccezionalmente nel corteo del settembre del 2000 per mostrare al pubblico le loro nuove monture) e lo spostamento in avanti nell’ordine di sfilata del gruppo del Capitano del Popolo e dei cavalieri delle contrade non più esistenti.

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IL CORTEO STORICO TRA 400 ED 800

Messaggio  jabru il Lun Ott 02, 2017 6:32 pm

ome è cambiata la passeggiata nel corso dei secoli.




Sin dal 400 le feste senesi furono solitamente precedute da sfarzosi cortei durante i quali le contrade comparivano in Piazza (da qui il termine “comparsa”) con figuranti in costume che sfilavano dietro grandi carri raffiguranti episodi storici o mitologici. Una prima precisa descrizione di queste magnifiche parate si ebbe con la celeberrima caccia ai tori del 1546, raccontata con dovizia di particolari nella cronaca di Cecchino Cartajo. Aprivano la sfilata i carri zoomorfi, riproducenti l’emblema della contrada, dietro ai quali sfilavano dei figuranti a piedi o a cavallo e l’alfiere che sventolava la bandiera. Tali carri avevano un ruolo determinante anche durante la caccia, costituendo il riparo per i cacciatori dalla furia dei tori o degli altri animali selvatici che venivano liberati in Piazza. Alle cacce ai tori, abolite con il Concilio di Trento, fecero seguito bufalate ed asinate, ed i cortei che anticipavano le corse risultarono ancor più belli, grazie anche all’introduzione del Masgalano (dallo spagnolo mas – galan, più elegante), un piatto d’argento ambito dalle contrade quanto, e forse anche di più del Palio stesso e che, così come riporta un documento del 1632, andava in premio alla contrada che ”sarà comparsa meglio con più lindura e minore spesa”. I carri costruiti in quel periodo dalda un capitano, due alfieri con bandiera ed 8 uomini in arme, tutti vestiti alla greca. le contrade persero la loro funzione difensiva, trasformandosi in stupende macchine allegoriche, al cui seguito si trovavano schiere di figuranti, alfieri e suonatori di tromba.
Con l’introduzione del Palio alla tonda si assistette ad un impoverimento nella presenza delle comparse, ed il Comune corse quindi ai ripari fissando un numero minimo di figuranti per ciascuna contrada (da prima 20, poi saliti, con il bando del 1721, a 24).

La situazione cambiò radicalmente nel corso dell’800, quando le grandi macchine allegoriche furono sostituite da comparse di figuranti vestiti alla greca, alla romana o in stile militaresco, il cui numero variava a seconda della disponibilità di ogni contrada. La vera svolta fu però nel 1813, quando il Comune ordinò a tutte le contrade di sfilare con lo stesso numero di monturati, con una comparsa composta In questa occasione fu introdotto nel corteo il Carroccio, dipinto in verde, recante mascheroni con un anello in bocca e trainato da cavalli che ospitava al suo interno i trombi della comunità. Nel pilone centrale veniva issato il drappellone, affiancato dalle bandiere delle 7 contrade non partecipanti. Questo carro sfilò sul tufo per oltre un secolo e fu sostituito nel 1928 dal Carroccio progettato dal Meacci. Nel 1822 furono ammesse al corteo anche le contrade che non correvano, e ciascuna consorella doveva sfilare con 3 alfieri. Un primo rinnovo dei costumi si ebbe nel 1826, con la creazione delle monture alla “spagnuola”, mentre nel 1839 venne dato al corteo un nuovo assetto con l’introduzione dei costumi all’italiana forniti in uso ad ogni contrada dalla Magistratura Civica per 20 anni, dopodiché sarebbero passati nella loro proprietà. Fu riformata anche la composizione della comparsa: un tamburino, due alfieri, il duce con 4 paggi, il barbaresco con il cavallo ed il fantino sul cavallo da parata. A causa di difficoltà finanziarie fu possibile realizzare solo le monture delle dieci contrade partecipanti al Palio di agosto; per il rinnovo delle altre si dovette attendere l’anno successivo. Inoltre, visti i grossi costi per la realizzazione dei costumi e per evitare un rapido logorio delle vesti, fu ordinato di utilizzare le nuove monture solo per i palii di agosto, mentre a luglio si sarebbero dovute usare costumi più vecchi. Con l’avvento del Risorgimento cominciarono a comparire sul Campo monture in stile piemontese, il cui uso durò fino al 1870, anno in cui il Bruco fu la prima contrada a presentarsi vestita alla medievale, con il tamburino che fu sostituito da un trombettiere. Anche altre contrade (Lupa, Montone, Onda) seguirono l’esempio del Bruco, tant’ è che nel 1876 furono realizzati, grazie al coordinamento ed al contributo del Comune che compartecipò alle spese delle contrade, i nuovi costumi che fecero il loro debutto nel 1879. Essi si riferivano al periodo tra il 300 ed il 500 e si rifacevano ai dettami della scuola purista, sorta a Siena nella seconda metà del XIX secolo e che si ispirava alle opere dei grandi artisti rinascimentali. Ultime, ma non meno importanti modifiche ottocentesche, furono quella del 1885 che introduceva nel corteo la fanfara di Palazzo che intonava le note della marcia del Palio, suonata per la prima volta dalla banda comunitativa nel 1837, ed un accrescimento, del numero totale dei figuranti, datato 1887, che prevedeva l’inserimento del figurin maggiore nelle comparse delle contrade e delle rappresentanze comunali che avevano il compito di aprire e chiudere il corteo.

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16 AGOSTO 1958

Messaggio  jabru il Lun Ott 09, 2017 6:19 pm

Gaudenzia scossa vince per l’Istrice. Era montata da Biba.




Il racconto del Palio del 16 agosto 1958 è l’occasione giusta per ricordare la figura di Umberto Castiglionesi detto Biba, vincitore di quella carriera per l’Istrice e scomparso pochi giorni or sono a Santo Domingo all’età di 81 anni. Biba, nato il 22 ottobre 1936 a Castiglione del Lago, debuttò in Piazza nel luglio ’56 montando Signorina per la Lupa, ed in totale disputò, sino al luglio 1964, 12 carriere, vestendo i giubbetti di 9 contrade (Lupa, Istrice, Torre, Civetta, Selva, Aquila, Oca, Leocorno e Tartuca).

In quel Palio di agosto ’58 erano presenti tutti i bomboloni e dopo la tratta ben 5 contrade potevano nutrire grosse ambizioni di vittoria: la Lupa, nella cui stalla era tornata Archetta, stavolta affidata a Lazzero, il Drago con la vecchia Gaudenzia montata da Vittorino, il Bruco con Belfiore e Rondone, accoppiata vincitrice a luglio, la Pantera con la forte ma problematica Tanaquilla e Ciancone ed infine l’Istrice con la promettente Uberta de Mores e Biba, lo stesso binomio che nel Palio precedente aveva sfiorato la vittoria per i colori della Torre, conducendo per quasi un giro e facendosi superare dal Montone al primo Casato a causa di un’errata impostazione della curva da parte del fantino di Salicotto. Le altre al canape furono la Giraffa con Capriola e Solitario, il Montone con Stella III e Tristezza, l’Onda con Urbino e Terribile, il Nicchio con Serenata e Menghino e la Chiocciola con Zulima e Musingo. I tre giri furono un monologo della contrada dai quattro colori, ma nel finale non mancò il brivido. Dai canapi, le più veloci a scattare furono proprio l’Istrice e la Giraffa, mentre Vittorino forzò la mossa rimanendo attardato assieme al Bruco ed entrambe non entrarono mai nel vivo della corsa. Dopo il primo giro le posizioni sembravano già definite con l’Istrice in controllo, seguito da Giraffa, Lupa e Pantera. All’ultimo Casato, il momento che poteva cambiare la storia di quel Palio: così come accaduto nel luglio precedente, Biba sbagliò l’impostazione della curva, sbatté sui palchi, ma stavolta non riuscì a rimanere a cavallo e cadde. Uberta rimase per un attimo ferma in mezzo alla pista, ripartendo solo appena sentì gli altri cavalli galopparle a fianco; così facendo riuscì a tagliare per prima il bandierino davanti alla Pantera che si era buttata all’interno per cercare un varco che non si aprì mai, ed alla Giraffa, rimasta all’esterno.

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PILLOLE OTTOCENTESCHE

Messaggio  jabru il Lun Ott 16, 2017 5:22 pm

Il XIX secolo si aprì con due carriere ricche di tensioni e polemiche. Il mattatore di quell’anno fu Francesco Sucini detto Polpettino, precedentemente noto solo per le sue illustri parentele (era infatti il figlio di Luigi, detto Nacche, 8 volte vincitore nel Campo) e per alcuni guai con la giustizia (più volte era stato processato per furto di stoffe o vestiari vari), cosa per altro frequente tra i fantini di allora, non certo conosciuti per essere degli stinchi di santo. In quel 1800 però, Polpettino passò alla storia conquistando ambedue i Palii, gli unici della sua breve carriera. Il Palio di luglio, corso il 3 a causa di un acquazzone abbattutosi durante il corteo storico, Polpettino lo vinse per i colori dell’Istrice, grazie anche all’aiuto del babbo Nacche che correva nella Torre. La corsa fu emozionante e vide alternarsi in testa la Tartuca con Biggeri, l’Oca con il Gobbo Chiarini e la Selva con Caino che cadde al secondo Casato. Passò così in testa la Torre, inseguita dall’Istrice che come cavallo aveva il morello del Ricci, considerato da tutti, ed anche dagli stessi istriciaioli, come si può leggere in alcuni documenti conservati nell’archivio della contrada di Camollia, una brenna. Quando la Torre sembrava ormai la vincitrice, Nacche (che per la verità poco fece per difendere la sua posizione) fu sorpassato dal figlio che vinse il suo primo Palio, scatenando così le proteste dei torraioli che pretendevano il drappellone che, solo dopo diversi minuti, fu consegnato ai legittimi vincitori.

Ad agosto, nel Palio corso grazie ad una sottoscrizione popolare il giorno 17 perché domenica, Polpettino fece il bis, stavolta per la Tartuca, montando il baio del Brecchi in una carriera combattuta, nella quale Lupa ed Oca provarono a contendere la vittoria al giovane Sucini. Non passarono certamente inosservate le schermaglie tra i fantini di Nicchio e Montone, rispettivamente Vecchia e Piaccina, definiti con grande eleganza da un cronista dell’epoca “due birbanti” che, rimasti fermi al canape, diedero vita ad uno scontro in pista a suon di pugni, schiaffi e graffi che perdurò anche durante i vari passaggi dei cavalli, per concludersi solo al termine del Palio, grazie all’intervento dei soldati che separarono i due contendenti traducendoli immediatamente in carcere. Come se non bastasse, anche il Palio alla lunga del 15 agosto diede vita a notevoli polemiche. Tra gli 11 partecipanti c’era anche la giumenta del fiorentino Giuseppe Montelatici, che i proprietari degli altri cavalli al via ritenevano di razza inglese e quindi da non ammettere alla corsa, in quanto il regolamento vietava la partecipazione di questi cavalli e di quelli di razza Berbera. I giudici della mossa, accompagnati da 3 periti, effettuarono un’ispezione sulla cavalla in questione, e non ritenendola di razza inglese la ammisero al Palio. Ma gli altri proprietari non si arresero ed il giorno della corsa fecero pervenire ai giudici un precetto del Tribunale del Vicario che imponeva loro di non consegnare il premio al Montelatici in caso di vittoria della sua cavalla. Ma questi non tennero conto di tale precetto, ritenendo il Tribunale del Vicario non competente in materia ma soprattutto perché i proprietari non sollevarono alcuna obiezione al momento del sorteggio dei posti di partenza. La cavalla del Montelatici corse quindi regolarmente il Palio alla lunga del 15 agosto 1800 ed essendo di qualità superiore agli altri, vinse agevolmente la corsa che si concluse senza ulteriori contestazioni.

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2 LUGLIO 1775

Messaggio  jabru il Lun Ott 23, 2017 7:22 pm

La vittoria di Romeo e l’ode dello Stratico.




Il Palio del 2 luglio 1775 ebbe un esito a sorpresa, in quanto fu vinto dal Nicchio con il giovane debuttante fantino Bernardino Poggi detto Romeo, dalle cronache definito quattordicenne ma che in realtà, così come dimostrano i documenti di anagrafe, aveva venti anni, che montava il cavallo baio del Santini, considerato da tutti, persino dagli stessi nicchiaioli, la classica brenna che non dava speranza alcuna di vittoria. Ma la maestria di Romeo e la sua fame di vittoria permisero alla contrada dei Pispini di ribaltare ogni pronostico, e con questo trionfo inaspettato il Poggi poté entrare nell’Olimpo dei fantini del Palio grazie soprattutto ad una stupenda ode a lui dedicata e detta “Romeide”, definita dagli storici uno dei più bei componimenti sulla nostra festa, scritta da Giovan Domenico Stratico, monaco domenicano nato a Zara, divenuto poi docente di esegesi biblica presso la nostra Università, che nella sua permanenza a Siena si appassionò al Palio ed alla contrada del Nicchio.

La carriera, che fu definita dalle cronache “bella oltre ogni dire”, vide come grande ma sfortunato protagonista il mitico Bastiancino che correva per la Giraffa sul sauro del Ricci, il cavallo favorito. Egli condusse la corsa per oltre due giri, resistendo a suon di nerbate e trattenute agli attacchi simultanei portati da Castagnino e Batticulo, rispettivamente fantini di Tartuca e Pantera. Ma il re della Piazza, come ebbe a definirlo lo Stratico, non aveva fatto i conti con la grinta di Romeo il quale, dopo aver rifiutato i soldi offerti da Bastiancino alla mossa, lo superò con grande abilità negli ultimi metri tagliando così per primo il bandierino tra lo stupore generale. Fu questa l’unica vittoria di Bernardino Poggi che successivamente disputò altre 14 carriere senza successo. Nonostante ciò, grazie ai versi dedicategli dallo Strartico, che lo paragona addirittura ai miti della Piazza Ministro, Carnaccia, Strega, egli ha acquisito un posto di diritto nella storia del Palio. In conclusione di questo nostro articolo vorremmo riportare un epodo della più volte citata ode che descrive con dovizia di particolari l’esultanza dei nicchiaioli dopo la corsa e nel quale possiamo certamente riscontrare diversi tratti comuni con l’irrefrenabile giubilo moderno:

Nicchio ognun grida; e il vecchierel per festa
Non sente il peso della grave etade,
Nicchio la donzelletta
Con sottil voce annunzia alle contrade,
E la madre importuna al Nicchio affretta;
Là il cittadin si presta,
Là volge il volgo clamoroso i passi:
Senza contegno schivo
La vergine, e il garzon par, che si ammassi,
E baci cambi, ed abbracciar giulivo.
Odi suono festivo
De' cavi bronzi. Scintillar vedresti
Fiamme; ma alto poter vien, che le arresti.

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17 AGOSTO 1817

Messaggio  jabru il Lun Nov 13, 2017 9:15 pm

Il Palio che andremo a raccontare quest’oggi è quello del 17 agosto 1817, corso il giorno successivo a quello canonico in quanto domenica, vinto dalla Lupa che, come spesso accadeva in quegli anni, ebbe un seguito nelle aule dei tribunali. Il primo sussulto di quella carriera si ebbe al canape quando Scricciolo, fantino dell’Aquila e Botto della Torre arrivarono lanciati nei pressi del canape e forzarono la mossa, rovinando così a terra. L’incidente non causò conseguenze gravi ai fantini, ma provocò le vibranti contestazioni di Scricciolo che prese a mal parole uno dei giudici della mossa che gli intimava di avvicinarsi al canape come tutti gli altri colleghi. Tornata la calma, fu data la partenza valida ed il Bruco, con il vecchio Piaccina, prese subito diverse lunghezze di vantaggio seguito dall’Onda con Caino, mentre il Palio di Ciccina del Drago terminò subito in quanto trattenuto da Brandino della Pantera. Il Bruco mantenne la testa sino al terzo giro quando si concretizzò la grande rimonta della Lupa che tagliò per prima il bandierino con il fantino Filippo Rossi detto Vecchia, al suo primo successo dopo 29 tentativi infruttuosi. L’irriverenza di Scricciolo alla mossa non passò però impunita in quanto il fantino dell’Aquila fu processato e condannato a 3 giorni di carcere a pane e acqua. Va detto come Scricciolo, al secolo Giovanni Morandi non fosse certamente uno stinco di santo e risultò essere un abituale frequentatore dei tribunali: dai documenti dell’epoca emerge come in gioventù fu processato per aver partecipato alle scorribande del Viva Maria, per essere stato pizzicato a giocare a morra in pubblico, ed addirittura per detenzione, assieme ad altri personaggi, di piccioni domestici “che mandano liberi per la città”. Come fantino, il Morandi disputò 10 carriere senza vincerne alcuna, ma balzò lo stesso agli onori della cronaca non solo per il gesto sopra citato, ma soprattutto per la clamorosa parata ai danni dell’Oca nel Palio del suo esordio nel 1809 quando vestiva i colori della Torre, che secondo gli storici, è stato l’episodio decisivo per la nascita della rivalità tra le due contrade. Quella dell’agosto 1817 fu l’ultima apparizione sul tufo di Scricciolo che, terminata la carriera di fantino, non abbandonò la sua vita da ribelle, tant’è che nel 1815 lo ritroviamo ospite delle patrie galere per 20 giorni per aver partecipato ad una rissa in centro con dei militari.

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16 AGOSTO 1948

Messaggio  jabru il Mar Nov 21, 2017 8:20 pm

La Lupa trionfa in una carriera ricca di episodi clamorosi.




Gli avvenimenti del Palio del 16 agosto 1948, assieme a quelli verificatesi nel Palio della Pace, portarono il Comune a provvedere ad una sostanziale modifica delle regole della nostra festa, in particolar modo per ciò che riguarda la responsabilità delle contrade attraverso l’introduzione, con la revisione regolamentare del 1949, del famoso articolo 101, e con l’estensione degli ambiti di responsabilità contradaiola anche per i fatti commessi dai monturati.

Che quel Palio fosse particolare lo si intuì sin dalla tratta: la mattina del 13 agosto vennero infatti segnati appena 7 cavalli, e solo con mille difficoltà si riuscì ad arrivare ad 11 soggetti, reperendone alcuni addirittura dai barrocci presenti in città. Dopo la rapida scelta dei capitani che esclusero la sola Dora, la sorte diede il suo responso, favorendo l’Onda con il mitico Piero che sarà montato da Pietrino, la Selva con Salomè, vincitrice a luglio, ed Amaranto, e la Torre con Brillante e Ganascia, mentre alla Lupa toccò nuovamente in sorte Noce, che così come nella carriera precedente fu affidato a Ranco. Le altre partecipanti furono la Giraffa con Falchetto e Smania, la Pantera con Anita e Lampino, l’Aquila con Ginestrella e Biondino, il Montone con Gioiosa e Tirone, Il Bruco con Mistero e Ghisa ed il Drago con Ida e Granchio, questi ultimi tre fantini al debutto. La sera della terza prova, Pietrino cadde al canape, infortunandosi ad un piede; la dirigenza ondaiola lo sostituì per le restanti prove con Porcino, ma alla segnatura presentò proprio Pietrino, nonostante le sue precarie condizioni fisiche.

La mossa di quel Palio diede origine a mille polemiche: un primo allineamento venne annullato a causa della forzatura con conseguente caduta della Lupa. Il mossiere Guidarini ordinò il cambio della busta, ma il veto posto dai capitani e dai deputati fece sì che le contrade rientrassero tra i canapi con il primo ordine. Il successivo tentativo fu quello buono. Uscì prima la Lupa che fin da subito assunse diversi colonnini di vantaggio sul resto delle contrade capeggiate dalla Pantera e dal Bruco, mentre l’Onda restò arretrata in quanto ostacolata dallo stesso Bruco e dalla Torre (Ghisa e Ganascia furono per questo motivo squalificati per un Palio), e la corsa dello stoico Pietrino si concluse con una caduta al secondo San Martino. Durante il terzo giro accadde di tutto: la Lupa era ormai involata verso la vittoria quando, al terzo San Martino, un contradaiolo della Torre entrò in pista per cercare di fermare l’accoppiata di Vallerozzi, ma Ranco riuscì a respingere l’imprevisto attacco con una sonora nerbata. Poco dopo, all’altezza del palco delle comparse, il tamburino dell’Onda scagliò il suo tamburo verso il cavallo battistrada, mancando fortunatamente il suo obiettivo e non impedendo così alla Lupa di tornare al successo dopo soli 3 anni.

Quel figurante, autore di un gesto tanto sconsiderato quanto pericoloso, era Novello Inglesi, che 32 anni dopo avrà l’onore di vincere, da capitano della sua contrada, un incredibile quanto insperato Palio con Miura e Marasma.

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IL REGOLAMENTO

Messaggio  jabru il Sab Dic 02, 2017 10:29 pm

Iniziamo oggi un viaggio tra le norme che regolano la nostra festa.




Gli avvenimenti delle due carriere del 2017 hanno evidenziato la non completa conoscenza da parte di alcuni senesi su certe disposizioni contenute nel regolamento del Palio. Iniziamo quindi oggi alcuni appuntamenti attraverso i quali proveremo a far un po’ di chiarezza in materia, andando ad analizzare le regole che disciplinano la nostra festa e soffermandoci maggiormente su quelle meno conosciute o che possono essere maggiormente equivocate. Il nostro scopo non sarà certamente quello di proporre delle lezioni di “diritto paliesco”, ma di provare ad avvicinare i contradaioli al regolamento, che non deve essere visto come un comune codice legislativo, ma come la raccolta di norme che regola la massima espressione della gioia del popolo senese e che, come tale, merita di essere ben conosciuto.

L’articolo 1 fissa in modo perentorio nel 2 luglio e nel 16 agosto le date di effettuazione dei Palii ordinari. Prima della revisione regolamentare del 5 giugno 1949, esisteva la facoltà di spostare la data delle carriere; l’articolo 1 del regolamento del 1906 che riprendeva una prassi ottocentesca recitava infatti che “le date ordinarie del palio in ciascun anno sono il 2 Luglio ed il 16 Agosto. Per i palii straordinari le date saranno stabilite dall'Autorità Municipale…. È in facoltà della Civica Rappresentanza, di concerto con le Contrade, di anticipare o posticipare di qualche giorno tali ricorrenze quando ragioni di pubblico interesse ne suggeriscano le opportunità”. A tal proposito possiamo ricordare come nel 1861 e nel 1862 i Palii di luglio furono spostati al 2 giugno in concomitanza della festa dello Statuto, o come nel 1887 il Palio ordinario fu posticipato al 16 luglio in occasione della venuta a Siena dei reali. Il successivo art. 2 sanciva come “nel caso in cui la data di un palio straordinario fosse assai prossima a quella di uno degli ordinarî, la Rappresentanza Municipale potrà stabilire che si ritenga come ordinario il palio straordinario; ciò però in via eccezionale e di pieno accordo con i Priori delle Contrade che prendono parte a quella corsa e che a tale scopo dovranno essere convocati in adunanza”. Così accadde, ad esempio, nel 1889 quando il Palio del 16 agosto fu considerato straordinario, mentre l’ordinario fu disputato il 25 dello stesso mese per il passaggio a Siena dell’ VIII Corpo di Armata.

A proposito di carriere straordinarie, l’art. 2 dell’attuale regolamento prevede che in presenza di eventi o ricorrenze eccezionali, (espressione anch’essa aggiunta al testo normativo nel 1949 al fine di evitare l’abuso degli straordinari per avvenimenti di scarsa rilevanza), non necessariamente di carattere religioso, possono essere indetti Palii straordinari su iniziativa del Sindaco, della Giunta Municipale (da qui in avanti Giunta), o del Consiglio Comunale (di qui in avanti Consiglio) o su richiesta del Magistrato delle Contrade (da qui in avanti Magistrato) o di comitati o enti cittadini. Se la richiesta risulta fondata, il Sindaco informa il Magistrato che provvede a consultare le contrade che non abbiano punizioni in corso al fine di raccogliere le adesioni mediante le relative assemblee. Se almeno 10 contrade aderiranno allo straordinario, spetterà al Consiglio la decisione ultima sull’effettuazione altrimenti, così come accaduto nel 2011 con il “Palio del Costituto”, la procedura si interromperà. Una volta che il Consiglio si sarà espresso favorevolmente, il Sindaco provvederà a darne comunicazione alle contrade, consentendo così a quelle che in un primo momento avevano espresso parere negativo o che si erano astenute, di aderire o di rinunciare definitivamente allo straordinario. Questa ultima decisione dovrà essere comunicata per iscritto al Sindaco ed al Magistrato entro 10 giorni. In mancanza di tale comunicazione la contrada si considererà rinunciataria a tutti gli effetti. La possibilità data alla contrada di ritornare sui propri passi dopo il primo parere negativo fu introdotta solo con la revisione regolamentare del 1970.

L’art. 7 precisa come la soprintendenza e la direzione dei Palii ordinari e straordinari spettino all’Amministrazione Comunale, che è coadiuvata in tali funzioni da una Deputazione ( i cd Deputati della Festa) composta da 3 membri nominati dalla Giunta. Per questa nomina, il Magistrato presenterà al Comune una segnalazione non vincolante di almeno 6 nominativi. La Deputazione, nello svolgimento dei propri compiti si avvarrà dei 3 Ispettori di Pista, introdotti ufficialmente nel regolamento a partire dal 1981, e che sono nominati con la stessa modalità dei Deputati della Festa.

Nel 1949 fu poi inserito il divieto, oggi contenuto nell’ultimo comma dell’art. 8, di promuovere lotterie, concorsi o iniziative che possano far sorgere interessi economici sul Palio poiché, come emerge dalla relazione della commissione per la revisione del regolamento “le finalità del Palio e lo spirito che lo anima rendono necessaria la sua conservazione così come tramandata senza interferenze esterne che, oltre a menomarne il pregio, finirebbero col turbarne lo svolgimento per le inevitabili conseguenti interferenze”.

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LE CONTRADE ED I CAPITANI NEL REGOLAMENTO

Messaggio  jabru il Lun Dic 04, 2017 7:40 pm

Le norme riguardanti i massimi dirigenti, il seggio ed i loro rapporti con il Comune.




Nel secondo appuntamento del nostro viaggio all’interno del regolamento del Palio, ci occuperemo delle norme contenute nel capo II, un capitolo interamente tecnico e riguardante le contrade, il capitano, il seggio ed i rapporti che questi soggetti intrattengono con il Comune.

L’articolo 9 del regolamento dispone che le Contrade sono Enti autonomi, e come tali provvedono alla loro amministrazione e svolgono la loro attività in modo indipendente, conformandosi alle norme portate dai propri Capitoli o Statuti ed ispirandosi alle antiche tradizioni, sebbene, a norma del 4° comma dello stesso articolo, in occasione del Palio, le Contrade sono tenute all'osservanza delle prescrizioni municipali in tutto ciò che si riferisce alla parte preparatoria ed al regolare e decoroso svolgimento della celebrazione. L’alto patrocinio delle contrade spetta al Comune (art. 9.3). Queste disposizioni confermano in pieno le parole di Aldo Cairola che descriveva le contrade come “entità amministrative militari e religiose che vivono un’autonomia reale segnata da secoli di storia….che governano le loro sedi religiose….che hanno leggi che regolano i propri confini e che stabiliscono nel Comune un garante”. Di fondamentale importanza è anche il secondo comma del già citato art. 9 (le insegne, bandiere, stemmi, imprese, costumi e raffigurazioni singole o collettive delle contrade non possono essere riprodotte ed esposte al pubblico, o diffuse, senza la preventiva autorizzazione della Contrada interessata e del Magistrato delle Contrade. I contravventori sono perseguiti nei modi di legge), che tutela le consorelle e la loro immagine da eventuali ed illegittimi sfruttamenti.

L’autonomia contradaiola può in alcuni casi venire meno, come, ad esempio, nella fattispecie prevista dall’art.10: quando venga a mancare il Seggio e agli appartenenti alla Contrada, malgrado i formali inviti scritti dei Comune, da affiggersi presso la sede per tre volte di seguito e per dieci giorni ciascuno, non riesca possibile la ricostituzione, e gli appartenenti stessi invochino tale provvedimento, o con la loro inerzia lo rendano indispensabile o quando si verifichi da parte della Contrada una assoluta e ingiustificata inattività che si prolunghi per almeno un triennio, così che il Seggio in carica debba considerarsi decaduto, la Giunta, sentito il parere del Magistrato può nominare un commissario per la ricostituzione del Seggio e per la sua momentanea reggenza, scelto tra una rosa di 3 nomi di esperti di vita contradaiola fornita dal Magistrato stesso. Tale commissario durerà in carica 3 mesi, alla scadenza dei quali, se il Seggio non sarà ricostituito o perdurerà l’inattività, ne verrà nominato un altro.

Ogni contrada dovrà comunicare al Comune una lista con i nomi dei componenti del Seggio, indicando le cariche ricoperte da ognuno di essi. Tale comunicazione deve essere fatta ogni volta che la contrada provvede ad una modifica, anche parziale, di tali componenti, o comunque entro il 31 maggio di ogni anno. In mancanza di tale comunicazione, la rappresentanza nei confronti del Comune non potrà essere esercitata (art.12). Il Comune riconosce nel Priore il capo della contrada ed il suo legale rappresentante e corrisponde con esso per ciò che riguarda la singola contrada (art 13). Per le questioni di Palio invece il Comune corrisponde con il Capitano, il cui nominativo (art 14) dovrà essere notificato al Sindaco entro la fine di maggio, per essere da questi approvato. Già nell’800 era in vigore tale pratica, ma in quell’epoca l’approvazione serviva soltanto ad evitare che le contrade eleggessero come massimo dirigente una persona con precedenti penali gravi o che svolgesse la carica per mero scopo di lucro. Addirittura a metà del XIX secolo c’era chi riuscì a farsi eleggere capitano di più contrade, come ad esempio Alessandro Medici, già capitano del Leocorno per quasi 10 anni, poi capitano del Nicchio nominato capitano dell’Aquila nel 1851, la cui elezione non fu approvata dal Comune poiché egli risultò “oltremodo pregiudicato con la giustizia e con la polizia”. Decorso il termine sopra citato, le funzioni del Capitano saranno attribuite al Priore, come accaduto lo scorso anno a Gabriele Gragnoli della Lupa o, per citare un ulteriore esempio di capitano – priore vittorioso sul Campo, a Luigi Socini Guelfi che, nel luglio 1955 ricopriva contemporaneamente le cariche di massimo dirigente e di Rettore del Bruco. A norma dell’articolo 15, non sono eleggibili a capitano coloro che non abbiano compiuto la maggiore età, gli interdetti, gli inabilitati, chi si trovi in stato di fallimento e chiunque abbia riportato condanna per reato comune, non colposo. In presenza di simili circostanze, il Sindaco, entro 15 giorni deve comunicare alla contrada i motivi di ineleggibilità, invitandola alla sostituzione. Modifiche alla persona del Capitano sono ammesse solo per giustificato motivo purché tale modifica sia notificata non oltre il dodicesimo giorno prima dell’assegnazione dei cavalli. Avverso la nomina del Capitano da parte della contrada è ammesso il ricorso alla Giunta (art.16) entro 5 giorni dalla sua nomina, se in presenza di uno dei casi di ineleggibilità, se alla votazione abbiano partecipato persone che non avevano diritto di voto o se la nomina è avvenuta a seguito di minacce o raggiri. Tale ricorso deve essere presentato da almeno 10 contradaioli aventi diritto al voto e deve essere corredato da atti, documenti o dichiarazioni probatorie. La Giunta comunica l’esito del ricorso entro un termine stabilito e la sua decisione è inappellabile. Per ogni Palio il capitano ha l’obbligo di notificare al Sindaco, non meno di 10 giorni prima dell’assegnazione dei cavalli, i nominativi dei suoi Fiduciari che, debbono essere approvati e non debbono trovarsi nei casi di ineleggibilità ricordati dall’art.15, in quanto potranno essere loro a sostituire il Capitano in caso di sua assenza o indisposizione. Entro il termine sopra ricordato, il Capitano deve altresì notificare il nome del Barbaresco per l’approvazione da parte del Sindaco, il quale dovrà poi motivare l’eventuale diniego (art. 17).

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LA PRESENTAZIONE DEI CAVALLI E LE BATTERIE

Messaggio  jabru il Mar Dic 12, 2017 8:51 pm


l 1676 fu un anno di svolta nella storia del Palio in quanto la Biccherna, al fine di consentire a tutte le contrade, anche a quelle meno abbienti, le stesse possibilità di vittoria, introdusse l'estrazione a sorte dei cavalli, che in precedenza venivano scelti liberamente da ogni consorella. Il capo IV dell’attuale regolamento tratta in modo dettagliato non solo tutte le fasi di presentazione, scelta ed assegnazione dei cavalli, ma anche i vari appuntamenti preliminari. L’art. 37, a partire dal quinto comma, disciplina la previsita ed illustra i vari compiti della commissione veterinaria. Per poter partecipare alla tratta i cavalli debbono superare alcuni step, il primo dei quali è appunto la previsita, alla quale i cavalli vengono sottoposti dietro richiesta scritta dei proprietari, nei tempi e nei modi fissati dal Sindaco. La visita è svolta da una commissione di veterinari nominata dalla Giunta che, prima della tratta, deve fornire all'Autorità Comunale, nei termini dalla medesima fissati, la nota dei cavalli previsitati, con i pareri espressi nelle previsite. Detta nota sarà portata a conoscenza dei capitani delle Contrade ai fini della formazione delle batterie. L'Amministrazione Comunale può inoltre incaricare apposita commissione della quale devono comunque far parte i Veterinari di cui sopra di procurare ed assicurare la presentazione, per il giorno della tratta, di un congruo numero di cavalli, sui quali la Commissione Veterinaria, abbia espresso parere sulla idoneità sanitaria alle Corse nel 'Campo'. Il regolamento nulla dice circa le cosiddette prove di addestramento regolamentate, che a partire dal luglio 1992 hanno sostituito le vecchie, romantiche, ma oggi decisamente improponibili prove di notte. Una serie di ordinanze disciplinano questo primo momento di Palio che si svolge all’alba del 28 giugno e del 12 agosto (soltanto nel luglio 2011, le prove si svolsero in due giorni, 27 e 28 giugno, visto l’alto numero di ammessi, ma dal 2018 potrebbero esserci delle novità in merito), prevedendo inoltre l’automatica esclusione dalla tratta di tutti quei cavalli che non vengono presentati a tale appuntamento o di quelli giudicati dai veterinari non sufficientemente addestrati per correre in Piazza.

Secondo l’art. 38, la presentazione dei cavalli per la tratta deve avvenire la mattina del 29 giugno o del 13 agosto nell’orario stabilito (tra le 6.30 e le 7.30), alla presenza rappresentante dell'Autorità Comunale, assistito da un Segretario e dal Veterinario Municipale, i Deputati della Festa ed i Capitani delle dieci Contrade partecipanti alla corsa. Ogni proprietario può presentare, a proprio rischio e pericolo, restando il Comune completamente esonerato da ogni e qualsiasi responsabilità per quanto ai cavalli stessi possa accadere nello svolgimento o per effetto di tutte le corse di prova e del Palio, uno o più cavalli che debbono essere muniti solamente di morso e briglia. Una volta iscritto, il cavallo passa nella disponibilità dell’Amministrazione Comunale e non può essere ritirato dal proprietario sino al termine delle operazioni di tratta. I cavalli scelti, una volta assegnati in sorte, restano in uso alla contrada fino al Palio, il cavallo vincitore resta invece a disposizione della contrada anche nel giorno successivo per il tradizionale giro di omaggio ai protettori. All’atto dell’iscrizione i cavalli vengono contrassegnati da un numero progressivo apposto sulla coscia, che sarà l’unico segno distintivo del soggetto, ed i suoi dati, assieme a quelli del proprietario e dell’accompagnatore saranno registrati in un apposito elenco. La scelta dei dieci barberi da assegnare alle contrade avviene dopo la disputa di corse di prova, le cosiddette batterie, durante le quali si applicano le stesse norme previste per prove e per il Palio (art. 41). I cavalli dovranno essere montati da fantini che abbiano raggiunto la maggiore età e che non debbono avere in corso punizioni riportate in Palii precedenti. Essi dovranno indossare un giubbetto bianco ed un cap rivestito con i colori della Balzana che dall’agosto 1991 ha sostituito il vecchio cappellino in tela.

Le batterie vengono composte dai Capitani delle Contrade nel modo da essi ritenuto più rispondente allo scopo (art. 42.1). Anche per le batterie i cavalli debbono correre nudi. Questa disposizione, che oggi può sembrare ovvia, in realtà non ha molti anni di vita e risale al 1920; in precedenza non era raro infatti vedere fantini montare con strumenti che potessero facilitare la cavalcatura. Un cavallo, a norma del secondo comma dell’art. 42 può essere provato più volte se i capitani lo ritengono opportuno. L’art. 40 prevede infine una disposizione che oggi appare inutile, ma che in un passato non tanto remoto ha addirittura rischiato di vedere applicazione (nell’agosto 1948, ad esempio, furono segnati, con molta fatica, appena 11 cavalli): qualora il numero dei cavalli presentati sia inferiore a dieci, il Comune provvede alla requisizione dei cavalli occorrenti. L'indennità da corrispondersi per tali requisizioni è stabilita nel decreto che la dispone, tenendo presente il compenso assegnato dall'Amministrazione Comunale agli altri proprietari.

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I BARBERI

Messaggio  jabru il Lun Dic 18, 2017 7:24 pm

Le norme regolamentari sull’assegnazione dei cavalli.



Dopo che nell’ultimo appuntamento abbiamo trattato le norme regolamentari relative alla presentazione dei cavalli ed alle batterie di selezione, oggi ci soffermeremo su quelle concernenti l’assegnazione e su alcune regole che le contrade sono tenute rispettare una volta avuto il barbero in sorte.

Gli artt. 45 e 46 disciplinano le modalità di scelta dei cavalli. All’interno del Palazzo Pubblico si tiene un’adunanza alla quale sono ammessi a partecipare il Sindaco ed un segretario, i Deputati, il veterinario comunale che ha il compito di fornire un motivato parere tecnico su ogni soggetto, prima che abbia inizio la scelta, il mossiere che può fornire solo informazioni e pareri tecnici, ed ovviamente i 10 Capitani, gli unici con diritto di voto. Essi, a norma del quarto comma dell’art. 45 possono chiedere che” vengano esclusi dalla adunanza quelli di loro che siano proprietari di alcuno dei cavalli da scegliere, o che ne abbiano effettuata la presentazione per incarico del proprietario”. I cavalli sono singolarmente discussi seguendo l’ordine di presentazione ed in occorrenza sono posti in votazione, che, a richiesta, può avvenire in forma segreta. Procedendo per eliminazione, deve essere compilata una nota comprendente i soli dieci cavalli prescelti, ai quali viene assegnato un nuovo numero d'ordine dall'1 al 10, in rapporto a quello progressivo di presentazione. Al termine della riunione, “mentre i cavalli non accettati debbono dai rispettivi proprietari o presentatori venire ritirati, senza diritto ad alcun compenso, i dieci prescelti, contrassegnati dal numero applicato alla testiera della briglia, vengono condotti a mano dalle persone che li hanno presentati, in un recinto all'uopo predisposto dinanzi al Palazzo Comunale”. La cerimonia di assegnazione è disciplinata dall’art. 48 e si svolge su un palco appositamente decorato ed elevato per renderlo ben visibile al pubblico. Di fronte a tale palco debbono prendere posto i barbareschi delle contrade partecipanti vestiti in costume. Solo dal 1936 l’assegnazione si svolge in forma pubblica. Precedentemente infatti, tale cerimonia si svolgeva all’interno del Cortile del Podestà ed era riservata a pochi intimi (Podestà, Capitani e barbareschi), ed i contradaioli venivano e conoscenza dell’esito del sorteggio solo al momento dell’uscita dall’Entrone del barbaresco con il cavallo. Secondo l’art. 49, “in seguito al sorteggio, il cavallo viene assegnato e consegnato alla Contrada, questa acquisisce il diritto di usarlo per i soli fini e nei modi stabiliti dal presente regolamento e assume l'obbligo di curarne la custodia ed il mantenimento. La Contrada resta peraltro completamente esonerata da ogni e qualsiasi responsabilità per quanto possa accadere al cavallo stesso nello svolgimento e per effetto di tutte le corse di prova e del Palio, nonché per i casi di forza maggiore che possono verificarsi mentre il cavallo e affidato alla custodia della Contrada medesima. Contravvenendo, la Contrada è passibile dell'esclusione dai Palii ordinari e straordinari per un periodo da uno a tre anni ed e tenuta a risarcire il proprietario di ogni eventuale danno che il cavallo avesse sofferto”. Le contrade sono così tenute a partecipare alle prove ed al Palio con il cavallo loro assegnato (art. 50.1) e nessuna può pretendere la sua sostituzione nel caso in cui esso non sia in grado di correre o deceda per qualsiasi causa. In tali eventualità, mentre resta fermo per la Contrada l'obbligo di presentarsi insieme alle altre, con la propria Comparsa, nel Corteo Storico, viene meno il diritto di prender parte al Palio. Le contrade, pertanto, non possono sostituire il cavallo avuto in sorte. sotto pena dell'esclusione per dieci anni dai Palii ordinari e straordinari e senza pregiudizio di ogni altra azione civile o penale contro i responsabili. Inoltre la Contrada che abbia cambiato o sostituito il cavallo si considera, ad ogni effetto, come non partecipante al Palio. L’art. 83 ricorda infine “che Le Contrade non possono, per alcun motivo (tranne che per assoluta impossibilità fisica preventivamente accertata) ritirare il proprio cavallo dal Palio, in qualunque fase della celebrazione e quali che siano gli incidenti che possano verificarsi. Contravvenendo, le Contrade sono passibili dell'esclusione dai due Palii successivi, ordinari o straordinari”. Un caso simile lo possiamo ricordare nel convulso Palio della Pace del 1945 quando, per protesta contro le decisioni del mossiere Pini, la Tartuca ritirò il proprio cavallo Elis facendolo uscire dalla Piazza, cosicché la carriera fu corsa da 9 contrade.

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16 AGOSTO 1939

Messaggio  jabru il Mer Dic 27, 2017 8:04 pm

Per il periodo natalizio interrompiamo momentaneamente la nostra analisi sul regolamento del Palio, che riprenderemo a gennaio, per illustrare due carriere che sono da annoverare di diritto nella leggenda della nostra festa: il “Palio del Mendìa” che racconteremo oggi, ed il “Palio della Pace”, del quale ci occuperemo la prossima settimana.

Quando si parla di palii “fatti a tavolino”, non si può certamente non menzionare quello del 16 agosto 1939, l’ultimo disputato prima della lunga pausa causata dalla guerra che di lì a poco avrà inizio (il 1°settembre la Germania invaderà la Polonia dando il via alle ostilità; l’Italia che in un primo momento si dichiarò neutrale, vi entrò dal 10 giugno 1940). La Torre non vinceva dal 1910 quando conquistò lo straordinario della Stampa Francese, e nelle carriere degli anni ’30 fu spesso beffata quando il successo sembrava ormai vicino. Si era così sparsa la convinzione che il lungo digiuno non fosse causato soltanto dalla malasorte, ma anche da forti fattori esterni: c’era infatti chi sosteneva che, in piena epoca fascista, la contrada “rossa” di Salicotto non fosse vista di buon’occhio dal regime. Ma in un clima sociale così fragile, anche la lunga assenza dalla vittoria del Palio poteva costituire un pretesto per scatenare tumulti in città, e le autorità dell’epoca ne erano ben consapevoli. Così, quando la tratta del 13 agosto 1939 favorì la Torre con l’assegnazione del forte Giacchino, che fu affidato dalla dirigenza torraiola a Ganascia, il figlio di quel Domenico Leoni detto Moro che conquistò il già citato straordinario del ’10, si diffuse la percezione che il cencio che celebrava Santa Caterina patrona d’Italia, sarebbe finito, in un modo o nell’altro, nella Torre. Ed anche i contradaioli della rivale Oca sembravano rassegnati alla purga, tant’è che si racconta come molti di essi, soprattutto i più vecchi, rifiutarono addirittura di vestirsi nella comparsa per il corteo storico.

I timori degli ocaioli erano giustificati, infatti, la sera precedente la carriera, il funzionario della questura Donato Mendìa (e da lui deriva quindi la denominazione palio del Mendìa), indisse una riunione alla presenza dei fantini e dei capitani, durante la quale fu comunicata la volontà (o forse l’ordine) di far vincere la Torre. Tutti i fantini, compreso il Meloncino che vestiva il giubbetto di Fontebranda, erano d’accordo. Unica voce fuori dal coro fu quella di Bubbolino della Civetta che, montando Ruello, puntava forte alla vittoria e non intendeva favorire nessuno. Ma Bubbolino non arrivò neppure al Palio, in quanto venne squalificato immediatamente dopo la provaccia con la clamorosa scusa di aver bestemmiato alla mossa, così la Civetta dovette ripiegare sul modesto Bovino. Tra proteste e minacce di non correre da parte di certe contrade, rapidamente rientrate, l’ordine al canape per la carriera fu il seguente: Drago (Girardengo III ed Amaranto), Civetta (Ruello e Bovino), Aquila (Aquilino e Cittino), Torre (Giacchino e Ganascia), Bruco (Argo II e Donatino), Pantera (Gina e Smeriglio), Selva (Folco e Tripolino), Onda (Falco e Napoletano), Oca (Masina e Meloncino), e di rincorsa la Lupa (Ero e Biondo). Dopo alcune mosse false, nelle quali la Torre rimase sempre attardata, quella valida vide lo scatto prepotente di Giacchino e Ganascia che condussero senza intoppi i tre giri, mentre nelle retrovie la rimonta veemente di Tripolino nella Selva, che dopo quella carriera prese la cuffia, si interruppe sotto le nerbate di Cittino e di Bovino. Ma la gioia dei torraioli fu breve; la guerra era ormai imminente ed anche i festeggiamenti della tanto attesa vittoria furono rinviati al 1945.

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20 AGOSTO 1945

Messaggio  jabru il Ven Dic 29, 2017 8:53 pm

Fatti e retroscena del poco pacifico straordinario della Pace.



Sul Palio del 20 agosto 1945, meglio noto come Palio della Pace, si è ormai scritto e detto molto. Oggi nel raccontare quella turbolenta carriera, ci soffermeremo maggiormente sugli avvenimenti precedenti e successivi la corsa che videro protagonisti gli amministratori, il mossiere e molti comuni contradaioli che, con le loro gesta, in alcuni casi un po’ troppo sopra le righe, contribuirono a rendere memorabile quello straordinario.

Il 15 agosto 1945, la resa del Giappone mise definitivamente fine al secondo conflitto mondiale ed a Siena fu proposto dalle contrade quasi all’unanimità (contrari solo Bruco ed Istrice), per mezzo dei rispettivi priori, di festeggiare l’evento con la disputa di uno straordinario. Ma la voglia di Palio dei senesi era così tanta che nessuno voleva attendere settembre: il Palio della Pace doveva svolgersi subito, una volta concluso quello dell’Assunta. I desideri dei contradaioli si scontrarono però con la dura realtà post - bellica fatta di carenza di beni di prima necessità e di esigenza di ricostruzione, con le poche risorse disponibili, di tutte le infrastrutture bombardate. Per queste ragioni, il Sindaco Ciampolini, nominato dagli Alleati su proposta del CLN, si dichiarò sin da subito contrario al Palio. In una riunione di Giunta convocata il 16 agosto, subito dopo l’effettuazione della carriera vinta dalla Civetta, fu ratificato il “no” allo straordinario. La reazione dei contradaioli fu però rabbiosa: appena uscito dal Palazzo Pubblico, Ciampolini fu costretto con la forza a rientrarvi, ed alle 23 la Giunta si radunò nuovamente ed accettò la proposta del Magistrato delle Contrade di correre la carriera il 19 agosto (che in realtà fu disputata il giorno 20 a causa della pioggia), ”per evitare perturbamenti della tranquillità cittadina, pur segnalandone i pericoli e la mancanza di significato a soli 2 giorni dal Palio ordinario”, così si legge nei verbali di allora. A titolo di protesta per la forma di imposizione usata dai dimostranti, la Giunta rassegnò in blocco le dimissioni. Solo l’arrivo in Comune del Prefetto, alle 1.30 di notte, bloccò momentaneamente la situazione. La mattina successiva, Sindaco ed assessori confermarono la volontà di dimettersi, che rientrò solo dopo un lungo lavoro diplomatico da parte di Prefetto e CLN, anche se, come segno di dissenso, Ciampolini delegò gli assessori per tutti gli atti inerenti al Palio straordinario, che in poche ore fu organizzato; la sera del 17 agosto furono estratte le contrade ed il 18 si tenne la tratta. Il Bruco con Mughetto e l’Arzilli, il Drago con il vecchio Folco ed l’inesperto Rubacuori erano le grandi favorite assieme alla Tartuca con Elis ed Amaranto, sebbene il barbero tartuchino subì un contrattempo durante le batterie e dovette saltare entrambe le prove programmate. Da segnalare infine il debutto sul tufo di Piero, che toccò alla Torre, e che sarà protagonista con un cappotto nel ’46 e con un’altra vittoria nel ’47.

La dirigenza del Bruco, a secco dal 1922, provò ad accomodare il Palio, promettendo cospicue somme a tutti i fantini in caso di vittoria. Ma tra di loro ce ne era uno, il giovane Gioacchino Calabrò, studente universitario di giurisprudenza, che per la sua avvenenza fu ribattezzato Rubacuori, che non era interessato ai quattrini, ma cercava solo la gloria nel Campo. Con il Drago, il Bruco strinse il patto del nerbo legato: solo se l’Arzilli avesse violato tale accordo nerbando Rubacuori, quest’ultimo poteva ritenersi libero di “tirare a vincere”. E così fu. Rubacuori pur non superando mai il Bruco lo incalzò così tanto da indurre il suo fantino ad usare il nerbo sull’avversario per difendere la sua posizione. Rotto dunque l’accordo, Rubacuori sfruttò la maggiore velocità di Folco per conquistare la testa ed andare a vincere tra l’incredulità generale, mentre la corsa di Mughetto, che nel frattempo si era infortunato, si interruppe andando a dritto all’ultimo San Martino. In precedenza era accaduto un altro episodio epico: si narra infatti che, nell’imminenza del Palio, il mossiere Lorenzo Pini fosse stato minacciato dai brucaioli e ciò incise sul suo operato. Egli infatti annullò le prime due mosse, nelle quali la Tartuca era sempre partita prima ed il Bruco era rimasto fermo. Il secondo annullamento provocò la forte reazione dei tartuchini che invasero la pista e portarono via da Piazza Elis, nascondendolo dentro il Palazzo Berlinghieri per paura che fosse ritrovato. Nel frattempo il popolare Silvio Gigli salì sul verrocchio colpendo il malcapitato mossiere. Anche le comparse delle alleate Oca ed Onda, assieme ad alcuni figuranti della Giraffa, solidali con la protesta della Tartuca, abbandonarono il Campo.

Ciò che accadde nel dopo Palio è noto a tutti: Rubacuori sfuggì al linciaggio rifugiandosi nell’Entrone, il cencio, che Dino Rofi non aveva nemmeno ultimato visto il poco tempo a disposizione, come si può vedere nella foto in alto, fu agguantato dai brucaioli e ridotto a brandelli (particolarmente attive in questo frangente le donne di Via del Comune), e l’asta portata via come un trofeo. Quando gli animi si placarono, il Comune ordinò al Bruco di far ridipingere il drappellone a proprie spese, e questo fu consegnato al Drago nel corso di una solenne cerimonia alla quale parteciparono tutte le contrade. Pochi giorni dopo, la giustizia paliesca mise la parola fine sul Palio della Pace, sanzionando pesantemente il Bruco (2 anni di squalifica) e la Tartuca (1 anno di sospensione), oltre alle ammonizioni per Oca e d Onda. Ma nella primavera 1946, il neo eletto Sindaco Bocci condonò le sanzioni per Bruco e Tartuca “per consentire il raggiungimento di una pacificazione degli animi  in prossimità delle ricorrenze paliesche e per non offrire alcun pretesto che potesse dar luogo a nuovi incidenti”.

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I FANTINI

Messaggio  jabru il Lun Gen 08, 2018 8:09 pm

Le norme regolamentari sui “dieci assassini”



Dopo la pausa natalizia ricominciano i nostri appuntamenti con l’analisi delle norme sul regolamento del Pali. Oggi ci occuperemo di quelle relative ai fantini.

Al contrario di ciò che avviene con il cavallo, la contrada provvede a suo carico alla scelta del fantino che, a norma dell’art. 59, “deve aver compiuto la maggiore età, non deve avere in corso punizioni di esclusione e neppure avere pendenti ricorsi presso organismi esterni al Comune”. Questo principio di scelta autonoma dei dieci assassini da parte delle contrade fu però messo in discussione nel corso del XIX secolo. Nel 1817 infatti, per limitare gli accordi tra fantini che rischiavano di danneggiare le contrade, 13 capitani firmarono una lettera con la quale chiedevano, senza però ottenere risposta positiva dal Comune, l’estrazione a sorte anche per i fantini, da effettuarsi nell’imminenza della carriera. Il regolamento attuale prevede la facoltà per le contrade di cambiare fantino fino al momento della cerimonia di Segnatura, che avviene la mattina del Palio subito dopo l’effettuazione della sesta prova. I capitani dovranno comunicare per iscritto al Sindaco il nominativo del fantino con il relativo soprannome per l’approvazione (l’imposizione del soprannome risale al ‘500, ma fu codificato a partire dal 1815, quando si iniziarono a segnare i soprannomi in Comune; dal 1972 fu imposto il divieto di modifica del soprannome originario). Poi, gli stessi fantini, accompagnati dai rispettivi capitani dovranno essere presentati alla rassegna del Sindaco e dei Deputati, assieme al giubbetto che indosseranno per la carriera. Da quel momento, così come recita l’art. 58. 5 “non sarà più possibile sostituire il fantino e nel caso di indisponibilità di qualsiasi natura dello stesso, non potendosi condurre il cavallo da solo al canape, la contrada sarà esclusa dal Palio”. Questo ultimo comma fu introdotto nel 1953 alla luce dei fatti del Palio di agosto 1952 quando, a seguito di alcuni incidenti occorsi durante la mossa della carriera, furono fatti montare alcuni fantini reperiti sul momento e quindi non segnati ufficialmente in Comune.

L’art. 61 fissa il vestiario dei fantini, che nelle corse di prova sono tenuti ad indossare “giubbetto stemmato, pantaloni e berretto con i colori della Contrada”; quest’ultimo, dal 2011 e per ragioni di maggior sicurezza, è stato sostituito con un cap ippico rivestito con i colori della contrada. Per la corsa del Palio invece i fantini calzeranno uno zucchetto dipinto, che fino a pochi anni fa era metallico, mentre oggi viene realizzato in materiale resistente alle cadute ed agli urti. L’ultimo comma dell’art. 63, introdotto nel 1981, a seguito dell’ormai famoso “spogliarello” di Aceto durante la lunghissima mossa dell’agosto 1979, vieta ai fantini di mutarsi gli indumenti. Durante le prove non è ammesso l’uso di frustini o di altri strumenti per incitare i cavalli, “essendo permesso solo l’uso degli speroni”. Per il Palio sarà consegnato ai fantini, “da parte di due vigili urbani posti ai lati dell’Entrone, un nerbo fatto di tendine di bue essiccato fornito a tutti dal Comune, di tipo uniforme, tanto per incitare maggiormente il cavallo proprio, quanto per battere ed ostacolare con esso i Fantini avversari ed i loro cavalli durante il percorso” (art. 84.2). L’uso del nerbo fu introdotto nel 1702, quando questo venne a sostituire il temibile sovatto, uno strumento composto da cinghie di cuoio legate ad un manico fato di zampa di capriolo, il cui impiego fu prima accantonato e poi definitivamente abolito tra il 1715 ed il 1719 (sulla data precisa c’è incertezza tra gli storici). “I fantini non possono però fare uso del nerbo suddetto sugli avversari e loro cavalli sino a che, data la mossa, non abbiano raggiunto il bandierino di traguardo” (art.84.3). Il regolamento prevede inoltre tutta una serie di obblighi e divieti per i “dieci assassini”, che riguardano la corsa del Palio ma anche le sue fasi preparatorie. L’art 64 stabilisce che “è stretto dovere dei Fantini entrare prontamente tra i canapi nell'ordine di chiamata, prendere il posto che a ciascuno spetta secondo l'ordine stesso e tenersi a giusta distanza l'uno dall'altro, restando loro assolutamente vietato di cambiar posto o di collocare il proprio cavallo in modo da impedire od ostacolare la partenza ai compagni”. La violazione di tale norma durante le fasi dell’ultima carriera di agosto è costata a Valter Pusceddu la squalifica per un Palio. Ad integrazione di tale regola, la norma interpretativa sulla mossa elaborata nel luglio 1991 dal Comune in accordo con i Capitani prevede che “il Mossiere deve preoccuparsi che nessuna Contrada cambi posto tra i canapi, anche se ovviamente non potrà garantire in modo assoluto che non avvengano mutamenti. La Mossa, pertanto, può essere valida anche in caso di spostamenti tra i canapi non rilevati dal Mossiere. I fantini che avranno infranto il Regolamento saranno passibili di punizioni". Interessante è anche il secondo comma dell’art. 64 che vieta ai fantini “di rimanere al canapo, o scendere da cavallo all'atto della mossa, per astenersi dalla corsa, o per far correre il cavallo scosso, pena la sospensione temporanea o della esclusione a vita dalle corse.” Tale disposizione fu aggiunta dopo il Palio di luglio 1848. In quell’occasione, e per l’unica volta nella storia, un fantino, Sagrino, che correva per il Montone, scese volontariamente da cavallo una volta data la mossa per far correre il barbero scosso, che alla fine riuscì a vincere quella carriera. Una volta usciti dall’Entrone, inoltre, i fantini passano alle dipendenze del Mossiere e dell’Autorità Comunale. Quindi essi non potranno avere contatti o prendere accordi con Capitani o Fiduciari, ai quali è fatto di vieto di sostare in pista. E’ singolare notare come, la contemporanea violazione di tale norma da parte di 9 delle 10 partecipanti al Palio di agosto 1999 (tutte tranne l’Oca), portò il Comune a sanzionare le contrade responsabili con una censura, “avendo i loro fiduciari sostato in pista senza autorizzazione durante le fasi di mossa del Palio, intrattenendosi con i fantini”. L’art 67 al primo comma prevede il divieto ai Fantini, “tanto alla mossa, quanto nel percorso, di tenersi tra loro, sporgere la spalla o il braccio l'uno sul petto dell'altro per costituirgli impedimento, percuotersi o comunque personalmente molestarsi”. Come abbiamo già ricordato, tali norme sono applicabili anche nelle fasi preparatorie della carriera. Ne sa qualcosa il fantino Bastiano Sini che, per aver strattonato un collega durante una batteria dello scorso Palio di Provenzano ha subito la sospensione per un Palio. In precedenza un gesto simile compiuto nel luglio 2011 da Federico Ghiani fu punito con una semplice ammonizione. "Se una contrada, per deficienza del proprio cavallo dovesse essere doppiata, è da considerarsi fuori giostra ed il fantino non dovrà arrecar danno o molestie agli altri” (art. 68). Tanto per le prove quanto per il Palio, l’art 66 dispone che “è obbligo di tutti i Fantini di far compiere ai rispettivi cavalli i tradizionali prescritti tre giri della pista, ma quando, per minor velocità del proprio cavallo, alcuno di essi rimanga distanziato, all'udire lo sparo del mortaretto segnalante l'arrivo del vincitore al bandierino del traguardo e la conseguente fine della corsa, ha il dovere di fermarsi nel più breve tempo possibile evitando, comunque, di porre in pericolo, correndo, l'incolumità del pubblico”, precetto questo violato dal fantino Alberto Ricceri che, dopo la sua vittoria nell’agosto 2006, compì un quarto giro ad andatura sostenuta, travolgendo degli spettatori che erano scesi sul tufo. Per questi motivi Salasso fu sospeso per un Palio. I fantini caduti, a norma dell’art. 69 “potranno essere soccorsi dalle squadre delle Associazioni di assistenza presenti nella Piazza, ma non potrà essere dato loro aiuto a rimontare a cavallo. Inoltre, il fantino caduto non perde alcuna possibilità di vincere la corsa, a patto che appaia evidente che la caduta non sia stata simulata allo scopo di prender tempo per danneggiare, percuotere o fermare qualche avversario”. Altro obbligo del fantino è quello di sfilare nel corteo storico sul soprallasso e la contrada non può sostituirlo con altro figurante (art. 76.1). Ultima, ma non meno importante regola, è quella imposta dall’art. 43.2 che obbliga i fantini “che non abbiano in corso punizioni riportate nei Palii precedenti a mettersi a disposizione del Comune per le batterie della tratta tramite iscrizione nell’apposito elenco, che per i fantini che hanno corso l’ultimo Palio in ordine di tempo avviene d’ufficio. Chiunque non ottemperi a tale obbligo verrà escluso automaticamente dal Palio in corso”. Infine una curiosità: a partire dal 1712 fu fissato un tetto massimo per i compensi da pagare al fantino che in origine era di 10 talleri e di ulteriori 10 per il vincitore, ma che nel corso degli anni variò adeguandosi ai tempi. Per i trasgressori erano poi previste pesanti pene, che andavano dalla multa fino addirittura alla detenzione. Ben altri tempi rispetto ad oggi…..

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Le prove

Messaggio  jabru il Lun Gen 15, 2018 7:18 pm

Le norme regolamentari sulle sei corse che precedono la carriera.



La corsa del Palio viene preceduta (almeno quando Giove Pluvio non ci mette lo zampino), dalla disputa di 6 prove aventi, come recita l’art. 71, l’unico scopo dell’addestramento dei cavalli. Tali prove, a norma dell’art. 52.3, “sono in numero di sei ed hanno luogo la mattina e la sera, a cominciare dal pomeriggio del giorno in cui è avvenuta la consegna dei cavalli, sino al mattino di quello nel quale deve effettuarsi il Palio”. Le contrade hanno l’obbligo di provare collettivamente i loro barberi sul Campo ma, il secondo comma dell’art. 52 prevede una ipotesi oggi nemmeno più presa in considerazione: “per circostanze eccezionali l'Autorità Comunale può autorizzare qualche Contrada a provare da sola il proprio cavallo, sempre nel " Campo " e nelle ore all'uopo prescritte”. Eppure, nella storia recente del Palio, c’è anche chi è stato sanzionato per violazione di questa disposizione: nel luglio 1988 la Giraffa, per aver provato, singolarmente e senza autorizzazione, il proprio barbero all’alba del 30 giugno, fu punita con una censura. Il regolamento fissa le modalità di arrivo dei cavalli di ciascuna contrada in Piazza: questi “debbono essere condotti dal barbaresco con in testa il cappello con la coccarda con i colori della contrada, con la briglia munita di pennacchiera, nella Corte del Podestà del Palazzo Civico, almeno mezz'ora prima di quella che per ciascuna prova l'Autorità Comunale abbia stabilita. L’unico accesso alla Piazza per i cavalli è quello di Via Rinaldini, percorrendo poi il tratto in discesa di San Martino per giungere così nel Cortile del Podestà, dove ciascun cavallo deve occupare il posto corrispondente al numero d'ordine che aveva al momento della sua assegnazione alla Contrada”. La regolamentazione delle prove risale all’agosto 1707, quando fu stabilito che i cavalli potessero fare 3 o 4 giri di Piazza in orari prestabiliti (dalle 7 alle 8, le attuali 11 – 12) e dalle 23 alle 24 (le attuali 19 - 20). Tutto ciò per evitare che le contrade potessero provare liberamente più volte al giorno i loro barberi. L’art. 57 precisa come per briglia deve intendersi “l'insieme dei finimenti (testiera, imboccatura e redini) provvisti di paraombre”. È proibito praticare al cavallo fasciature di qualsiasi genere (e la presenza di una fascia nel posteriore del barbero della Lupa presente durante la carriera del luglio 2007 costò alla contrada di Vallerozzi una deplorazione), applicare ginocchielli, o corredarli di tutto quanto potrebbe facilitarne la cavalcatura. È del pari vietato somministrar loro, in qualsiasi modo, sostanze eccitanti, praticare frizioni di ogni genere od applicar "perette". Il regolamento consente però, anche se oggi la cosa appare improbabile, data la velocità che raggiungono i cavalli, che essi possano correre sferrati. Queste ultime disposizioni sono ovviamente valide anche per ciò che concerne la corsa del Palio. L’art. 56 introduce la disciplina delle esenzioni, prevedendo due fattispecie: l’esonero disposto a seguito di visita veterinaria svolta all’interno dell’Entrone nella mezz’ora precedente la prova, o quello viene comunemente chiamato “esonero di stalla”, introdotto ufficialmente dal 1945. Quando il barbero non sia in grado di raggiungere la Piazza, la contrada deve avvisare il Comune almeno 3 ore prima della prova in modo che la visita veterinaria avvenga direttamente nella stalla della contrada. In ambedue i casi l’esenzione del cavallo è disposta dal Sindaco e la trasgressione delle regole è punito con la sospensione dalla corsa del Palio. E se negli anni ‘70/’80 le esenzioni abbondavano, a causa delle precarie condizioni fisiche di certi cavalli scelti dai capitani ( e non di rado si è assistito a prove disputate da 5 o 6 cavalli), oggi la pratica dell’esonero è caduta in disuso, tant’è che le ultime esenzioni disposte per le prove risalgono ai primi Palii degli anni 2000.

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PEL DI CAROTA

Messaggio  jabru il Gio Gen 25, 2018 6:12 pm

La breve, ma intensa carriera di Arturo Dejana, che ha da poco compiuto 80 anni.



Il 19 gennaio ha compiuto 80 anni Arturo Dejana detto Pel di Carota, fantino che, pur avendo corso solo due carriere, ha scritto, a modo suo, un importante capitolo della storia del Palio nel luglio 1966.

Nato ad Ilbono (NU), Dejana fece la sua prima apparizione sul tufo nelle batterie della carriera di luglio ’64, montando Zanetta, e nell’occasione riuscì pure ad indossare il giubbetto della Giraffa per le prime due prove. Ma il Palio che si lega indissolubilmente al nome di Pel di Carota è senza dubbio quello del luglio 1966. Dopo aver disputato la prima prova nella Pantera, Dejana fu scelto dall’Istrice, che aveva precedentemente provato Peppinello e Parti e Vai, per il difficile compito di fermare la rivale. La contrada di Camollia aveva infatti avuto in sorte il modesto debuttante Bolero che non offriva nessuna chance di vittoria, mentre la Lupa, a digiuno dal 1952, con Danubio e Bozzolo, era considerata una delle grandi favorite della vigilia. L’obiettivo principale di Pel di Carota era però quello di neutralizzare il grigio Danubio, che già due anni prima aveva dimostrato di essere più pericoloso da scosso che con il fantino in groppa. La sera del Palio, il Dejana marcò stretto Bozzolo per tutta la durata della mossa, ed appena calato il canape, lo danneggiò tanto da farlo cadere all’altezza della Fonte. Successivamente, si affiancò a Danubio, afferrò le sue redini nella mano sinistra e lo “accompagnò” fino alla Cappella, lasciandolo solo quando il divario con i primi era ormai incolmabile. Per questo gesto Pel di Carota ricevette la gratitudine eterna degli istriciaioli, che tuttora non perdono occasione per festeggiarlo, come accaduto di recente in occasione del suo ottantesimo compleanno, mentre il Comune lo punì severamente con una sospensione record per quei tempi di ben 8 Palii.
Conclusa la lunga squalifica, Pel di Carota si ripresentò nel ’70 ma, sia a luglio nella Selva che ad agosto nell’Onda, fu smontato dopo la provaccia per far spazio a Ciancone. Dopo altre 3 prove disputate nel luglio ’71 ancora per l’Onda su Gabria, Pel di Carota ebbe la sua seconda occasione nel luglio 1972, correndo la carriera per la Selva sulla debuttante Pitagora. Ma il Palio del Dejana fu incolore, iniziato male con una pessima partenza, e finito peggio con la caduta al secondo San Martino. Successivamente Pel di Carota disputò 3 prove nell’agosto ’72 nella Pantera, la prima e la seconda prova del luglio ’73 nella Selva su Panezio, e la terza prova dello stesso Palio nell’Istrice su Quebel, ultimo giubbetto da lui indossato. Abbandonata ogni velleità di correre il Palio, fino al 1975 egli rimase una presenza fissa per le batterie, per poi allontanarsi dalla Piazza, e ricomparire un’ultima volta, nell’agosto 1984, all’età di 46 anni, montando per la tratta il cavallo Calef.

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La bandiera verde

Messaggio  jabru il Lun Gen 29, 2018 8:06 pm

Come molti contradaioli ricorderanno, la pioggia è stata fastidiosa ed indesiderata protagonista della carriera di Provenzano 2017. I continui acquazzoni caduti sulla nostra città negli ultimi giorni di giugno, costrinsero il Comune a stravolgere gran parte del cerimoniale di quel Palio: ben 3 furono infatti le prove annullate per impraticabilità della pista. A tal proposito, l’art. 53 prevede che “qualora, per pioggia, la pista sia impraticabile o pericolosa, il Sindaco, udito il parere, non vincolante, del Dirigente dell'Ufficio Tecnico Comunale e dei Deputati della Festa, può ritardare l'effettuazione della prova e, occorrendo, sopprimerla. Eguale facoltà è riservata al Sindaco per eventuali altre cause di forza maggiore. Dei provvedimenti assunti è data immediata comunicazione al pubblico mediante apposizione ad una delle trifore del Palazzo Comunale di una bandiera bianca in caso di ritardo e di una bandiera verde in caso di soppressione”.

Un’ulteriore particolarità di quella carriera fu lo spostamento di tutte le operazioni di presentazione e di scelta dei cavalli, con le batterie disputate all’ora di pranzo mentre l’assegnazione si tenne a metà pomeriggio. Il secondo comma dell’art. 44 dispone che “in caso di pioggia le operazioni possono essere rimandate ad ora più conveniente dello stesso giorno, od anche al giorno successivo. Ogni decisione in proposito spetta all'Autorità Comunale, udito il parere dei Deputati della Festa e dei Capitani”.

Nella storia recente del Palio, ritroviamo esempi di posticipo della tratta nell’agosto 1969, nel luglio 1988 e nell’agosto 1999, anche se in quelle occasioni, sia le batterie che l’assegnazione furono effettuate tra il primo ed il tardo pomeriggio. A questo punto occorre analizzare il primo comma dell’art. 34 che prevede che “la presentazione, la scelta e l'assegnazione a sorte dei cavalli alle singole Contrade debbono venire effettuate nella mattina del terzo giorno avanti quello del Palio, tanto per le corse ordinarie, quanto per quelle straordinarie”.

Viene allora da domandarsi cosa debba accadere nel caso di rinvio della tratta al giorno successivo. C’è chi, in un recente passato, ha sostenuto come anche il Palio dovrebbe essere spostato di 24 ore, visto che a norma di tale articolo, tra la tratta e la carriera devono appunto trascorrere 3 giorni. La questione fu risolta dal Comune e dai Deputati della Festa nell’agosto 2002, allorché la tratta fu rinviata al 14 a causa delle violente piogge abbattutesi su Siena nei giorni precedenti l’inizio della festa e che costrinsero gli operai comunali alla rimozione totale del tufo appena messo e ad una sua nuova stesura. In quell’occasione fu decretato che il Palio non poteva né doveva essere posticipato dalla sua data naturale, e per argomentare tale tesi furono ripresi gli articoli 1 che, come già visto nel nostro primo scritto, fissa inderogabilmente nel 2 luglio e nel 16 agosto le date per la disputa della corsa del Palio, e 90, il quale prevede due sole fattispecie per il rinvio della corsa del Palio e cioè la pioggia caduta prima o durante lo svolgimento del corteo storico che renda la pista impraticabile o pericolosa, o i motivi che intressino l’ordine pubblico, tra i quali possono ragionevolmente rientrare l’oscurità sopraggiunta o, come già accaduto più volte in passato, eventuali disordini scoppiati in Piazza. In presenza di queste due circostanze, la decisione finale spetterà sempre al Sindaco, che nel primo caso dovrà sentire i pareri degli uffici competenti, dei Deputati della Festa e dei Capitani delle contrade partecipanti, mentre nel secondo caso il rinvio dovrà essere disposto in accordo con l’autorità di pubblica sicurezza.

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IL CORTEO STORICO NEL REGOLAMENTO

Messaggio  jabru il Lun Feb 05, 2018 6:55 pm

Le norme che disciplinano lo svolgimento della passeggiata storica.





“Non è una festa. E’ un delirio al cui contagio sfuggono solo i protagonisti della parata….intenti a fornire un saggio della loro abilità nel gioco della bandiera ma col professionale distacco che richiede quella solennità liturgica”. Con queste parole Indro Montanelli descriveva il corteo storico del Palio che, così come riporta il primo comma dell’art. 72, consiste “nella rievocazione figurata degli ordinamenti, dei costumi e della grandezza della Medioevale Repubblica Senese, con particolare riguardo alle Contrade, le quali, con le loro Comparse, ne formano la parte principale”. Il regolamento disciplina in modo dettagliato ogni fase della sfilata che precede di due ore la carriera, tra le quali la riunione delle comparse, che si effettua alle ore e nei luoghi prescritti dall'Autorità Comunale, a cura di Funzionari ed Agenti da questa a ciò delegati, la composizione di esse ed il loro ordine di sfilata (artt. 73, 77, 78), nonché lo schema del corteo composto da 14 gruppi e contenuto dell’allegato B al regolamento. Ogni contrada, almeno due giorni prima di quello del Palio, “deve presentare al Sindaco una nota contenente il nome di tutti i figuranti per l’approvazione”(art.75). In tale lista deve essere poi indicato anche il nominativo della persona incaricata di recare il costume che il Fantino deve indossare per la Corsa e di ritirare quello di parata indossato dal Fantino stesso nel Corteo. Nel caso in cui alcuni nomi dei figuranti non venissero approvati, “ne viene dato avviso senza motivazione al capitano della contrada che deve provvedere alla sostituzione ed inviare al Comune una nuova nota”. Tutti i figuranti, tranne il fantino, che per nessun motivo può essere sostituito da altro figurante montato sul Soprallasso, “debbono avere idonea prestanza fisica ed essere vestiti coi costumi della rispettiva Contrada, i quali risultano dai bozzetti approvati dall'Autorità Comunale, senza di che la Comparsa non può essere ammessa al Corteo”. Quest'ultima disposizione vale anche per le bandiere portate dai Figuranti, i bozzetti delle quali debbono essere sempre sottoposti alla preventiva approvazione del Comune. L’obbligo di far approvare i disegni delle bandiere risale ai primi dell’800, quando le contrade cominciarono a presentare bandiere stravaganti, di foggia bizzarra, utilizzando anche colori non tradizionali. Fu così ordinato a ciascuna contrada di presentare alla Deputazione ai festeggiamenti tutte le nuove bandiere realizzate per la preventiva approvazione. Esse dovevano avere “disegni all’uso antico cioè con strisce larghe ed i colori dovevano essere gli stessi fissati dal Magistrato Comunitativo”, che sono rimasti pressoché invariati fino ad oggi. Fa parte integrante della comparsa della contrada che partecipa al Palio anche il barbero recato alla briglia dal barbaresco, e l’art. 76 vieta alle contrade “di esimersi, sotto qualsiasi pretesto, di farlo intervenire nel corteo. Soltanto in casi eccezionali, e cioè quando l'eccessiva irrequietezza del cavallo desse luogo ad inconvenienti o pericoli, il Sindaco, udito il parere dei Deputati della Festa, ha facoltà di disporre che venga condotto direttamente nella Corte del Podestà”. Nell’agosto 2006, ad esempio, la dirigenza della Tartuca decise di ritirare il proprio barbero dal corteo senza la dovuta autorizzazione e tale comportamento costò alla contrada una deplorazione.

I figuranti debbono sottostare senza discutere agli ordini del Maestro di Campo, nominato dalla Giunta ed avente il compito di dirigere e disciplinarne lo sfilamento del corteo, e dei Rotellini. Per far sì che la passeggiata mantenga la solennità liturgica citata dal Montanelli, l’art. 79 vieta ai figuranti, “pena la sospensione temporanea o l’espulsione a vita da far parte del corteo, tutta una serie di comportamenti inadeguati tra i quali fumare, gridare, soffermarsi per parlare con spettatori, prendere bibite od altro, togliersi il copricapo od altra parte del costume, o portare oggetti che non facciano parte di questo”. Una volta ultimato il loro giro di pista, essi dovranno, dopo aver deposto armi, insegne ed altri oggetti portati nel corteo, prendere posto nell’apposito palco eretto sotto il Palazzo Pubblico dal quale non potranno scendere prima della fine della carriera, sotto pena dell’allontanamento dalla Piazza o delle sanzioni appena riportate (art. 80).

Il lungo testo dell’art.81 fissa in 4 le sbandierate che le contrade partecipanti al Palio debbono eseguire nel loro giro di Piazza (Palco dei Giudici, Fonte Gaia, San Martino e Cappella). In occasione del Palio di luglio 2009, la Civetta, in segno di dolore a seguito dell’infortunio del proprio cavallo per la prova generale, decise di non fare le sbandierate canoniche, limitandosi ad eseguire l’ “otto” durante il giro di Piazza. In tale comportamento fu riscontrata una violazione al regolamento che fu sanzionata con una censura. Le contrade che non corrono, oltre alle alzate di saluto al Casato ed alla Cappella, ne effettueranno una sola, contemporanea, quando saranno tutte e sette sistemate nella pista. Il tutto accompagnato dai rintocchi di Sunto e dagli squilli della Marcia del Palio eseguiti dalla Fanfara di Palazzo. Interessante infine l’ultimo comma dell’art. 81 il quale prevede che “le sbandierate debbono essere eseguite con nella maniera tradizionale, con aggraziati movimenti e giuochi, che diano risalto alla loro abilita, ma senza eccessivi virtuosismi che richiedano un tempo maggiore di quello stabilito dal Maestro di Campo, cui spetta il compito d'imporre la cessazione e di segnalare tutte le infrazioni all'Autorità Comunale, per i provvedimenti disciplinari del caso”, come successe, ad esempio, nell’agosto 1984 quando, in occasione della sbandierata finale, gli alfieri di Torre ed Oca (con quest’ultimo che addirittura subì u richiamo dal Maestro di Campo), ritardarono ingiustificatamente la loro alzata, e per tale motivo furono entrambe sanzionate con una censura. Il corteo si chiude con una sbandierata collettiva, detta Sbandierata della Vittoria o sbandierata finale, introdotta nel 1919 come omaggio ai reduci della Grande Guerra, che viene eseguita dal tamburino e da un solo alfiere di ogni contrada. Durante tale sbandierata, “i valletti del Comune provvederanno a portare il drappellone sul Palco dei Giudici, dal quale sarà calato solo a carriera terminata da parte del capitano della contrada vittoriosa soltanto dopo che la mossa sia stata valida ed i Giudici della Vincita abbiano emesso il loro inappellabile verdetto sull'esito della corsa” (art. 88.1).



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Re: Storia del Palio

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